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XXI.

9 Lug

XXI. Non mi è mai successo di essere influenzato, influenzato veramente e fortemente, da un film. Solitamente dopo un quarto d’ora di immagini in scorrimento mi sento annoiato, o frastornato, devo staccare, alzarmi e andare a farmi un giro. Non ho visto un film intero, come non ho ascoltato un disco da capo a fondo, da almeno quindici anni. Posso leggere per dieci ore consecutive, ma non riesco a ‘guardare’ per più di pochi minuti per volta.

C’è stata una sola eccezione.

Avevo visto un film, pochissimi anni fa, trasmesso durante la notte, ovviamente su RaiTre, Génealogies d’un crime. E’ di un regista credo cileno, si chiama Ruiz, naturalizzato francese — assolutamente francese, quel film, come figuratività e atmosfere rarefatte; tanto francese, si potrebbe dire a posteriori, da poter essere fatto solo da un francese molto cosciente e molto conservatore, o da uno straniero — appunto — naturalizzato francese.

E’ un’oscura vicenda, intricatissima, raccontata con delicatezza e leggerezza straordinarie; è una tarsia di citazioni, ma il complesso è estremamente originale, e almeno a me ha dato l’impressione di essere una di quelle narrazioni che riescono a rendere l’idea di qualcosa che si sarebbe sempre voluto e non si è mai riusciti a dire. Non entro, comunque, nel merito della trama, anche perché è complicatissima, e senza annessi e connessi non significa più di tanto. Mi corre l’obbligo di dire che il film, uscito nel 1996, non ha avuto la risonanza che meritava (anche la Deneuve, circondata da attori straordinari, è stata penalizzata da questo presupposto, ed è stata giudicata arcignamente anche da chi se n’è occupato, in Italia) perché il precedente film dello stesso Ruiz risultava un po’ troppo musivo, nel complesso — pare una specie di plagio ben congegnato. I critici non gli hanno perdonato quello che sembra sempre, a un critico, un volgare trabocchetto; &c. Stavolta, ha scritto un critico italiano, chissà da dove sarà andato a prendere le idee — nessuno si fida più, preferiscono dire che è brutto, così non sbagliano (!).

Peccato. Ma comunque, così, almeno mi spiego come mai non se ne sia sentito parlare, almeno in sede ‘dotta’, quanto meritava.

Fine del prologo. Comunque sia, nel film, che riguarda l’ambiente psicanalitico (due società psicanalitiche rivali), c’è una curiosa figura di professore omosessuale, che ha elaborato una teoria: non siamo noi che determiniamo la nostra vita (e ci mancherebbe — uno psicanalista non può pensarla diversamente), ma le storie che governano la nostra. Nel film c’è un delitto, in un certo senso premeditato, preparato e portato con calma a compimento; il modo di arrivare all’omicidio, anche se la perfida pianificatrice (Jeanne, la zia dell’assassino) non lo sapeva, ricalca una vicenda del tutto analoga avvenuta a Napoli alla fine dell’ ‘800 (se ben ricordo), la quale ovviamente prendeva spunto da un’altra, etc. Il professore, in una sua bottega-scantinato, aveva addirittura creato una mappatura, una specie di genoma delle storie, in cui ricostruiva le genealogie — specialmente, ma questo lo dico io dagli esempi citati, dei crimini.

La cosa, che non è pienamente esplanata nel film, che merita di essere visto e rivisto, in modo da riuscire a fare tutte le connessioni del caso, ha talmente ferito la mia fantasia da accompagnarmi fino adesso. Sicuramente è una teoria piuttosto omosessuale, per tutta una serie di ragioni che non dico, ed è francese — quella è la terra in cui anche le ‘storie’ sono enciclopedizzabili (non mi riferisco alle ‘trame’, per quello anche noi abbiamo il Bompiani; mi riferisco, per es., ai ‘miti letterarii’, etc.). Non so, francamente, da chi possa aver preso, ma è ben espresso, e mostrato con grazia. Per me il film vale comunque. Il grande poeta ruba, e il grande cineasta non dovrebbe fare altrettanto? Ma questa è un’altra questione.

Mi chiedo se lo stesso valga per le storie tradite, i romanzi non scritti. Mi sono trovato solo una volta nelle condizioni di scrivere un romanzo (altrimenti mai, ed è logico: infatti nessuno mi ha mai chiesto di scriverne uno), e l’ho buttato giù alla cazzo, in una settimana. Spunto buono — anzi, a ben vedere molti buoni spunti. Ma mi ero spinto in partibus infidelium, avrei dovuto riflettere, ragionare, studiare, insomma arrivare al vero romanzo e non l’ho fatto. Quotidianamente mi arrivano in media uno, due, tre segnali per me inconfondibili, da incontri casuali, da parole scambiate, che mi fanno capire che basterebbe avanzare un passo, e cadrei nel romanzo abortito, come in una vita parallela. Dovrei farlo, quel passo?

(Sto diventando completamente pazzo, o sono solo ebete? Mah).

((Col c. che mi rileggo, ovviamente)).