Archivio | giugno, 2005

XIV. A proposito di niente

30 Giu

XIV. A proposito di niente, ultimamente ho sentito parlare spesso di Michele Mari, di cui so poco o nulla. Insomma, ho intravisto un suo libro, piuttosto ponderoso (posso dire solo di averlo soppesato) con molti brevi ‘articoli’ con letture di libri — non ne ho letto nemmeno uno. Ho leggiucchiato dei brani di sue cose su un blog, e mi sono parsi osceni. Ho letto una sua intervista, e l’ho trovata cretina. Sono tutte cose che ho già detto. Poi ho incontrato il suo nome come curatore del vol. degli Irregolari e manieristi del ‘500. Qui mi è parso grosso modo di capire come mai abbia scritto quelle fesserie sul bambino al parco, in quello stile ignobile.

L’introduzione, densa e breve, è bella. Non dico perché, magari qualcuno se la legge e se ne fa un’idea di persona, ma espone con sicurezza e in modo convincente quello che c’è da pensare sulla temperie e sulla maniera. Interessante, molto.

Credo però che il filologo non sia altrettanto forte quanto il lettore intuitivo. Ora non ho i rimandi esatti (pagine, righe e quant’altro), ma interpreta un ‘sagratissime‘ di Ortensio Lando come ‘segretissime‘, quando vuol dire, trasparentemente, ‘molto sacre’, ‘sacerrime‘, e può essere un calco sia del francese che dello spagnolo (très-sacrées, sagradisimas). Inoltre, doveva capire che non potevano essere ‘segretissime‘, quelle carte a cui l’agg. si riferisce, perché sono le carte, in part. i Proverbi di Salomone, di cui si può dire tutto ma non che siano segreti, dato che fanno parte del libro più noto al mondo. C’è anche una scelta molto particolare, quella di includere uno dei trattati del Porta, che non è proprio un manierista (appartiene più al secolo seguente) e che non è proprio un letterato — se si eccettuano le straordinarie commedie. Il Mari indica come una gustosa stravaganza tutto un disquisire del Porta sulle corrispondenze occulte tra il polpo (animale marino) e l’ulivo (albero). A parte il fatto che la scienza (a partire proprio da Galileo, che del Porta è in qualche modo la diretta conseguenza) ci dovrebbe aver abituato a ben altre stranezze, la notizia è di origine classica, non è un’invenzione del Porta, e c’è un riferimento a questa simpatia occulta anche (arrivo fin lì) nell’ Alceo o ‘Aminta bagnato’ dell’Ongaro, che dedica alcuni versi alle reti da pescar polpi inteste di ramoscelli d’ulivo.

XIII.

28 Giu

Salve a tutti. E’ la prima volta che riesco a (ho la voglia e la testa di) riconnettermi dopo la mia precipitosa fuga. Non è successo niente di che — nel senso che non c’è un evento traumatico, alle spalle di questa decisione. Cioè, decisione una cippa, piuttosto è (forse qui sarebbe un po’ pletorico inserire un ‘purtroppo’, ma tant’è) necessità, impellenza, obbligo.

Tutto, in verità, potevo aspettarmi salvo che qualcuno mi rimpiangesse. Da un lato è commovente. Dall’altra dispiace, perché evidentemente c’era l’occasione di fare qualcosa di questo blog. 

Per dirla in soldoni (entro in argomento anche colle metafore), sono in condizioni pietose, e mi spiego. La psiche — posso dire con Poligràf Poligrafovic’ Pallini — l’ho buona, non ho blocchi scrittorii e non ho angosciose crisi a mascherare vani tentativi di sottrarmi al meccanicismo degli eventi; non ho quella temibile infiammazione di quel canale — coso — carpale o che è, che fa dolere il braccio dello scrittore troppo indefesso (e nemmeno potrei averlo, perché ultimamente non ho compilato nemmeno la lista della spesa — non ho fatto nemmeno la spesa, per inciso). Fattostà che mi manca, e temo mi mancherà per un pezzo, eventuali missioni scrittorio-suicide a parte, il tempo materiale per dedicarmi a queste cose, vale a dire alla scrittura. Non ho i mezzi tecnici idonei per sfruttare i momenti subsecivi a vantaggio del blog. E’ un momento poco fortunato — diciamo; per dire: sono nella merda più putrida.

