Archivio | 08:56

XXIII.

16 Lug

XXIII. 1., 2., 3.

1. Un sogno.

Stamattina mi sono svegliato troppo presto a causa di una stronza ubriaca come la cagna di un violinista che litigava in pessimo inglese con un suo amico deficiente proprio sotto la finestra. Erano le 4.00; mi sono dovuto alzare, mandarla personalmente a quel paese (cioè a fare in culo), dopodiché mi sono alzato, mi sono lavato, m’è preso sonno e sono tornato un attimo a sdraiarmi.

Mi sono addormentato, e ho fatto un sogno. Ero in una sorta di università o biblioteca o tutte e due le cose, era bello, tutto in legno, dentro. Io mi aggiravo qua e là disertando le aule dove si svolgevano le lezioni, tra gente che andava e gente che veniva. Ma era presto, la mattina, e dovevo andarmene via entro una cert’ora. Avevo in mano un giornale fico, con tante illustrazioni, che provavo un piacere colpevole a sfogliare, e che mi era stato prestato; stavo escogitando un modo per tenermelo prendendo a scusa convincente l’essermene dovuto andare via, quando ti càpito in una sala, in cui sono custodite edizioni vecchie, magari non sontuose, ma curiose, e tutte a portata di mano. Tra esse tre volumi di Poèmes di Victor Hugo, che avevo l’impressione di poter prendere e tenere impunemente (ma che ladro!); ma si badi, nel sogno le cose sono strane. Erano sì tre volumi, e rigorosamente da leggere, ma erano a forma di tre grosse tazze da caffellatte, provviste — per giunta — di grossi piattini, di forma rettangolare — e di colore rosso, tazze e piattini. A quel punto mi sono svegliato.

Che cosa avrà voluto significare?

2. Scoperte del piffero.

Qualcuno si ricorda di Forese Donati, il ghiottone messo da Dante in Purgatorio [1]? Nel descriverlo, Dante si serve di una curiosissima espressione. Sembra che tutte le volte che Dante ha usato una curiosissima espressione si siano mossi plotoni di commentatori a lambiccarsi. Quando il mons peperit il ridiculus mus, allora sì che s’è capìto che Dante non ha parlato invano nemmeno quella volta — finché si è pervenuti all’interessante conclusione che Dante fosse un autore molto squadrato e sensato, solo un po’ ellittico nell’espressione. Cosa falsissima, perché Dante — basta guardare bene — è un autore stravagante e pieno di stramberie perplettenti.

Quando lessi la spiegazione la prima volta mi chiesi: Ma saremo proprio sicuri? E come ci saranno arrivati? (Il commento impiegato, il Bosco-Reggio, non ne diceva l’origine). Pare (ma pare soltanto, a prima vista) che il primo ad escogitare questa spiegazione sia stato il materiale [2] Stigliani (1573-1651), che stette sulle spese a Parma diciotto anni, litigò a sangue con Arrigo Caterino Davila, tentò di riscrivere alla sua maniera il Sidereus nuncius di Galileo e tassò il Marino con tanta acrimonia da farsi berteggiare da generazioni di poeti per un po’ tutto il Seicento. Dice della sua interpretazione in una lettera, forse vera forse finta:

"AL SIGNOR DUCA PAOLO GIORDANO ORSINI, A BRACCIANO.

Avea V. E. questi giorni passati letto in una mia risposta al signor cardinale Orsini la dichiarazion [3] ch’io fo del "temer suppe" detto da Dante. E secondo ch’essa [4] l’era piaciuta, m’onorò ier mattina ancor Ella di domandarmi sopra il medesimo autore un altro dubbio [5]; il quale è: che cosa quello intendesse quando nel canto ventesimoterzo del Purgatorio disse:

Parean l’occhiaie anella senza gemme:

Chi nel viso degli uomini legge "omo"

Bene avrìa quivi conosciuto l’ "emme".

Ma perché allora l’E.V. era quasi col pie’ in istaffa per andare a Bracciano, io le risposi che gliene avrei scritto là una lettera a posta [6]. Attengo [7] dunque la promessa; e dico che questi versi non sono insino a qui stati capìti da’ commentatori che caminano per le mani studiose [8], i quali gli hanno erroneamente esposti con una ridicola combinazione di tempie, di naso e di ciglia che non quadra punto, sì come l’E.V. medesima può in lor vedere, e precisamente ne’ due più correnti, che sono Landini e Vellutelli. Queste loro interpretazioni io esaminai infin da giovane e, non essendone restato soddisfatto, pensai in lungo come ciò potesse intendersi; e finalmente v’adattai [9] una sposizione, la qual credo sia veracissima.

