Archivio | luglio, 2005

XXVII. Wagner

28 Lug

XXVII. Dato che da ultimo mi sono andato sempre più convincendo di una cosa che in realtà so da sempre, e cioè che per sopravvivere bisogna andare per via di aggiungere, e non di levare (cosa che dovrebbe rendermi simpatica anche la Biografia della fame di Amélie Nothomb, ma non so proprio se ci arrivo, a quei livelli), mi sono deciso a prendere a prestito, in biblioteca, una biografia di Richard Wagner.

E’ una cosa seria, credo, e comunque non esiste biografia dalla quale sia impossibile imparare qualcosa. Di Curt von Westernhagen, Wagner, l’uomo, il creatore [Richard Wagner. Sein Werk. Sein Wesen. Seine Welt, 1956], trad. Alfio Cozzi e Vittorio Patanè, Mondadori, "Musica e storia. Collana diretta da Piero Buscaroli e Paolo Isotta", pp. 605 + Indice, Milano genn. 1983.

C’è un paragrafo, a p. 246, che mi ha colpito, chissà perché:

 A quei tempi Burckhardt conobbe — e quasi non ci credeva dalla meraviglia — un wagneriano italiano, un commerciante di Bologna, il quale parlava in modo "obiettivo fino a essere oltraggioso" di Rossini, Bellini e Verdi, mentre considerava Wagner da "un lato mistico-psicologico", sostenendo che si poteva godere la sua opera solo "immergendosi in essa in totale abbandono", il che era esattamente il contrario di quel che in Italia si cercava per godere uno spettacolo teatrale.

 

[Sabato 30 luglio ’05] 

Ho poi rapidamente mollato quel Westernhagen, e non credo proprio mi accosterò mai a Newman e altri wagnerologi. Non è troppo sofisticato, è troppo fumoso. Non so se mi spiego. Probabilmente no, ma non m’interessa.

Piuttosto ho preso in mano, direttamente, l’autobiografia di Wagner, e ne ho letto una metà, più a salti e bocconi che continuatamente; ed è una delle cose più belle che abbia mai letto.

XXVI. Pausa.

23 Lug

XXVI. Mi dispiace,  ma mi sono un po’ rotto. Con ogni probabilità, farei benissimo a postare a cazzo cose venientimi lì per lì, come ho grosso modo fatto finora. Ma non mi piace, per niente. Non ne sento la necessità ed è una cosa che faccio in mancanza di quello che preferirei fare. Così mi sembra tutto inutile. Odierei (odio) leggere blog fatti così, non vedo perché dovrei infliggerlo ad altri.

Dovrei organizzarmi, e preparare le cose per benino. Mi rendo conto che la scrittura svagata e disimpegnata è maggiormente soggetta a lampi di scabra poesia, ma non apprezzo il genere e la poesia in generale non m’interessa (e non mi si addice). Avevo, ho in mente qualcosa di più ‘ricercato’, non so se si capisce quello che voglio dire. Eventualmente, se riesco a mettere a punto qualcosa di non troppo lungo (è una parola), posso mettermi, nel corso — chessò — di una settimana o due a copiarlo pianin pianino; ma mi porterebbe via tempo per altre cose, tra le quali molte di non scarso momento.

Non ho un piccì; sicuramente, senza piccì mandare avanti un blog è molto più faticoso, anche se non impossibile. Ma io chiedo a un blog di essere un posto comodo e maneggevole per deporvi le mie cose; e attualmente qualunque spazio in rete, proprio per la mancanza di un piccì, non può essere, per me, né comodo né maneggevole. Se ci tenessi di più, farei questo sforzo; ma non me ne viene niente.

Chiedo scusa per questi andirivieni (tanto questo blog non ha quasi visitatori ^_^), ma non so proprio che cosa farci: vediamo nelle prossime settimane (anche se sono quasi certo che tutto s’interrompe qui).

Cia’.

d.

XXV. E stanotte ho sognato

20 Lug

XXV. E stanotte ho sognato un sacco di gente di cui non dovevo piu’ ricordarmi, non uno mancava all’appello, gente che all’epoca rompeva le scatole, e mi faceva capire che non mi stimava affatto — e che mi faceva capire che il mio destino, quella cosa così sproporzionata alla sagoma di cartone che sono, mi sarebbe capitato lo stesso tra capo e collo, e sopra il capo e sopra il collo. Se fossero tutti qui assisterebbero con tedio a un inutile trionfo. Sono così serafico che mi prenderei a schiaffi.

Eppure non riesco a darmi torto. (Non riuscendo a dare ragione a loro. Non mi hanno nemmeno turbato, o disturbato. Mi hanno sorpreso).

XXIV. Al momento,

19 Lug

XXIV. Al momento, e forse non solo al momento, mi sento molto disorientato. Spero tanto che non si noti.

Per questo non parlo di quello che è successo oggi, o nei giorni scorsi (anche perché c’è poco da dire. E comunque sarebbe noioso, per me prima che per chiunque altro; anche se farei benissimo a continuare, oggi piu’ che mai, a fregarmene della reazione di altri [pochi, pochissimi, comunque] a quello che dico).