Credo si sia capìto.

Un domani, dovessi riuscire a risolvere qualcosa, non esiterei a tornare, ma non posso farlo prima di tanto: sono completamente in aria, devo risolvere vagoni di problemi. Comunque sia, lascio qui il blog, nel caso in cui.

Mi dispiace molto, ma proprio non c’è alternativa.

(Siete stati molto gentili).

Grazie, cia’.

d.

XII. Ciao

15 Giu

XII. Ciao a tutti.

Ciao, i.

 

d.

XI. Per I.

14 Giu

XI. Ehm,  ti parrò un ingrato e uno stronzo, conciossiacosaché ogni NO (la ‘sillaba impegnativa’ di voialtri cerebrologi) è passibile di attribuibilità meccanica a soggetto qualificabile come ingrato e stronzo. –br–

Traggo ovviamente immenso godimento dalla comprensione entro la ristretta circonferenza dei tuoi contatti dell’umilissimo link al modestissimo periclitantissimo blog di cui sono — in questo caso del tutto condegnamente — fondatore, possessore, gestore; un godimento che esorbita in misura direttissimamente proporzionale all’angustia elettiva della circonferenza stessa; e credimi che, per effetto fisico attrattivo, non sono io certo l’ultimo (benché sicuramente il meno commendabile) dei punti a puntare al Centro di quella circonferenza stessa.

Ma non posso trattenere per le briglie riottose il pensiero, che come il corsiero della sorte umana corre al precipizio sfondato dei peccati, sfaglia intollerante di morso e freno, e mi porta a un’infelice scelta di qualche tempo fa.

Hai presente, forse, i prodotti di marca "1", etichetta che orna (si fa per dire) un seletto spettro di prodotti da discùnt presenti in taluni supermercati. Tratto dall’irresistibile desiderio a divenire possessore di un fornelletto a butano (per cui spuntai un ottimo prezzo) e di una caffettiera (provenienza brasiliana, anch’essa a prezzo stracciato), volli stolidamente sincopizzare anche sulla preziosa materia prima dei miei risvegli, dei miei postprandii e delle mie lunghe, e inaspettatamente ricche, intercenali; e feci regolare acquisto, per centesimi settantasei, di una confezione di macinato marca "1".

Ma quali risvegli! Macché postprandii! Alla faccia delle intercenali! Appena poste a irritante contatto con la sciapa onda bruna, le mie papille gustative, inferocite, comandarono, con atto autocratore ammutinatorio, alle palpebre di richiudersi, alle coltri (eventuali) di scostarsi, al matarazzo (quando presente) di riaccogliere il mio abbraccio; i postprandii mi si strascinavano tra sbadigli indigesti, inerpicandosi faticosamente sù per le chine erte degli studii pomeridiani tra i vepri intorcinati di convoluzioni splancniche complettentisi per raggriccio e svogliatura di chilificazione; le intercenali mi si offuscavano tra vapori molesti di cartongesso abbrustolito e segatura, allappandomisi per giunta la lingua tra le scolature stentate e acri del liquame sciapito e insieme stopposo del sapore fesso e imperfetto alla cui esperienza mi sottoponevo per maledetta forza d’abitudine, e per macchinistica convinzione che un caffè, o due, o tre, nel dopocena, avendo caffè, e macchinetta, e fornelletto a bombola di butano, insomma, ci stesse bene.

La volta seguente, lasciato languire e svaporare affatto ogni aroma depressivo, per conto suo, nell’angolo di un canterano ingombro, non mi sono peritato dall’acquistare una confezione doppia di caffè riconoscibile per tale, approfittando peraltro di una provvidenziale offerta speciale.

