XVI. La questione dei matrimoni gay.

5 Lug

XVI. Mai più pensavo di arrivare a pronunciarmi anche su questa materia; che a rigor di logica non mi riguarda, dal momento che non ho mai pensato di sposarmi, né con una donna, né con un uomo, né con un comodino. Quello che ho notato, anche in questa occasione, è l’enorme, insopprimibile curiosità di alcune persone nei confronti di un mio eventuale parere.

Mi è stato richiesto, a livello di piola, dopo un’introduzione a cura del più intelligente della compagnia (circa 46 minuti), che l’ha presa la più larga possibile, per arrivare, in sintesi, a.

Io ho detto: “Fatico ad avere opinioni in genere, a maggior ragione su quello che non mi riguarda minimamente”. “Allora sta’ zitto” — dissero; e andarono avanti per loro conto. E chi da piccino andava a casa dei ricchioni a farselo ciucciare, e chi ‘Ma tu non lo sai che a me il primo che me lo scappellò’, e chi, &c. E soprattutto pareri, distinguo, eccezioni, tutta una normativa. L’omosessualità non è un fatto; è un argomento. Con tutto il parlare che se ne fa, ci si dimentica che esistono gli omosessuali. [A fine serata provavo una specie di tenerezza per una ragazza intravista in autobus la mattina — ma mi è passata quasi sùbito].

A me tutti questi pareri non piacciono. Io dico sul serio, quando dico che non ne ho. Se non ne ho, non ne ho. Ma mi disturba un po’ non averne, anche, perché significa essere ancora più fragile — di fronte alle tonnellate di opinioni che hanno gli altri. Alla gente piace l’idea (solitamente è questo che segna l’esordio delle tavolate-fiume sull’argomento), l’idea di essere un pochino omosessuale, da qualche parte, là in fondo; ma ama quest’idea solo perché può, così, dirne tutto quello che gli passa in testa. Se non si fosse diffusa questa falsa convinzione, oggi discutere dei diritti degli omosessuali sembrerebbe assai meno democratico, e decisamente più fascista.

Ricordo la vecchia frase di un politico: “Ognuno voterà secondo la propria coscienza”, a riguardo di qualche legge in materia, tempo fa. Ma che cosa vuole, da me, la coscienza di xxxyyy, o di xyxyxyx, o di mille altri che per me non sono nemmeno flati vocis? Non è già questa una violenza? Farne una questione morale. Non un fatto — quella cosa da cui  nasce l’aspetto morale, ma che in sé è solo un fatto.

Volere fortemente qualcosa, magari, e dover passare sotto le forche caudine del giudizio di chi sai valere o quanto te o meno di te (dico in generale, sempre, poiché — ripeto — la questione non mi tocca da vicino) mi sa di insopportabile umiliazione. Il pallido ricordo di  quello che pensavo un tempo, un lacerto di ideologia dismessa (causa spazio — non sapevo più dove metterla), m’è sovvenuto: i diritti non si concedono, si prendono. [E quam celerrime, possibilmente, in modo da non permettere il vomito continuo degli opinionismi e delle tavole rotonde a livello piola: ma questa è una considerazione altamente personale, quasi estranea ai fatti].

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