Piuttosto, ho finito un libro. Cercavo quodlibeti (mesostici e anagrammi e sciarade e acronimi) nella Comedia, non perché mi interessi tanto questo aspetto della Comedia, ma semplicemente perché, nonostante il testo evidentemente inviti a cercarne, e nonostante i replicati tentativi nel corso del tempo, gli esempi sono singolarmente pochi, e tutti poco convincenti. Il fondamentale Tolosani-Rastrelli (Hoepli 1926 e rist. sgg.) riporta solo due esempi danteschi, di cui uno (il secondo) un apocrifo che non c’entra con la Comedia. Francipane, che si è dedicato spesso a queste cose, dice che la Comedia è sparsa di mesostici col nome di Dante. Ma per avere "Dante" come mesostico — tanto per fare un esempio — basta avere una lettera "d" e una qualunque delle moltissime parole in "ante" contenute e nel poema e nella nostra lingua in generale. Ovviamente, se ne trovano a centinaia, forse migliaia, e non significano nulla. In La zia era assatanata (Theoria 1994) Dossena dice che non è Dante ad aver messo dei mesostici nella Comedia, ma siamo noi che, trovandoli, in un certo senso ce li mettiamo. Eppure anche qui il dubbio viene; infatti, non ho seguìto i consigli di Dossena (nello stesso cit. La zia era assatanata) di cercarne secondo regole un po’ più vincolanti, rispetto a una mera trascrizione (per cui non si sarebbe dovuto scegliere un verso in cui si potesse scegliere tra due e, poniamo, o t presenti, per cui si dovessero prediligere i versi in cui il mesostico D – A – N – T – E si disponesse armonicamente, con congrua distanza di una lettera dall’altra, nell’arco del verso, &c.), e ho trascritto tutti i mesostici rinvenibili del solo Inferno. Il dubbio m’è venuto perché (salvo errore, e infatti devo verificare), i mesostici rinvenuti sono 330. Un multiplo del 3 che ricorre ossessivamente — le tre cantiche, la terzina, i trentatré per tre canti (più uno proemiale), &c. Bisognerebbe andare avanti, e chissà che non lo faccia.

Ho finito, mentre cercavo quodlibeti — come dicevo — nella Comedia, il Dante di Giampaolo Dossena, Lomnganesi 1995. Il quale non contiene nemmeno un quodlibeto, ma una fittissima erudizione su cui grava uno spirito triste e caustico, e la cappa tremenda del tedio di Academo. Non dico di essermi annoiato, anche perché Dossena non è un incapace. Ma si tratta di nudi fatti, rievocati appunto come spigolature della Settimana enigmistica, con stile secco e fiacco. Sono 212 brevi capitoli. Verso il cap. 200, un po’ prima, Dossena si lascia andare a definire un po’ il significato dell’opera dantesca.

Sono gli ideali (grandi o piccoli non importa molto) distrutti, da seppellire (mi sovviene che questa ‘definizione’ — mi sono messo anch’io a parlare come la Settimana enigmistica… — è più adatta al Paradiso perduto, semmai)? Sono vecchie rabbie? In realtà Dante riesce, almeno credo di aver capìto, a sovrastare un destino che lo soverchia, come finisce col fare con tutti noi. Tutto quello che è finisce in quello che scrive; per questo credo che il suo sommettersi a un Cangrande della Scala, il suo trattenersi tra i cafoni lombardi, il suo ingentilirsi siano i segni evidenti della sconfitta. Dossena insiste fastidiosamente, e leghisticamente, sulla Valpadana, meno angusta — a suo dire — della Firenze dantesca, quella Valpadana in cui gli si sarebbe (a Dante) aperta la mente. E riporta anche orridi, volgari versi padani, che puzzano di vino e di letame, e dice che Dante si ispirava a quello, quando scriveva ‘ed egli avea del cul fatto trombetta’, e della ‘puttana dalle unghie merdose’ (Taide, il personaggio che fa fare a Dante una citazione clamorosamente sbagliata). Il Settembrini anticipa la critica possibile circa il giudizio — il quale non rappresenta, da parte di Dante, un peccato, inquantoché Dante era giunto a porsi al disopra di sé stesso e del tempo in cui viveva. Insiste molto, il Settembrini, sull’universalità di Dante, anzi del poema dantesco. Dice che non può essere considerato nemmeno poema nazionale italiano, e men che meno cristiano.

***

Dossena dice male di Albertino Mussato, ahilui, dicendo che ebbe torto a spaventare (o meglio, a tentare di spaventare) i concittadini padovani con l’ombra di Ezzelino III da Romano, lo Hitler di quell’età, dicendo che Cangrande della Scala era poi lo stesso. L’Eccerinus rimane una splendida tragedia. Il Mussato ebbe il merito di indicare nel tiranno il tiranno, e nella libertà la libertà. Il Settembrini dice che se avesse scritto in italiano sarebbe stata la quarta corona, anzi la prima in ordine di tempo; e io gli credo perché lo sento. Lo stesso Dossena dice che Dante da ultimo non era lo stesso; eppure condanna le sue scelte politiche della virilità per dire che, quando ormai (parola di Dossena) dava segni di rinsenilimento, aveva fatto bene a porsi sotto l’egida di Cangrande. E dice che il Mussato ha avuto il torto di usare il latino umanistico (non quello di Salimbene, che era il latino dell’uso) e di introdurre la tragedia antica — una iattura, dice con disprezzo, e travolge nel disprezzo anche l’Alfieri. Ma è un errore. Sicuramente il Mussato riflette il clima culturale padovano, già pronto ad accogliere la lezione petrarchesca, ma, sempre come nota il Settembrini, la sua tragedia non è d’imitazione senecana, benché nasca dallo studio di Seneca — ma è nella lingua ambiziosa ed evocativa che si sente la riflessione su Seneca (che non sarebbe stato certo il beniamino degli umanisti, come stile), non nella concezione drammatica, che è ampia e ‘ardita’, legata alla prassi medievale. Le unità non sono per niente rispettate. Il fatto è che il latino del Mussato

XXIII.

16 Lug

XXIII. 1., 2., 3.

1. Un sogno.

Stamattina mi sono svegliato troppo presto a causa di una stronza ubriaca come la cagna di un violinista che litigava in pessimo inglese con un suo amico deficiente proprio sotto la finestra. Erano le 4.00; mi sono dovuto alzare, mandarla personalmente a quel paese (cioè a fare in culo), dopodiché mi sono alzato, mi sono lavato, m’è preso sonno e sono tornato un attimo a sdraiarmi.