(Tutto quanto ho detto, in termini meno precisi, è stato confermato da un occasionale interlocutore, che ha fatto forse non eletto ma efficace riferimento "alla pubblicità di Manfredi, ti ricordi? ‘Il caffè è un piacere; se non è un piacere, &c.’").

Lo stesso può dirsi del blog. Io non premo il caffè nel filtro, ma per esempio sbaglio sovente il dosaggio dell’acqua, che dev’essere a filo della valvolina; regolo male la fiamma, spesso, anche perché calcolo male l’intensità in base alla forza dei venti nel momento specifico in cui metto il caffè sul fuoco (faccio il caffè sempre all’aperto). Eppure se n’esce sempre qualcosa di grosso modo decente.

Lo stesso vale per il blog. So grosso modo esprimermi con parole mie una volta ogni tre giorni, anche se non sempre, quando la Grazia efficiente mi illumina, ho una postazione internet a portata di digitazione. Insomma, non sarà affatto quel miracolo che la lusinga (la bugia pietosa, che ai medici è concessa!!) ti ha suggerito all’orecchio.

Ma la sua cattiva o buona riuscita dipenderà, insomma, pur sempre dalle mie capacità, che talvolta sono scarse, e in tutti gli altri casi nulle. Vorrei però che ai miei volicelli faticosi fosse tolto di doversi tentare in un aere ammorbato da fetori.

In una parola. Non mi piace la vicinanza con l’arch. Con Gino ho litigato a ripetizione — non-mi-piace, Gino. Non vorrei si scatenassero casini, ovvio — ma soprattutto vorrei che ci fossero (sarà poco internettistico, non dico di no) dei percorsi preferenziali, ognuno in alternativa rispetto a ciascun altro non oso prospettarlo, primo perché non intendo lanciare campagne, secondo perché fallirei per certissimo (fallisco sempre), terzo perché non m’interessa, ma, ecco, questo sì — vorrei esserne parte io, ritagliarmi un po’ uno spazio in rete. Siamo tutti qui, comunque, e basta un clic. Per arrivare da me a Tashtego vorrei che ce ne volessero almeno due. Non chiedo molto, come vedi. Vale per lui, vale per Gino, &c. Anche per evitare sterili polemiche, e confusione. Non m’interessa praticamente nulla di quello che scrivono, non sono in nessun modo e in parte nessuna su quella lunghezza d’onda.

Lascia che il link al tuo blog rimanga sul mio; e leva il link al mio dal tuo. Fammi contento, almeno per la faticaccia che ho fatto per dirti tuttociò, forse con slombatura flaccida, ma anche con garbo — ciò che conta di più — e in maniera da scansare equivoci (spero ardentemente).

Cia’.
d.

X. Se devo essere sincero,

13 Giu

X. Se devo essere sincero, come so di dover essere, mi vergogno un po’ a dirlo, anche perché finora questo blog — si può dire — non è nemmeno nato. Purtroppo — annuntio vobis — è già morto. Nel senso che non ho la minima possibilità di tirare avanti in alcun modo, a causa di parecchie difficoltà sopravvenute. Posso pianificare, progettare quello che voglio, ma se nel mio futuro (temo non solo quello immediato) ci saranno anche soltanto carta e penna, sarà già un privilegio, dato quello che posso ragionevolmente aspettarmi.

Gli ultimi due anni hanno aggiunto molto alla mia vita, una serie di esperienze in sé piuttosto ripetitive e noiose, ma che mi hanno fatto capire che potevo fare una vita ancora più di merda di quella che facevo. E attualmente mi trovo inimmaginabilmente in basso, indescrivibilmente affondato nella mota. Ogni tanto vorrei che qualcuno fosse da questa parte della barricata, con me, e mi aiutasse a dire esattamente quello che è successo, quello che succede, quello che continuerà a succedere quaggiù.

E poi, di questo s’è già parlato, prima potevo scrivere, facendo finta, almeno per il tempo che ero ‘dentro’ il pezzo, che non ci fosse nessuno a leggermi. Adesso non posso più ignorare il lettore, l’interlocutore. E il lettore, l’interlocutore è uno che ha una faccia che non mi piace per niente. Non mi piace né quello che intuisco stia pensando, e ancor meno mi piace quello che può farmi. 

