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569. Epigrafe.

23 lug

Per la tomba d’un celebre scrittore.

DISADATTATO, TIMIDO, INATTVALE,
SCHIVAI LA VITA, E IN CARTE SON VISSUTO;
SE SI PERDE QVEL SOLO CHE S’È AVUTO,
CON RAGIONE MI DICONO IMMORTALE.

475. Trattato dell’epigramma. Sezione XXI.

11 nov

SEZIONE XXI. EPIGRAMMI RICOMPENSATI.

 

Ed ecco quello che dovevo dirti a proposito della struttura dell’Epigramma; che, per quanto succinta essa sia, o debba essere, non è infine un parto dell’ingegno così piccolo, che non vi siano stati Principi, o persino Stati, che ne abbiano voluto riconoscere il merito con strepitosi onori, e con sostanziose ricompense. Così leggiamo che quel famoso Re di Siracusa, Gerone, in segno di riconoscimento per il fine Epigramma Greco che il Poeta Archimelo aveva composto a proposito di un grande Vascello fatto costruire da quel generoso Principe, ricompensò l’Autore con un presente di mille mine di grano, che gl’inviò al Porto del Pireo, in un tempo in cui la Città di Corinto viveva, o meglio languiva, in uno stato di grande miseria. Così leggiamo ancóra che l’Imperatore Vero, che successe all’Imperatore Adriano, di cui fu amantissimo, faceva tanto gran conto degli Epigrammi di Marziale, a causa delle sue acutezze ingegnose, che soleva chiamarlo il suo Virgilio. E la Storia c’insegna che l’Impero Romano non esitò a tributare allo stesso Poeta Marziale, ancóra vivente, onori pubblici in ricompensa dei suoi bei Versi. Ed egli stesso testimonia nei suoi Epigrammi che fu da loro elevato alla dignità di Cavaliere Romano, che esercitò l’ufficio di Pretore e che godette del diritto di Borghesia, e di diversi altri grandi privilegî. Così quell’equo dispensatore di ricompense, il saggio Senato di Venezia, non contento di rendere onore per onore, volle riconoscere anche con un magnifico presente un piccolo Epigramma di sei Versi che l’illustre Poeta Sannazaro aveva composto in onore della famosa Repubblica. Epigramma che s’incontra ancóra nelle sue opere Latine, e che comincia in questo modo:

 

Viderat hadriacis Venetam Neptunus in undis, &c.

 

Dopodiché, nessuno si meraviglî se ripeto qui quanto da me detto nella Prefazione della mia versione del Sacro parto del Sannazaro, che era una felicità impareggiabile, e una letizia estrema per i rari Ingegni vivere così in tempi eroici, in cui le ricompense erano così grandi, e le lodi così straordinarie. L’onore nutre le Arti; non c’è nulla che ci sproni maggiormente nello studio delle buone Lettere quanto la visione della Gloria; ma soprattutto quando essa stabilisce il suo trono in Parnaso, e mescola i suoi raggî allo splendore dei nostri Lauri, ed illustrando le nostre Muse, le fa apparire più vivaci, più rifulgenti.

474. Trattato dell’epigramma. Sezione XX.

11 nov

SEZIONE XX. IL POETA EPIGRAMMATICO SCRIVENDO DEVE OSSERVARE IL DECORO E L’ONESTÀ.

 

Il Poeta Epigrammatico potrà anche notare che riprendendo i vizî del suo secolo non deve usare i termini osceni che rappresentano le cose con un po’ troppa libertà, e che lasciano impressioni sporche nell’animo del Lettore. Infatti, ancorché tutto sia puro alle anime pure, vero è che esiste un certo pubblico decoro che non è mai conveniente violare. So bene che per scusare quest’intemperanza di penna gli antichi Poeti si sono serviti di questa giustificazione piuttosto ingegnosa:

 

… castum esse decet pium poetam
Ipsum, versiculos nihil necesse est,
Qui tum denique habent salem ac leporem,
Si sunt molliculi ac parum pudici
Et quod pruriat incitare possunt!

 

E che hanno detto anche:

 

Lasciva est nobis pagina, vita proba est.

 

Ma rinvio a questo proposito al mio Epigramma del Poeta lascivo, che si può léggere in qualche parte della mia Raccolta d’Epigrammi. E dopotutto ci si può ricordare che essi parlavano da uomini che seguivano ciecamente le leggi di Natura, che non erano rischiarati né dai lumi della fede, né riscaldati dalla fiamma della Carità; e che facevano professione di una Morale che quantomeno sotto questo aspetto non si faceva troppe preoccupazioni circa il buono e il cattivo esempio. Dobbiamo pensare che lo stesso non vale per noi, che in questa vita abbiamo ben altri lumi, e che dopo essa speriamo in un’altra ancóra più chiara. Certo, se l’antico Socrate, dovendo un giorno parlare in pubblico, e dovendo riportare letteralmente un discorso che non era molto decoroso, si coperse il viso col mantello, non avremo noi vergogna a scoprire quello che dovremmo tenere segreto, come parti del corpo che la convenienza ci obbliga a tenere nascoste? E chi ci può impedire di chiudere persino le orecchie ai conversari e alle letture che oltrepassano i limiti del rispetto e della modestia? Così in un sacro Concilio, quando fu questione di ascoltare le proposizioni di Arrio, quel grande Eretico, i Padri della Chiesa si tapparono nel frattempo le orecchie, per non insozzarsi lo spirito né il corpo con una dottrina così perniciosa.