Mi sono addormentato, e ho fatto un sogno. Ero in una sorta di università o biblioteca o tutte e due le cose, era bello, tutto in legno, dentro. Io mi aggiravo qua e là disertando le aule dove si svolgevano le lezioni, tra gente che andava e gente che veniva. Ma era presto, la mattina, e dovevo andarmene via entro una cert’ora. Avevo in mano un giornale fico, con tante illustrazioni, che provavo un piacere colpevole a sfogliare, e che mi era stato prestato; stavo escogitando un modo per tenermelo prendendo a scusa convincente l’essermene dovuto andare via, quando ti càpito in una sala, in cui sono custodite edizioni vecchie, magari non sontuose, ma curiose, e tutte a portata di mano. Tra esse tre volumi di Poèmes di Victor Hugo, che avevo l’impressione di poter prendere e tenere impunemente (ma che ladro!); ma si badi, nel sogno le cose sono strane. Erano sì tre volumi, e rigorosamente da leggere, ma erano a forma di tre grosse tazze da caffellatte, provviste — per giunta — di grossi piattini, di forma rettangolare — e di colore rosso, tazze e piattini. A quel punto mi sono svegliato.

Che cosa avrà voluto significare?

2. Scoperte del piffero.

Qualcuno si ricorda di Forese Donati, il ghiottone messo da Dante in Purgatorio [1]? Nel descriverlo, Dante si serve di una curiosissima espressione. Sembra che tutte le volte che Dante ha usato una curiosissima espressione si siano mossi plotoni di commentatori a lambiccarsi. Quando il mons peperit il ridiculus mus, allora sì che s’è capìto che Dante non ha parlato invano nemmeno quella volta — finché si è pervenuti all’interessante conclusione che Dante fosse un autore molto squadrato e sensato, solo un po’ ellittico nell’espressione. Cosa falsissima, perché Dante — basta guardare bene — è un autore stravagante e pieno di stramberie perplettenti.

Quando lessi la spiegazione la prima volta mi chiesi: Ma saremo proprio sicuri? E come ci saranno arrivati? (Il commento impiegato, il Bosco-Reggio, non ne diceva l’origine). Pare (ma pare soltanto, a prima vista) che il primo ad escogitare questa spiegazione sia stato il materiale [2] Stigliani (1573-1651), che stette sulle spese a Parma diciotto anni, litigò a sangue con Arrigo Caterino Davila, tentò di riscrivere alla sua maniera il Sidereus nuncius di Galileo e tassò il Marino con tanta acrimonia da farsi berteggiare da generazioni di poeti per un po’ tutto il Seicento. Dice della sua interpretazione in una lettera, forse vera forse finta:

"AL SIGNOR DUCA PAOLO GIORDANO ORSINI, A BRACCIANO.

Avea V. E. questi giorni passati letto in una mia risposta al signor cardinale Orsini la dichiarazion [3] ch’io fo del "temer suppe" detto da Dante. E secondo ch’essa [4] l’era piaciuta, m’onorò ier mattina ancor Ella di domandarmi sopra il medesimo autore un altro dubbio [5]; il quale è: che cosa quello intendesse quando nel canto ventesimoterzo del Purgatorio disse:

Parean l’occhiaie anella senza gemme:

Chi nel viso degli uomini legge "omo"

Bene avrìa quivi conosciuto l’ "emme".

Ma perché allora l’E.V. era quasi col pie’ in istaffa per andare a Bracciano, io le risposi che gliene avrei scritto là una lettera a posta [6]. Attengo [7] dunque la promessa; e dico che questi versi non sono insino a qui stati capìti da’ commentatori che caminano per le mani studiose [8], i quali gli hanno erroneamente esposti con una ridicola combinazione di tempie, di naso e di ciglia che non quadra punto, sì come l’E.V. medesima può in lor vedere, e precisamente ne’ due più correnti, che sono Landini e Vellutelli. Queste loro interpretazioni io esaminai infin da giovane e, non essendone restato soddisfatto, pensai in lungo come ciò potesse intendersi; e finalmente v’adattai [9] una sposizione, la qual credo sia veracissima.

Ivi si ragiona dell’anima di Forese, che purgava il peccato della gola coll’inedia e col digiuno in compagnia di simili peccatori. La quale anima, essendo in forma di corpo vivo (come son finte dall’autor tutte l’altre non solo nel Purgatorio ma nell’Inferno [10]), era per la penitenza di cinque anni diventata sì estremamente magra e macilenta, che non avea polpe nelle membra ma le sole ossa e la pelle. Venendo dunque il poeta a descriverne la faccia, dice che le casse degli occhi [11] assomigliavano ad anella senza gemme [12], e soggiunge che chi nel volto umano legge questa parola "omo", avrebbe in esso facilmente conosciuta la "m". Ove denota che, parendo i due occhi due "o", il naso, che stava in mezzo ed era spolpato, mostrava colle sue tre ossa [13] la forma d’una "m" maiuscola antica, così: M;

[qui bisogna immaginare una

M

fatta un po’ come quella del MacDonald,

due archetti a tutto sesto messi uno accanto all’altro,

 leggermente uncinati verso l’interno

alle

estremità]

onde tutte e tre esse lettere reggendosi dicevano "OMO". Se a V. E. parrà che questa mia esplicazione abbia indovinata la mente [14] dello scrittore, l’accetti come vera; se non le parrà, l’accetti come nuova: ché, in qualunque de’ due modi, io mi terrò contento. E per fine [15] le fo umilissima riverenza.