Un domani, volessi ricomparire, non potrei più farlo a mani vuote, come è successo ultimamente. Dovrei, necessariamente, decidermi a farlo per qualche motivo. Sicuramente, quando ci riuscissi, sarebbe per raccontare l’esatto senso di questi ultimi due anni/due anni e mezzo. Ma giusto perché non sappia solo la terra — anche se lo farei per un mio (in fondo) miserabile puntiglio, né coll’intento né colla convinzione che ‘possa servire’ a qualcuno. Anzi, adesso che ci penso: dovessi accorgermi che può servire, anche avendo tutto l’agio di dedicàrmicivicisi, rinuncerei immediatamente.

(… Un attimo).

IX. Giusippuzzu,

12 Giu

IX. Giusippuzzu, (posso chiamarti Giusippuzzu? Non fa niente, ormai cosa fatta capo ha), ho verificato nelle mie impostazioni, posso sapere, tramite un certo comando, se sono stato linkato da qualcuno (‘scopri chi ti linka!’, o sim.), e ho visto che nessuno mi ha linkato, in tutta la rete. In che modo mi hai linkato, di grazia? (Mi si vede, almeno?).

Veramente, vorrei proprio tanto che mi credessi, non me ne frega niente, solo che ormai s’è detto di ‘sto scambio di link, e — be’, insomma, vorrei proprio sapere dov’è andato a finire, il mio.

 ***

Ho già chiesto, peraltro, ad Azu/I. se posso linkarla, sul suo blog, e questa è una cosa che mi farebbe discretamente piacere.

 ***

[Intanto che raccolgo le idee potrei passare il mio tempo in rete a linkare blog (anche di perfetti sconosciuti, o di cui non ho mai letto una riga)].

VIII. Altre idee

11 Giu

VIII. Altre idee assolutamente confuse — come me ne vengono di questi giorni (a questo proposito, la perdita della facoltà di giudizio implica anche questo inconveniente: sei colto da una caterva di sensazioni e idee e impressioni e intuizioni, tra le quali tuttavia non hai la possibilità di sceverare, sicché ti ritrovi, come dire?, quasi costretto a spararle fuori tutte — non assomiglia al vomito o alla defecazione, metafore favorite per questo genere di produzione/esternazione, ma a una dinamica che vede la facoltà espressiva come una massaia allucinata che libera una soffitta che più la svuoti e più si riempie, scopando fuori con violenza disperata sfasciumi e polveri, e trascinando fuori a viva forza di braccia ciarpami e masserizie dismesse), sul perché… Sì, è ancora sulla scrittura.

Insomma, di questi tempi mi sento incredibilmente debole, e non oso concentrarmi su nulla in particolare per non dare la stura alle associazioni libere. Ma non posso impedirmi di leggere, per esempio, e men che meno di ascoltare. Sicché sono le opinioni altrui a dare la temuta stura. Attualmente sono prigioniero di una nebulosa di impressioni relative al perché si scrive. Un problema che io non mi sono mai posto, nemmeno quando avevo un minimo di lucidità (almeno in materia di scrittura, o di quello che mi sarebbe piaciuto scrivere), ma che mi devo porre nel momento in cui acconsento a parlare di scrittura con altri. Cioè, quando parlo con qualcuno che scrive, o quando (questo avviene nella gran parte dei casi) leggo di gente che scrive del perché deve scrivere, non posso esimermi dal considerare la domanda ‘Ma perché si scrive (io scrivo)?’, che sembra essere una domanda maledettamente importante per una fottuta quantità di diverse persone, della più svariata estrazione.

