III. Non so se

31 Mag

III. Non so se si è notato, ma il primo post di questo blog è del 6 gennaio scorso. Non è una data fatidica, e nemmeno semplicemente significativa: mi limito a far notare che ho aperto questo blog e poi me ne sono dimenticato, per parecchi mesi. Semplicemente, non riuscivo a scrivere in rete, parte per mancanza di un piccì, parte per mancanza di tempo, parte – ma me ne accorgo soprattutto adesso – per mancanza di cose da dire in questo preciso contesto. Dal momento che a nessuno è mai venuto in mente di obbligarmi a scrivere entro l’ora tale e di smettere esattamente un’ora dopo (di un’ora è il tempo di connessione alla rete concesso dalla biblioteca da cui digito) non posso fare affidamento su alcuna autodisciplina. Riesco a scrivere solo in determinati contesti. In un contesto che trovo o dispersivo od ostile o semplicemente inadatto non riesco proprio a scrivere.

Quando apersi il blog mi sorrise per un attimo l’idea di scrivere praticamente in privato, senza far sapere a nessuno che c’ero e che stavo scrivendo. Ma questo lo facevo e lo faccio già a mano; mentre scrivere in rete doveva per forza di cose implicare la prospettiva, presto o tardi, di un coming out – magari foriero di frustrazione e senso di abbandono, come è quasi certo, ma non è questo il punto. Il fatto è, semplicemente, che non posso seguire un doppio scopo, quello di nascondermi e quello di venirmene allo scoperto (con chissà poi che sorprese!) contemporaneamente.

Troppe pippe, troppi pensieri, troppi timori. Forse sto pagando a carissimo prezzo la leggerezza con cui mi sono buttato a scrivere qualche anno fa; avrei fatto bene a farmi venire un ragionevole numero di dubbi al tempo, ora me ne si presentano troppi, e non posso più dar sesto alla confusione. Si aggiunge anche la leggera sensazione di commettere qualcosa di poco morale – una sorta di connivenza con certi meccanismi in cui mi sono lasciato volentieri coinvolgere con la beota presunzione di poterli governare a piacimento, rimanendo regolarmente travolto. Si aggiunge l’incoraggiamento delle Iagne, si aggiunge la delusione delle veneri. Mi sono accorto di sentirmi comunque a disagio, sempre, quando si tratta di progettare, molto banalmente, qualcosa da scrivere in rete. Mi sento cornuto, mazziato e scontento. Come la prima volta che mi successe di sentirmi cornuto, mazziato e scontento.

Dunque, inutile dirsi ‘passerà’. Non passa un cazzo, perché non deve passare. Ed è giusto così. Quello che resta, oltre a quello che avrei potuto fare e non ho fatto, mi consola pienamente e mi risarcisce per buona metà. Nessun’amarezza, dunque, da parte mia.

d.

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