Di Roma, 27 febraro 1644.

 

In: G. B. Marino, Epistolario, seguìto da Lettere di altri scrittori del Seicento. A c. di A. Borzelli e F. Nicolini. Vol. II. Laterza, Bari 1912. Pp. 363-64.

[1] Dante, Pg. 31-33.

[2] Cioè materano particolarmente grossier.

[3] E de-clarare: "chiarimento", "sposizione", "spiegazione".

[4] Secondo ch’essa: "Dal momento che essa", "Poiché essa".

[5] Domandarmi… un altro dubbio: "Pormi un’altra questione". "Dubbio" (v. Aretino, in chiave comico-oscena) può significare, e ancora significa a livello popolare, la domanda concreta, la questione.

[6] A posta: dato che evide che la prima lettera, quella sul "temer suppe", era stata consegnata s.g.m., pare del tutto conseguente che qui s’intenda "per posta", "per le poste", cioè: "gliela spedirò là (a Bracciano)"; ma fors’anche "espressamente (cioè interamente) dedicata a quest’argomento".

[7] Attengo: "Mantengo".

[8] Che caminano per le mani studiose: in stile metaforuto, tipicamente secentesco, "che girano tra le mani degli studiosi". L’espressione è ricalcata su altre del genere, più diffuse, come ad es. "correre su le stampe" per "essere pubblicati", detto di libri, et sim. Potrebbe essere, nei limiti dell’uso di un pattern sdato, un (mezzo) hapax.

[9] V’adattai &c.: "Riuscii a trovare una spiegazione che vi s’adattava". Ellissi. 

[10] Coll’ovvio fine di sentire tutti i patimenti dell’uno e i rigori dell’altro, dato che l’anima da sola è incorporea e insensibile.

[11] Casse degli occhi: le "orbite", semplicemente.

[12] Anella senza gemme: castoni privi di gemma incastonata.

[13] Tre ossa: le due orbitali e quella propria del naso.

[14] La mente: consueto scambio (ma è latinismo) tra astratto e concreto: "l’idea", "il concetto", "l’intenzione".

[15] Per fine: "Per finire".

3. Un commento trecentesco.

In effetti, Jacopo della Lana, nella sua Comedia di Dante degli Allaghieri col Commento di Jacopo della Lana bolognese, dice:

"Alcuni sono stati ch’hanno detto che la figurazione [1] del viso delli uomini è mo [2] in questo modo: gli occhi sono li o, e la m formano in questo modo, che le ciglie colli tempori sono le estreme [3] gambe dell’m, e lo naso si è la gamba di mezzo. Or in magri [4] appare [5] meglio e le ciglie e le tempora che nelli grassi, sichè in quelli leggieramente [6] nelli suoi vizii [7] si sarebbe letto omo, sicome appare quie".

Nuovissima edizione della regia Commissione per la pubblicazione di testi in lingua sopra iterati studii del suo socio Luciano Scarabelli, vol. II, Tipografia Regia di Bologna 1866. P. 267. Non è né il Vellutello né il Landino, che sono i più famosi e che non ho sottomano, ma vi si parla di ciglie e di tempora.

[1] Figurazione: "conformazione".

[2] Mo: e mo(do), "in tal modo"; per "ora, adesso", nei dial. merid., qui nell’accezione asseverativa tipicamente settentrionale e molto intrinsecamente bolognese.

[3] Estreme: "esterne".

[4] In magri: "negli individui magri".

[5] Appare: ass., per "appaiono".

[6] Leggieramente: "facilmente", "agevolmente".

[7] Vizii: la macilenza del fisico o il difetto morale che l’ha fatto condannare al Pg.? Opterei per la prima, ma non so bene.

Ma non si dice esattamente la stessa, identica cosa?

4. Conclusioni.

Potevo tirarla anche più in lungo, ma il tempo stringe. L’unica cosa che par di capire è che la scoperta dello Stigliani fosse già stata fatta dai commentatori trecenteschi.

Solo che al loro tempo antico la M antica esisteva ancora; mentre al tempo nuovo dello Stigliani la M antica non esisteva più.

XXII. Ho letto un romanzo.

12 Lug

XXII. Non che abbia molto da dire. Ricordo che quando comparvero i Viscidors, ad "Avanzi", e sbavarono la Dandini, uno di loro chiese alla stessa se, adesso che ‘andava in vacanza’ (avevano infatti intenzione di farli chiudere, come in effetti poi fu), avrebbe ‘fatto la satira ai compagni di ombrellone’. In effetti il Viscidor aveva la sua viscida mezza ragione: un po’ di contenutismo non guasta. Nel senso: ho un diario, e prendo copiosi appunti, ma non mi sembra proprio il caso di trascrivere alcunché. E’ l’ora (per forza) di nascondere la propria vita ed espandere la propria anima — come un gommone, per chissà quali lidi.

Magari fosse un viaggio! Non bello e comodo, ma almeno avventuroso. Perciò mi distraggo con letture amene — cioè mi sottraggo alle letture-e-riletture che fanno il grosso della mia attività di poeta scioperato, e trascelgo qualche titolo, possibilmente fiko, dagli scaffali della biblioteca. Sperando di uscire dalla lettura con le orecchie rosse e un senso invincibile di irritazione. Non mi è successo nemmeno con questo libro fiko:

Joe R. Lansdale. RUMBLE TUMBLE ["R. T.", 1998]. Einaudi Stile Libero/Noir, Torino 2004. Trad. Alfredo Colitto. Pp. 251.