Ecco, le associazioni libere mi hanno porto una paroletta magica, a cui posso appigliarmi: estrazione. Come nasco, dove nasco, perché nasco — questi sono i problemi con cui hanno da fare, essenzialmente, gli scrittori che non sono propriamente scrittori, cioè coloro che scrivono ma non sono scrittori affermati, e forse non lo saranno mai, e hanno il problema di giustificare la presenza della scrittura all’interno di una vita altrimenti, com’è giocoforza, dedicata a cose assolutamente funzionali e rispondenti a una certa logica di fondo — anche i divertimenti, il momento carnascialesco, o la parentesi c., del lasciarsi andare hanno un loro inserimento nella vita in cui, quasi siparietti, si aprono. Il vano che si scopre in quel caso è o deve essere comunicante con il resto dell’edificio. Il vano della scrittura si apre con una fatica tremenda, perché per scrivere, di là dal diario o qualche letterina, non c’è spazio, non c’è tempo, e non c’è nemmeno — spesso — il contesto adatto; e, ciò che più conta, non comunica, non ci sono porticine che portino da altre parti della casa. Anzi, il più delle volte diventa un deprimente sgabuzzino di cose provenienti da tutti gli altri vani, e che nessuno si decide a buttare.

Sono arrivato a una risposta, che in un certo senso mi si è offerta da sé: in realtà, per la scrittura non c’è posto. Bisognerebbe, sicuramente, cominciare giovanissimi — qualche anno fa hanno abbassato, qui in Italia, la soglia d’età minima dello scrittore giovane da quella improponibile dei sessant’anni a quella altrettanto assurda dei diciotto. Chi comincia adesso fa ancora in tempo: se è molto molto giovane e abbastanza determinato, una casa editrice lo può adottare, e assicurargli la pubblicazione, anno per anno, di tutte le cacate che gli vengon fuori, nel corso dei troppi anni che sprecherà in cerca di un’ispirazione che non esiste. Questo è l’unico caso in cui per la scrittura non solo c’è sufficiente spazio, ma ce n’è addirittura troppo. Gli altri si arrangino — come effettivamente fanno.

Non mi sarei dilungato tanto (concludo) se non fossi rimasto veramente colpito dall’implicazione principale della risposta che mi sono dato, che conta infinitamente di più delle scontatezze in cui mi sono perso fino a questo momento: chi non ha né il dovere (per contratto, poniamo) né la convenienza di scrivere, l’unica è farlo per ripicca. So quello che dico, primo perché l’ho fatto anch’io (ormai, fortunatamente, è tic — è come passare dalla pazzia furiosa al filo di bava alla bocca, dalla reazione febbrile al male all’acquiescenza, dal barocco all’arcadia); secondo perché mi è stato, anche, detto esplicitamente da altri. ‘Ah, non posso scrivere [con tutte le cazzate che  &c. e coso che non sa nemmeno i congiuntivi &c.&c., e l’editore tale che &c. &c.&c.]? E io lo faccio lo stesso, alla facciazza vostra’.

C’è chi ritiene in buona fede di essere l’estremo avanzo di una stirpe appartenente a un ceto per tradizione escluso dall’esercizio letterario, e adesso egli/ella, sul promontorio dei secoli, etc. etc.; c’è chi lo fa per autosuggestione, cullando sogni di gloria che sa benissimo svanire all’alba; chi fa lo stesso, inducendosi però fantasie crisologiche che sa per primissimo completamente spallate e sbasate.

Ci vuole sempre una scusa, per scrivere, ho pensato — vedendo l’atteggiamento generale. Una scusa puerile, stupida; e talvolta anche dispettosa, cattiva, un po’ stronza. Se avessi ancora un po’ di capacità di giudizio cercherei una soluzione alla mia sciocca e rozza concezione dell’esercizio letterario, o mi indurrei ad accettare con animo quetamente gioioso il sacerdozio laico che dev’essere lo ‘scrivere sul serio’. Purtroppo non ho più giudizio di un anfiosso (?), e mi sono dimenticato qualunque concetto della scrittura mi sia mai formato.

