XVII. Michele Mari.

6 Lug

XVII. Ho già detto che ho incontrato il nome di quest’autore diverse volte, qua e là. Da ultimo (cioè ieri) me lo sono ritrovato davanti mentre leggevo le prime pagine delle Lezioni di enigmistica (Einaudi 2001) di Stefano Bartezzaghi, precisamente qui: "I veri appassionati" [si parla di puzzle] "preferiscono i puzzle più difficili, ma nessuno vorrebbe che il fabbricante mescolasse in diverse scatole tessere provenienti da diversi puzzle (fatta eccezione per il protagonista di Certi verdini, un racconto di Michele Mari)".

Il pezzo a cui allude Bartezzaghi è poi questo (si parla sempre di puzzle): "… e se già in concomitanza della penuria dei dodicimila eravamo talvolta ricorsi all’espediente di mescolare insieme i pezzi di due identici puzzle da seimila, &c." (Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Mondadori 1997); ed è un pezzo in cui già si vede quella cosa che notavo leggiucchiando qua e là in rete dei pezzettini sparsi, proprio da questa raccolta, frasi e paragrafi; la stessa cosa che mi ha fatto pensare che Mari scrivesse malissimo — cosa non del tutto vera, mi affretto a dire. Ma si noti come suoni male quell’ ‘in concomitanza della penuria’, quanto sia inutilmente contorto e artefatto, e quanto sappia di circolare ministeriale; che pesantezza noiosa quel ‘ricorrere all’espediente’, che ineleganza quell’inversione  dell’ ‘idebntici’, per non fare confusione poi, con la specificazione ‘da seimila’.

Ho già detto, qui sotto da qualche parte, che Mari ha prefato benissimo (e curato in modo un po’ dubbio) il volumone dedicato ai Manieristi e irregolari del ‘500, Ed. Poligrafico dello Stato 2000 (se ben ricordo); dalla prefazione sorgeva chiara l’idea fondamentale dell’estetica dell’ ‘ingorgo’.  Che questa cura non sia stata un compito svolto per dovere di filologo (notavo anche che come curatore Mari non sembra attentissimo, tra l’altro) lo dimostrano certe parole sue in Tu, sanguinosa infanzia cit., a p. 105: "il grande sapiente non è Platone, ma Ramusio, non Hegel, ma Linneo!", che saranno semiserie finché si vuole, ma che si accordano benissimo con l’estetica dell’accumulo che è la cifra tanto del libro (o ‘dell’ingorgo’, come dice prefacendo i Manieristi lo stesso A.) quanto, a loro tempo, dei Manieristi. A me i manieristi interessavano, fino a un certo punto, per avere un’idea dell’origine del catalogismo barocco. Ecco, per esempio: un libro barocco, una volta fatto a pezzi, diventa più bello; noto che il manierista Mari non ha nessun fascino, citato a frasucce, sembra un dilettante sovreccitato e presuntuoso — non ha più fascino una delle innumerevoli tessere dei Sette catalogi di Ortensio Lando, ovviamente. E’ nel complesso della materia accumulata, nell’ingorgo, per l’appunto, che questa scrittura trova il suo significato.

Il risvolto di copertina dice: "Esiste un limite della sensibilità, oltrepassato il quale comincia una terra di trasalimenti continui, una geografia d’incubi, una regione dove ogni minima offesa, il più lieve incidente, la più trascurabile delle omissioni ingigantiscono aprendo ferite che segnano per sempre". Ovviamente quella zona di cui si parla è l’infanzia di cui nel titolo. Il bello è che di tutto questo (il risvolto va avanti su questo tono per parecchie righe) nel libro non c’è traccia.

Di recente mi hanno fatto leggere un libro che non mi ha estasiato, ma che ho trovato una ‘soluzione elegante’, per quanto riguarda l’autobiografia infantile, e cioè l’Infanzia berlinese intorno al millenovecento di Benjamin. E’ una soluzione elegante, appunto: non la soluzione giusta. Benjamin ha indicato un modo di descriversi in un certo senso annullandosi negli oggetti, e soprattutto nei particolari architettonici, nelle prospettive delle strade, in determinati luoghi fisici. E’ stato un modo per salvare il deperibile nel non transeunte, e va benissimo; ma è una soluzione, appunto, un po’ troppo facile. Non più difficile è stato il modo impiegato da Mari, che non parla di offese o trasalimenti se non in materia di possesso: il suo mondo, cioè il mondo tutto materiale in cui si descrive, è letteralmente intasato di oggetti, e i suoi racconti sono i suoi ‘Undici catalogi’. Vale la pena di osservare che la materia catalogabile a cui fa riferimento è già di per sé collezione e catalogo, nella gran parte dei casi; ma su questo torno più avanti.

Non che sia ‘arido’, per carità: anzi, ne I giornalini, il primo, sembra ben vivo mentre freme all’idea orripilante di dover passare i suoi Cocco Bill a ‘Filippuccio’, suo figlio. Ma è interessante come è vivo: "Io sono  Cocco Bill, capisci?… Cocco Bill sono! Il capitano Haddock sono! Poldo! Gancio! Brainiac!" (p. 14).

 

(Continua).

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