E’ un noir, appunto. Il titolo riprende un’espressione del nano delinquente Red, che così definisce una faccenda dannatamente intricata. Di grande intrico, poi, non se ne vede, dato che il romanzo è a trama lineare — e pure semplicina. Red e il suo collega Wilber, picchiatore ottuso, hanno lavorato fino a mo per il capo della malavita organizzata (traffico droga & donne) Big Jim [!]. Sono tuttavia finiti fuori dal giro a causa di un errore; scappando, hanno raccolto il grido di dolore di Tillie, giovine prostituta che sta trascorrendo un periodo di punizione in un orrido bordello al confine col Messico, dopo essere stata ospite per qualche tempo nel più quotato bordello di Oklahoma. I due delinquenti hanno bisogno di soldi, e in cambio di qualche cento dollari sono disposti a dire a Brett, sua madre, donna focosa (in molti sensi: a letto è ovviamente una bomba [ma non fa la mignotta]; ha i capelli color fiamma; ha dato fuoco alla testa del suo ex-marito), dove la ragazza si trovi. Brett è amata da Hap, il quale, dopo aver perso la casa in un ciclone, si è stabilito presso un reduce dal Vietnam, nero, gay e vagamente sadico, che si chiama ovviamente Leonard; vorrebbe stabilirsi da Brett (anche Leonard vorrebbe tanto che lo facesse, perché sporca e puzza), ma finora è solo un sogno. I tre si sbarazzano di Wilber e prendono praticamente come ostaggio, o guida obbligata, il nano; il quale li porta da suo fratello, che ovviamente è un gigante. Già delinquente e maestro di vita (in questo senso, quello delinquenziale) del fratello nano, si chiama Herman, e attualmente è un predicatore fallito; prima di tutto perché è protestante, mentre la popolazione nei dintorni, messicana, è tutta cattolica; ma soprattutto perché non crede in dio, e i rimorsi per i passati errori rimordono ancora. Anche per questo, più che per salvare il fratello (di cui si è sempre vergognato), accetta di riprendere i contatti con la vecchia banda, già potente, ora scassata, composta soprattutto da indiani, quella dei Bandito Supremes (mah). Uno di loro conduce la piccola masnada su un traballante aereo fino al bordellaccio in cui è confinata la povera Tillie. Fanno una carneficina e liberano la donzella (non pulzella, ma sempre donzella). Ritornando allo hangar, trovano Big Jim decisamente alterato. Il quale stabilisce che il finale della partita sarà deciso da un jugement de dieu, vale a dire da una singolar tenzone tra Hap e Wilber. Hap ovviamente vince. Segue breve sparatoria, durante la quale, tra gli altri, muore anche Red. Big Jim lascia andare il quartetto in cambio di una modesta cifra di denaro a titolo di risarcimento. I quattro tornano a casa: Hap sempre da Leonard, e Brett indaffaratissima dietro Tillie, la quale segue la sua vocazione di prostituta. La possibilità di stabilirsi finalmente da Brett sfuma ancora per il deluso Hap.

La trama (si vede benissimo) è una coglionata. E’ scritto sciattamente, con battute stiracchiate (e anche un po’ copiazzate). E’ anacronistico e fiacco, sdato e inutile. Non aiuta la versione, evidentemente pochissimo ispirata (e ti credo). Equivale alla mediocre sceneggiatura di un mediocrissimo film per la televisione.

XXI.

9 Lug

XXI. Non mi è mai successo di essere influenzato, influenzato veramente e fortemente, da un film. Solitamente dopo un quarto d’ora di immagini in scorrimento mi sento annoiato, o frastornato, devo staccare, alzarmi e andare a farmi un giro. Non ho visto un film intero, come non ho ascoltato un disco da capo a fondo, da almeno quindici anni. Posso leggere per dieci ore consecutive, ma non riesco a ‘guardare’ per più di pochi minuti per volta.

C’è stata una sola eccezione.

Avevo visto un film, pochissimi anni fa, trasmesso durante la notte, ovviamente su RaiTre, Génealogies d’un crime. E’ di un regista credo cileno, si chiama Ruiz, naturalizzato francese — assolutamente francese, quel film, come figuratività e atmosfere rarefatte; tanto francese, si potrebbe dire a posteriori, da poter essere fatto solo da un francese molto cosciente e molto conservatore, o da uno straniero — appunto — naturalizzato francese.

E’ un’oscura vicenda, intricatissima, raccontata con delicatezza e leggerezza straordinarie; è una tarsia di citazioni, ma il complesso è estremamente originale, e almeno a me ha dato l’impressione di essere una di quelle narrazioni che riescono a rendere l’idea di qualcosa che si sarebbe sempre voluto e non si è mai riusciti a dire. Non entro, comunque, nel merito della trama, anche perché è complicatissima, e senza annessi e connessi non significa più di tanto. Mi corre l’obbligo di dire che il film, uscito nel 1996, non ha avuto la risonanza che meritava (anche la Deneuve, circondata da attori straordinari, è stata penalizzata da questo presupposto, ed è stata giudicata arcignamente anche da chi se n’è occupato, in Italia) perché il precedente film dello stesso Ruiz risultava un po’ troppo musivo, nel complesso — pare una specie di plagio ben congegnato. I critici non gli hanno perdonato quello che sembra sempre, a un critico, un volgare trabocchetto; &c. Stavolta, ha scritto un critico italiano, chissà da dove sarà andato a prendere le idee — nessuno si fida più, preferiscono dire che è brutto, così non sbagliano (!).

Peccato. Ma comunque, così, almeno mi spiego come mai non se ne sia sentito parlare, almeno in sede ‘dotta’, quanto meritava.