VII. Sono riuscito

8 Giu

VII. Sono riuscito (con una certa fatica, perché ha un blog ricchissimo, disorientante, pieno di bannerini e rimandini e link e finestre che si aprono senza che nessuno le abbia chiamate) a scovare il messaggio più recente di KingLear, cioè Iannozzi (www.biogiannozzi.splinder.com), il quale, se ho ben capito, è partito, ho dimenticato per dove, ma lontano. Del suo blog, che si srotola per pagine e pagine e ha post sovente interminabili, ho letto pochissimo — nel dettaglio, diverse cosucce a pioggia, solo parti, e per intero la sola intervista a Grisostolo (l’intervista che sembrava un racconto, almeno a me in quel momento — affermazione di cui mi è stata chiesta ragione per ben due volte, non solo da KingLear, e che adesso non saprei più giustificare).

In sintesi, KingLear è via per lavoro, e tornerà il mese venturo. Non potrà scrivere né rispondere. Io non gli scriverò perché non saprei proprio che cosa dirgli, conoscendolo pochissimo — poco più che nient’affatto. Il suo nome mi è — per modo di dire — familiare perché l’ho incontrato diverso tempo fa (< = si parla di anni) sulla lista di fantascienza adesso (= da qualche anno) ospitata da Yahoo, alla quale temo di essere iscritto, benché sia ormai diverso tempo (= anni, u.s.) che non ripasso a leggere qualche messaggio. Mentre aspetto che torni, leggerò qualcosa del suo blog, o — meglio — dei suoi blog, perché ne ha più d’uno. Sembrano cose interessanti. E comunque sia, è uno scrittore (e anche editore? Ho letto da qualche parte di Print On Demand — approfondirò) professionista, e questo può essere a vario titolo sinforoso, e attraente.

Tutto ciò serve a motivare il link a KingLear che c’è, da poco, nella colonna a sinistra del monitor. La proposta (come si vede dai commenti al pezzo più lungo & più ambizioso, finora, del presente bloggo) è partita da lui — e io con blasfema curiosità vorrei chiedere perché, ma non oso. Comunque sia, nel frattempo mi sono portato avanti, nel senso che finora sono IO che ho linkato LUI. LUI, invece, a quanto mi è dato capire dal suo blog, non ha fatto altrettanto; non solo (cfr. sopra), è partito, all’improvviso, così, senza scrivere più niente.

Mi sento un po’ un coglione. Spero solo che al ritorno si ricordi di linkarmi, magari in un angolino sperduto del suo blog più piccolo e nero, sennò ci rimango troppo male.

Ma resto comunque fiducioso.

(Tempo scaduto. Cia’ — anche se non so a chi!

d.)

VI. Adesso, veramente,

8 Giu

VI. Adesso, veramente, BASTA. La mia religione non mi vieta di scrivere belinate, ma non mi consente di scrivere a braccio, nonché alla cazzo di cane. (Se belinate devono essere, siano almeno meditate, e frutto di laboriosa riscrittura). Purtroppo, per pensare, devo avere carta e penna (ma da quand’è che mi è tornata questa polverulenta abitudine? Credevo di esserci solo costretto, invece si vede che — senza accorgermene — ci ho proprio preso gusto). Fisicamente posso farcela, anche se mi vergogno. A scrivere improvvisando, dico. Era la più preziosa delle mie conquiste — l’ultima, prima di cominciare a ridiscendere sia velocemente che inesorabilmente lungo la china del labor limae — rigorosamente con lima a dentoni troppo spessi. Voglio farlo perché so che mi fa bene alla salute. Da domani riprendo a scrivere qui sopra, tutti i santi giorni. Magari una riga o due, non occorre di più. (Tanto non passa nessuno, in fondo che c’è da vergognarsi? Mah).

V. Credo di aver

2 Giu

V. Credo di aver avuto anch’io la tentazione, e non una sola volta, di scrivere esattamente "quello che mi vedevo intorno". Non pensare ad altri luoghi che a questo luogo, luogo in cui i personaggi agissero vivessero pensassero in mezzo a un mondo che era questo o era del tutto simile a questo, sottoposto all’influenza di tutti i sostrati di tutte le predeterminazioni storiche, di tutte le minuscole trasformazioni dagli -anta in qua, a livello rionale, di condominio, di ballatoio avvenute esattamente in questo rione, in questo condominio, in questo ballatoio, in questa stanza, qui, su questo tavolo — smettendo, semplicemente, di sentire la voce insistente e sottile dell’umiliazione che, quando ero alle prese con ben altre aspirazioni letterarie, non potevo impedirmi di sentire. Una piacevole e commoventemente stanca sensazione di galleggiare in un’atmosfera densa e brodosa, e di aggirarmi in un crepuscolo opaco ma quieto mi ha preso, e mi ha fatto sentire parte del mondo che mi circondava.