Ivi si ragiona dell’anima di Forese, che purgava il peccato della gola coll’inedia e col digiuno in compagnia di simili peccatori. La quale anima, essendo in forma di corpo vivo (come son finte dall’autor tutte l’altre non solo nel Purgatorio ma nell’Inferno [10]), era per la penitenza di cinque anni diventata sì estremamente magra e macilenta, che non avea polpe nelle membra ma le sole ossa e la pelle. Venendo dunque il poeta a descriverne la faccia, dice che le casse degli occhi [11] assomigliavano ad anella senza gemme [12], e soggiunge che chi nel volto umano legge questa parola "omo", avrebbe in esso facilmente conosciuta la "m". Ove denota che, parendo i due occhi due "o", il naso, che stava in mezzo ed era spolpato, mostrava colle sue tre ossa [13] la forma d’una "m" maiuscola antica, così: M;

[qui bisogna immaginare una

M

fatta un po’ come quella del MacDonald,

due archetti a tutto sesto messi uno accanto all’altro,

 leggermente uncinati verso l’interno

alle

estremità]

onde tutte e tre esse lettere reggendosi dicevano "OMO". Se a V. E. parrà che questa mia esplicazione abbia indovinata la mente [14] dello scrittore, l’accetti come vera; se non le parrà, l’accetti come nuova: ché, in qualunque de’ due modi, io mi terrò contento. E per fine [15] le fo umilissima riverenza.

Di Roma, 27 febraro 1644.

 

In: G. B. Marino, Epistolario, seguìto da Lettere di altri scrittori del Seicento. A c. di A. Borzelli e F. Nicolini. Vol. II. Laterza, Bari 1912. Pp. 363-64.

[1] Dante, Pg. 31-33.

[2] Cioè materano particolarmente grossier.

[3] E de-clarare: "chiarimento", "sposizione", "spiegazione".

[4] Secondo ch’essa: "Dal momento che essa", "Poiché essa".

[5] Domandarmi… un altro dubbio: "Pormi un’altra questione". "Dubbio" (v. Aretino, in chiave comico-oscena) può significare, e ancora significa a livello popolare, la domanda concreta, la questione.

[6] A posta: dato che evide che la prima lettera, quella sul "temer suppe", era stata consegnata s.g.m., pare del tutto conseguente che qui s’intenda "per posta", "per le poste", cioè: "gliela spedirò là (a Bracciano)"; ma fors’anche "espressamente (cioè interamente) dedicata a quest’argomento".

[7] Attengo: "Mantengo".

[8] Che caminano per le mani studiose: in stile metaforuto, tipicamente secentesco, "che girano tra le mani degli studiosi". L’espressione è ricalcata su altre del genere, più diffuse, come ad es. "correre su le stampe" per "essere pubblicati", detto di libri, et sim. Potrebbe essere, nei limiti dell’uso di un pattern sdato, un (mezzo) hapax.

[9] V’adattai &c.: "Riuscii a trovare una spiegazione che vi s’adattava". Ellissi. 

[10] Coll’ovvio fine di sentire tutti i patimenti dell’uno e i rigori dell’altro, dato che l’anima da sola è incorporea e insensibile.

[11] Casse degli occhi: le "orbite", semplicemente.

[12] Anella senza gemme: castoni privi di gemma incastonata.

[13] Tre ossa: le due orbitali e quella propria del naso.

[14] La mente: consueto scambio (ma è latinismo) tra astratto e concreto: "l’idea", "il concetto", "l’intenzione".

[15] Per fine: "Per finire".

3. Un commento trecentesco.

In effetti, Jacopo della Lana, nella sua Comedia di Dante degli Allaghieri col Commento di Jacopo della Lana bolognese, dice:

"Alcuni sono stati ch’hanno detto che la figurazione [1] del viso delli uomini è mo [2] in questo modo: gli occhi sono li o, e la m formano in questo modo, che le ciglie colli tempori sono le estreme [3] gambe dell’m, e lo naso si è la gamba di mezzo. Or in magri [4] appare [5] meglio e le ciglie e le tempora che nelli grassi, sichè in quelli leggieramente [6] nelli suoi vizii [7] si sarebbe letto omo, sicome appare quie".

Nuovissima edizione della regia Commissione per la pubblicazione di testi in lingua sopra iterati studii del suo socio Luciano Scarabelli, vol. II, Tipografia Regia di Bologna 1866. P. 267. Non è né il Vellutello né il Landino, che sono i più famosi e che non ho sottomano, ma vi si parla di ciglie e di tempora.

[1] Figurazione: "conformazione".

[2] Mo: e mo(do), "in tal modo"; per "ora, adesso", nei dial. merid., qui nell’accezione asseverativa tipicamente settentrionale e molto intrinsecamente bolognese.

[3] Estreme: "esterne".

[4] In magri: "negli individui magri".

[5] Appare: ass., per "appaiono".

[6] Leggieramente: "facilmente", "agevolmente".

[7] Vizii: la macilenza del fisico o il difetto morale che l’ha fatto condannare al Pg.? Opterei per la prima, ma non so bene.

Ma non si dice esattamente la stessa, identica cosa?

4. Conclusioni.

Potevo tirarla anche più in lungo, ma il tempo stringe. L’unica cosa che par di capire è che la scoperta dello Stigliani fosse già stata fatta dai commentatori trecenteschi.

Solo che al loro tempo antico la M antica esisteva ancora; mentre al tempo nuovo dello Stigliani la M antica non esisteva più.