Fine del prologo. Comunque sia, nel film, che riguarda l’ambiente psicanalitico (due società psicanalitiche rivali), c’è una curiosa figura di professore omosessuale, che ha elaborato una teoria: non siamo noi che determiniamo la nostra vita (e ci mancherebbe — uno psicanalista non può pensarla diversamente), ma le storie che governano la nostra. Nel film c’è un delitto, in un certo senso premeditato, preparato e portato con calma a compimento; il modo di arrivare all’omicidio, anche se la perfida pianificatrice (Jeanne, la zia dell’assassino) non lo sapeva, ricalca una vicenda del tutto analoga avvenuta a Napoli alla fine dell’ ‘800 (se ben ricordo), la quale ovviamente prendeva spunto da un’altra, etc. Il professore, in una sua bottega-scantinato, aveva addirittura creato una mappatura, una specie di genoma delle storie, in cui ricostruiva le genealogie — specialmente, ma questo lo dico io dagli esempi citati, dei crimini.

La cosa, che non è pienamente esplanata nel film, che merita di essere visto e rivisto, in modo da riuscire a fare tutte le connessioni del caso, ha talmente ferito la mia fantasia da accompagnarmi fino adesso. Sicuramente è una teoria piuttosto omosessuale, per tutta una serie di ragioni che non dico, ed è francese — quella è la terra in cui anche le ‘storie’ sono enciclopedizzabili (non mi riferisco alle ‘trame’, per quello anche noi abbiamo il Bompiani; mi riferisco, per es., ai ‘miti letterarii’, etc.). Non so, francamente, da chi possa aver preso, ma è ben espresso, e mostrato con grazia. Per me il film vale comunque. Il grande poeta ruba, e il grande cineasta non dovrebbe fare altrettanto? Ma questa è un’altra questione.

Mi chiedo se lo stesso valga per le storie tradite, i romanzi non scritti. Mi sono trovato solo una volta nelle condizioni di scrivere un romanzo (altrimenti mai, ed è logico: infatti nessuno mi ha mai chiesto di scriverne uno), e l’ho buttato giù alla cazzo, in una settimana. Spunto buono — anzi, a ben vedere molti buoni spunti. Ma mi ero spinto in partibus infidelium, avrei dovuto riflettere, ragionare, studiare, insomma arrivare al vero romanzo e non l’ho fatto. Quotidianamente mi arrivano in media uno, due, tre segnali per me inconfondibili, da incontri casuali, da parole scambiate, che mi fanno capire che basterebbe avanzare un passo, e cadrei nel romanzo abortito, come in una vita parallela. Dovrei farlo, quel passo?

(Sto diventando completamente pazzo, o sono solo ebete? Mah).

((Col c. che mi rileggo, ovviamente)).

XX. Fisionomie romanzesche.

8 Lug

XX. Ho voluto conoscere, in un pomeriggio vuoto, come al solito, di impegni (quindi escludo le autocommittenze paranoidi che caratterizzano il mio singolare modo di procedere nella vita), una persona, il cui carattere e — soprattutto — il cui aspetto fisico mi erano stati caldamente raccomandati come uno spettacolo unico, vuoi indirettamente per via dell’ampia aneddotica riguardante il mostriciattolo a cui mi riferisco, vuoi direttamente tramite saporose e invitanti descrizioni. Nessuna delle quali, devo dire a posteriori, iperbolica.

Uno sfizio riprovevole, secondo i punti di vista, in varii sensi: perché crudele e stupido, essenzialmente. Ma sta di fatto che questa figura, descrittami come degna di essere esibita in un Barnum eventuale accanto alla sirena delle Isole Figi, appartiene a quella di una persona a cui ci si rivolge, di norma, per consiglio e aiuto; una persona di cui, insomma, si può teoricamente avere bisogno. E io sono nel bisogno, cazzo.

Per mesi ho raccolto, con cura, tutti i memorabilia relativi, non preoccupandomi il fatto che, tolta la verve — tipica degli straccioni, e per ciò stesso dote raccomandabile da imitare anche per un alto dignitario, come diceva quel gentiluomo di Filippo II — dell’espressione orale, spesso felicissima — l’ho detto, trattandosi di straccioni — non possono essere reimpiegati in chiave ‘letteraria’; e ho moderatamente ma costantemente pregustato il momento dell’incontro, tentando di lasciarmelo come extrema ratio, per un pomeriggio di pioggia, o comunque noioso o difficile.

Nel frattempo, trovandomi — per puro caso — a girare in zona, quando ci giravo, mi facevo piu’ osservatore, annotando con attenzione dentro di me le fattezze di tutte le vecchie gobbine [1] che incontravo, riservandomi di chiedere a chi la conoscesse se le assomigliasse, se fosse come lei, o se, addirittura, fosse lei in persona. L’unica gobbetta veramente impressionante che ho incontrato, per la cronaca, l’ho vista sempre (credo già tre o quattro volte) in via Pietro Micca: un metro e venti, magra stecchita, color del morto e un vistoso tupè arricciolato color Elisabetta Tudor. Dopo aver visto questa, temevo di rimanere deluso. Anche per questo ho aspettato tanto.

L’altroieri pomeriggio mi sono finalmente deciso. Non è stata al disotto delle aspettative. E’ magra stecchita, nana, gobba davanti e dietro, coi capelli corti e la faccia (per giunta) cavallina. Vagheggiavo una Mowcher [2], un Quasimodo in gonnella. E’ lei, decisamente.

La cosa deprimente è che esiste. Chissà per quale disgraziato motivo, da qualche tempo, forse un paio di annetti, mi sono persuaso che, almeno in parte, copiare dal vero sia la soluzione. E’ una stronzata. Non puoi copiare dal vero e poi metterci un vetro deformante davanti. E’ impossibile. Devi aver visto, meglio ancora intravisto, ed esserti messo a scappare in avanti. Non so spiegarmi meglio — o forse, con qualche sforzo, sì; ma chi me lo fa fare?