Mi ha fatto bene, indulgere a questa fantasia cretina — anche se non dubito affatto che, dovesse ripresentarsi questa sensazione (comunque sia, a questo livello almeno, bisogna provarle tutte) la scaccerei senza pietà nessuna –, perché mi ha insegnato che dove, con senso di colpa e inadeguatezza, mi pareva che la mia vita fosse solo cinque o dieci su cento, in realtà era cento su cento — e non cento su cento che mi piacesse o no, ma in un modo che proprio mi piaceva, anche se la sensazione umidiccia e accogliente datami dall’indulgere, anche letterariamente per un periodo, a quella stupida, pigra e malsana tentazione era sparita, e mi sentivo esposto, e anche un po’ infreddolito.

Le mie giornate, attualmente, trascorrono in modo monotono, tanto da rendere la mia principale attività accessoria — guardare l’aspetto delle vie, delle case e delle persone che entrano ed escono dalle case e transitano per le vie — addirittura interessante, e non solo rilassante. Lo dico perché di per sé non c’è proprio nulla di interessante nelle facce (salvo alcune, che sono interessanti — duole dirlo, quasi, ma è così — perché belle), o nelle case (salvo talune, che sono fabbriche antiche e — crepo dai sensi di colpa, a dirlo, ma purtroppo è così — belle, alcune bellissime, maestose, splendide) o nelle vie (salvo alcuni viali, che corrono tra alte e vecchie case, viali, è giocoforza dirlo, belli — o altre [e anche loro piuttosto belle] vie appartate, che corrono magari in un po’ di verde).

Quello che però rende ancora più interessante, per me, lo spettacolo — in realtà identico a sé stesso, da qualunque angolatura, a qualunque ora del giorno — della vita in movimento non sono le cose belle, con cui ho una specie di sorniona familiarità, e nemmeno quelle oscenamente brutte, che alla fin fine sono belle a loro volta, ma quelle di aspetto mediano, né brutte né belle, semplicemente comuni e scarsamente appariscenti. Ho notato che, come per quanto riguarda la specializzazione dei sessi durante lo sviluppo, non esiste, in realtà, una medianità perfettamente mediana. Esistono medianità che tendono al bello e medianità che tendono al brutto. Prevalentemente (e qui il parallelo colla specializzazione dei sessi non regge più) il mediano si sforza di essere bello, o reca le tracce di un consistente sforzo trascorso; ma prevalentemente tira al brutto, perché lo sforzo è inutile. Certe fabbriche degli anni Sessanta e Settanta, che non mancavano di una loro eleganza, quando erano pulite e bianche, e soprattutto quando non erano sorpassate, sono conciate oggi in una maniera che deve nemmeno aver sfiorato l’immaginazione di chi le ha costruite, nel momento in cui le ha costruite. Lo stesso avviene con certe facce, che reggono nonostante tutto, purtuttavia sormontando corpi sformati o segaligni, o il contrario. Ma il paragone non può farsi, perché le fabbriche degli anni Sessanta e di qualunque altro decennio è un’eredità, volontà e lascito altrui che ci si impongono, e sui cui non possiamo nulla — mentre, stesse alla nostra sola volontà, saremmo tutti Veneri e Adoni.