Se avessi dovuto solo immaginarla, adesso potrei averne già scritto. Per debolezza me ne sono incuriosito; e, debole come sono, mi sono imposto un’impennata, e uno sfaglio, di cui non sarò mai capace. Mi sento imbecille e depresso. Dovrei girare bendato.

 

[1] Vecchie gobbine: Ce ne sono più di quante uno s’immagini.

[2] Mowcher: Forse non tutti sanno che si trova nel Copperfield. David la incontra per la prima volta, nella sua veste solita di parrucchiera-estetista, in una locanda, in compagnia del suo byronesco compagno di scuola. (Da notare che la Mowcher è buona, però).

XIX. Il blog segreto.

8 Lug

XIX Inutile tenerlo lì, dove nessuno va a vederlo. Sono come sempre illeggibili (me ne sono ricordato io stesso solo oggi, dopo l’ultima volta che ci sono andato e ho postato l’ultimo son.). Il titolo prende ispirazione da una cosa realmente scritta, ma quello che c’è — vale la pena di dirlo? — è roba mia.

Solo che non ho voglia di copincollare e sistemare, metto il link:

http://cosebruggiate.blog.excite.it

XVIII. Si capisce poi tanto che di Mari non me ne frega praticamente niente?

8 Lug

XVIII. Si capisce poi tanto che di Mari non me ne frega praticamente niente — che lo trovo uno scrittore detestabile, del tutto trascurabile, che è un’idiozia privilegiarlo su alcuni milioni di altri scribacchini? Mi spiace dirlo adesso: se l’avessi detto PRIMA, e POI mi fossi messo a liberamente analizzarlo, avrebbe sicuramente fatto miglior impressione.

Piuttosto, non posso rilasciare commenti su www.biogiannozzi.splinder.com per il fatto — molto semplice — che il terminale che sono costretto a usare se voglio scrivere e leggere qualcosa in Rete non me lo consente.

Ho letto, quindi, alcune cose sul blog stesso, e altre ancora, ma non sono mai intervenuto perché non ci riesco. Che faccio? Intervengo qui?

***

[Non che ci sia di molto rilevante da dire, trattandosi di miei (eventuali) commenti. Piuttosto, quei ventiquattro punti Sulle donne, mi hanno fatto uno strano effetto. Mi sono venute in mente molte domande indiscrete. Sul tipo (le metto qui sopra per non porle direttamente a Giusippuzzu): le hai scritte tutte insieme, una via l’altra? O le hai scritte nel corso del tempo su un taccuino? Ti sei ispirato a qualcuno che ha scritto qualcosa del genere, o un consimile bidecalogo abbondante sulle donne?

((Ma mi ha colpito questo: che sono scritte in un modo stranamente faticoso e  incespicoso. Dànno l’idea che sia ‘successo qualcosa’, ora che ci penso, e l’averlo notato mi mette a disagio — per cui parola torna indrè))].

XVII. Michele Mari.

6 Lug

XVII. Ho già detto che ho incontrato il nome di quest’autore diverse volte, qua e là. Da ultimo (cioè ieri) me lo sono ritrovato davanti mentre leggevo le prime pagine delle Lezioni di enigmistica (Einaudi 2001) di Stefano Bartezzaghi, precisamente qui: "I veri appassionati" [si parla di puzzle] "preferiscono i puzzle più difficili, ma nessuno vorrebbe che il fabbricante mescolasse in diverse scatole tessere provenienti da diversi puzzle (fatta eccezione per il protagonista di Certi verdini, un racconto di Michele Mari)".

Il pezzo a cui allude Bartezzaghi è poi questo (si parla sempre di puzzle): "… e se già in concomitanza della penuria dei dodicimila eravamo talvolta ricorsi all’espediente di mescolare insieme i pezzi di due identici puzzle da seimila, &c." (Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Mondadori 1997); ed è un pezzo in cui già si vede quella cosa che notavo leggiucchiando qua e là in rete dei pezzettini sparsi, proprio da questa raccolta, frasi e paragrafi; la stessa cosa che mi ha fatto pensare che Mari scrivesse malissimo — cosa non del tutto vera, mi affretto a dire. Ma si noti come suoni male quell’ ‘in concomitanza della penuria’, quanto sia inutilmente contorto e artefatto, e quanto sappia di circolare ministeriale; che pesantezza noiosa quel ‘ricorrere all’espediente’, che ineleganza quell’inversione  dell’ ‘idebntici’, per non fare confusione poi, con la specificazione ‘da seimila’.

Ho già detto, qui sotto da qualche parte, che Mari ha prefato benissimo (e curato in modo un po’ dubbio) il volumone dedicato ai Manieristi e irregolari del ‘500, Ed. Poligrafico dello Stato 2000 (se ben ricordo); dalla prefazione sorgeva chiara l’idea fondamentale dell’estetica dell’ ‘ingorgo’.  Che questa cura non sia stata un compito svolto per dovere di filologo (notavo anche che come curatore Mari non sembra attentissimo, tra l’altro) lo dimostrano certe parole sue in Tu, sanguinosa infanzia cit., a p. 105: "il grande sapiente non è Platone, ma Ramusio, non Hegel, ma Linneo!", che saranno semiserie finché si vuole, ma che si accordano benissimo con l’estetica dell’accumulo che è la cifra tanto del libro (o ‘dell’ingorgo’, come dice prefacendo i Manieristi lo stesso A.) quanto, a loro tempo, dei Manieristi. A me i manieristi interessavano, fino a un certo punto, per avere un’idea dell’origine del catalogismo barocco. Ecco, per esempio: un libro barocco, una volta fatto a pezzi, diventa più bello; noto che il manierista Mari non ha nessun fascino, citato a frasucce, sembra un dilettante sovreccitato e presuntuoso — non ha più fascino una delle innumerevoli tessere dei Sette catalogi di Ortensio Lando, ovviamente. E’ nel complesso della materia accumulata, nell’ingorgo, per l’appunto, che questa scrittura trova il suo significato.

Il risvolto di copertina dice: "Esiste un limite della sensibilità, oltrepassato il quale comincia una terra di trasalimenti continui, una geografia d’incubi, una regione dove ogni minima offesa, il più lieve incidente, la più trascurabile delle omissioni ingigantiscono aprendo ferite che segnano per sempre". Ovviamente quella zona di cui si parla è l’infanzia di cui nel titolo. Il bello è che di tutto questo (il risvolto va avanti su questo tono per parecchie righe) nel libro non c’è traccia.

Di recente mi hanno fatto leggere un libro che non mi ha estasiato, ma che ho trovato una ‘soluzione elegante’, per quanto riguarda l’autobiografia infantile, e cioè l’Infanzia berlinese intorno al millenovecento di Benjamin. E’ una soluzione elegante, appunto: non la soluzione giusta. Benjamin ha indicato un modo di descriversi in un certo senso annullandosi negli oggetti, e soprattutto nei particolari architettonici, nelle prospettive delle strade, in determinati luoghi fisici. E’ stato un modo per salvare il deperibile nel non transeunte, e va benissimo; ma è una soluzione, appunto, un po’ troppo facile. Non più difficile è stato il modo impiegato da Mari, che non parla di offese o trasalimenti se non in materia di possesso: il suo mondo, cioè il mondo tutto materiale in cui si descrive, è letteralmente intasato di oggetti, e i suoi racconti sono i suoi ‘Undici catalogi’. Vale la pena di osservare che la materia catalogabile a cui fa riferimento è già di per sé collezione e catalogo, nella gran parte dei casi; ma su questo torno più avanti.

Non che sia ‘arido’, per carità: anzi, ne I giornalini, il primo, sembra ben vivo mentre freme all’idea orripilante di dover passare i suoi Cocco Bill a ‘Filippuccio’, suo figlio. Ma è interessante come è vivo: "Io sono  Cocco Bill, capisci?… Cocco Bill sono! Il capitano Haddock sono! Poldo! Gancio! Brainiac!" (p. 14).

 

(Continua).

XVI. La questione dei matrimoni gay.

5 Lug

XVI. Mai più pensavo di arrivare a pronunciarmi anche su questa materia; che a rigor di logica non mi riguarda, dal momento che non ho mai pensato di sposarmi, né con una donna, né con un uomo, né con un comodino. Quello che ho notato, anche in questa occasione, è l’enorme, insopprimibile curiosità di alcune persone nei confronti di un mio eventuale parere.

Mi è stato richiesto, a livello di piola, dopo un’introduzione a cura del più intelligente della compagnia (circa 46 minuti), che l’ha presa la più larga possibile, per arrivare, in sintesi, a.

Io ho detto: “Fatico ad avere opinioni in genere, a maggior ragione su quello che non mi riguarda minimamente”. “Allora sta’ zitto” — dissero; e andarono avanti per loro conto. E chi da piccino andava a casa dei ricchioni a farselo ciucciare, e chi ‘Ma tu non lo sai che a me il primo che me lo scappellò’, e chi, &c. E soprattutto pareri, distinguo, eccezioni, tutta una normativa. L’omosessualità non è un fatto; è un argomento. Con tutto il parlare che se ne fa, ci si dimentica che esistono gli omosessuali. [A fine serata provavo una specie di tenerezza per una ragazza intravista in autobus la mattina — ma mi è passata quasi sùbito].

A me tutti questi pareri non piacciono. Io dico sul serio, quando dico che non ne ho. Se non ne ho, non ne ho. Ma mi disturba un po’ non averne, anche, perché significa essere ancora più fragile — di fronte alle tonnellate di opinioni che hanno gli altri. Alla gente piace l’idea (solitamente è questo che segna l’esordio delle tavolate-fiume sull’argomento), l’idea di essere un pochino omosessuale, da qualche parte, là in fondo; ma ama quest’idea solo perché può, così, dirne tutto quello che gli passa in testa. Se non si fosse diffusa questa falsa convinzione, oggi discutere dei diritti degli omosessuali sembrerebbe assai meno democratico, e decisamente più fascista.

Ricordo la vecchia frase di un politico: “Ognuno voterà secondo la propria coscienza”, a riguardo di qualche legge in materia, tempo fa. Ma che cosa vuole, da me, la coscienza di xxxyyy, o di xyxyxyx, o di mille altri che per me non sono nemmeno flati vocis? Non è già questa una violenza? Farne una questione morale. Non un fatto — quella cosa da cui  nasce l’aspetto morale, ma che in sé è solo un fatto.

Volere fortemente qualcosa, magari, e dover passare sotto le forche caudine del giudizio di chi sai valere o quanto te o meno di te (dico in generale, sempre, poiché — ripeto — la questione non mi tocca da vicino) mi sa di insopportabile umiliazione. Il pallido ricordo di  quello che pensavo un tempo, un lacerto di ideologia dismessa (causa spazio — non sapevo più dove metterla), m’è sovvenuto: i diritti non si concedono, si prendono. [E quam celerrime, possibilmente, in modo da non permettere il vomito continuo degli opinionismi e delle tavole rotonde a livello piola: ma questa è una considerazione altamente personale, quasi estranea ai fatti].

XV.

2 Lug

XV. Ho leggiucchiato, come sempre quando mi connetto, qua e là nei blog che grosso modo conosco. Un po’ mi sento in malafede. Non vorrei, aprendo un blog, aver dato l’impressione di voler fare qualcosa di diverso da quello che posso fare. Spero, dovessi continuare, di non uccidere di noia nessuno.