La bellezza, forse, consiste solo nella tensione — nella vita che tende l’arco. Non lo so, ma tutto sommato a me sta bene — non sono mai andato alla ricerca, specificatamente, e quindi men che meno ossessivamente, del significato autentico della parola Bellezza, e non m’interessa nemmeno adesso. Ma mi sembra, incontestabilmente, almeno dato quello che vedo io, che anche questa scrittura, assolutamente localizzata, che prevede un inventor un po’ radar e un po’ sismografo, sia molto da inventare. E’ vero che si può scrivere molto di più, e molto più continuativamente, e forse con più proprietà e correttezza e coerenza, di quello che si vede e si esperisce e si vive tutti i giorni — ma il risultato? Non può non consistere nella stessa noia, e va bene, nello stesso grigiore, e va bene, ma soprattutto nella stanchezza, nella floscia, menna, indecorosa, e quindi impresentabile, acciabattatura di quasi tutto quello che ci vediamo intorno. Tutto questo a parte la noia mortale che costerebbe a chiunque leggesse.

Il punto sostanziale (almeno io arrivo fin qui) c’entra con la funzione della scrittura. E’ inutile desiderare con tutte le proprie forze far entrare ‘la vita’ (desiderio vago e vano) nella scrittura: la natura stessa delle cose non tollera doppioni; a quel punto, o la vita o la scrittura sarebbe perfettamente inutile. Credo che la scrittura debba saper, semplicemente, passare oltre il diaframma opposto dall’opacità del reale. Presupporlo, ma non farsene tiranneggiare. Avere un suo proprio luogo, ben appartato, in cui possa procedere alle sue operazioni di trasmutazione, che possono essere lunghissime (come quel diaframma, che può essere spessissimo, ed essere appena scalfito), e in cui chi scrive sia libero di convincersi, pian piano, di dovere poco, o di non dovere addirittura nulla (del tutto che le deve) alla realtà in cui sta immerso, e possa a suo bell’agio adulterarla, rifarla, o negarla totalmente. In cui impari una sacra diffidenza e un sacro orrore di tutto quello che le si presenta già ‘bell’e fatto’ da scrivere, e le salti immediatamente addosso a rifarle il trucco, a renderla sempre un po’ più grande, un po’ più colorata, un po’ più proporzionata, un po’ più tonda. L’arte dell’ostrica, insomma.

Quasi tutti gli oggetti che non accettiamo hanno ascendenze prettamente umane. Non li mandò Iddio e non li volse la Provvedenza. Che serva o non serva a qualcosa (e in sé, almeno a me, serve eccome), la scrittura dovrebbe essere interamente consacrata, quantomeno, alla sordità tetragona, all’assoluta cecità, all’insensibilità assoluta all’attrazione (in realtà irresistibile) di un Tutto che di grande e terribile mi sembra non avere proprio un cazzo (noia a parte).

IV. Grazie, i. 1. Non credo che

1 Giu

IV. Grazie, i.

1. Non credo che l’anima sicca sia da sola in grado di scongiurare la noia. Mi sento molto cambiato da allora, quand’era in parte e forse non solo in parte altr’uom da quel ch’io sono. Se pure sono, ovvio. Comunque, ultimamente sono qualcosa di letale — lo so e basta.

2. Lo so bene che sarebbe uno dei migliori blog della rete, quanto a scrittura. Sarebbe anche uno dei peggio fatti, parte per mia impeditezza, parte per mia pigrizia, parte per limitatezza dei miei mezzi (non dico attuali, perché non sarà mai un problema solo di adesso). Se sto alla voce della mia coscienza, credo che nemmeno la prospettiva del Nobel e dell’incoronazione in Campidoglio mi scuoterebbero minimamente. Figùrati la prospettiva di scrivere anche il miglior blog della rete! — sono quasi tutti pieni di minchiate, comunque.

3. Dovrei fregarmene, e scrivere comunque. Ho alla mia sinistra due che puzzano, una specie di duetto odorologico in forma-sonata, e ciò mi deconcentra. E poi ho sonno.

4. Questi blog sono veramente delle vetrine per imbecilli monologanti intorno ai propri calli! Se riesco a organizzarmi, ogni tanto potrei postare un saggino. Ma devo riuscire a organizzarmi, appunto. Non so se ci riesco; ma un diario ce l’ho già, grazie (e non lo leggo nemmeno io, figuriamoci se lo infliggo agli altri).