Non è però che, con atteggiamento troppo austero, io voglia privare l’Epigramma delle sue alzate spensierate, dei suoi dardi vivaci, ma ingegnosi, dei suoi scherni innocenti, e nemmeno delle sue espressioni un po’ libere, poiché sono altrettante gemme dell’Epigramma, il cui principale carattere è il pungente e il gajo. Ma voglio dire che bisogna servirsene bene; e che l’allegria moderata è sempre la migliore, poiché non ha quelle improvvise impennate che trasfigurano d’un tratto il viso e lo spirito delle persone, e le fanno apparire tutt’altre da quello che sono. È, o mio caro Lettore, quello a cui ho cercato di attenermi nella produzione dei miei Epigrammi, in cui mi sono, mi pare, piuttosto tenuto entro i limiti della ragione e del rispetto, e in cui mi sono serbato fedele, per quanto l’argomento lo richiedeva, alle rigide leggi del pudore, e del decoro. Dopotutto, siccome i precetti sono in generale un po’ penosi e severi, riconosco francamente che è sempre più facile dire quello che si deve fare di quanto si possa porre in atto.

473. Trattato dell’epigramma. Sezione XIX.

11 nov

SEZIONE XIX. Come un onest’uomo debba condursi con i Poeri per conservare la reputazione.

 

Ma siccome sotto quest’aspetto i Poeti devono essere assolutamente riservati, i galantuomini devono condursi con i Poeti del loro secolo in maniera tale da non dar loro mai occasione di suscitarne il fervore, né di aguzzare contro loro le punture della Satira. Ciò a cui i più saggî, e più perìti Personaggî dell’antica Grecia, e della Repubblica Romana, si sono sempre esattamente attenuti; e che tutti gli altri saggî devono sulla loro scorta mettere in pratica. Le Api sono dolci e pacifiche di natura; ma quando le si irrita, esse hanno pungiglioni capaci di far presto pentire chi le ha irritate. Lo spirito dei buoni Poeti è solitamente lo stesso; non c’è nessuno di più affabile, di più dolce, di più innocente finché non sono perseguitati, e non si turba la dolcezza della requie che essi amano. Ma se sono attaccati una volta senza ragione, il buon sangue che li alimenta si riscalda, e bolle loro nelle vene; e c’è da temere che i loro Versi pungenti non li vendichino, e non riducano i loro vigliacchi avversarî a menare vita vergognosa e languente, e ad affliggersi fino alla morte. Perché, oltre a quello che ci raccontano le Storie del Poeta Archiloco, che indusse Licambo suo nemico all’estremo di filarsi da sé la corda con cui impiccarsi, ho letto un tempo nelle diverse lezioni di Marc-Antoine de Muret che egli aveva conosciuto ai suoi tempi un Poeta, che con i suoi Versi Satirici impresse tale vergogna sulla fronte del suo avversario, e un tale dolore nella sua anima, che presto morì di disperazione e di rabbia. È per questo che il divino Platone nel suo Dialogo di Minosse mise giustamente in guardia coloro che amano una buona nomea e una lunga reputazione dal frequentare mai un Poeta; e, a scanso di attirarne gli odî, di conciliarsene l’amicizia con buoni ufficî, e con attestati d’onore, e di stima. E dato che quello stesso Minosse, che era Principe di Creta, aveva infinitamente perseguitato la Città d’Atene, che era il più nobile e il più favorito recesso delle Muse, e dei loro Favoriti, quel Principe orgoglioso e violento incorse in tal modo nel loro odio e nella loro disgrazia, che tutte le azioni della sua vita, vere o finte, servirono poi di bersaglio schernevole e argomento a tutti i Poeti Comici e Satirici della sapiente Grecia. Ciò che testimonia sufficientemente che non hanno meno dardi pungenti per rintuzzare le ingiurie di quelli che li disprezzano e li oltraggiano, di quanti abbiano bei fiori da spargere sulla fronte di quelli che li amano, e che li lodano.

472. Trattato dell’epigramma. Sezione XVIII.

11 nov

SEZIONE XVIII. DELLA MODERAZIONE DEI POETI EPIGRAMMATICI.

 

Ma non potrei fare a meno qui di dare ancora un avvertimento, salutare a coloro che si applichino a questo genere di Componimento, che tiene il più delle volte un po’ dello scherno e della Satira; ed è che nell’ingigantire le viltà, e i vizî del proprio secolo, e nel perseguirli lancia in resta come nemici dichiarati, devono sempre ricordarsi di questo precetto di Marziale:

 

Hunc servare modum nostri novere libelli,
Parcere personis, dicere de vitiis.

 

Voglio dire che essi devono accuratamente attenersi al fine principale della Satira, che è quello di diffamare i vizî, e non le persone. E se talora i Poeti ci forniscono Nomi falsi e fittizî, è solo col fine di dare al componimento un corpo, per renderlo più sensibile e per fare così maggiore impressione sullo spirito. Infatti, ancorché sappiamo che nel fiorente Stato dell’Impero Romano gli antichi Poeti si presero la libertà di nominare nelle loro invettive le maggiori Personalità del loro tempo, fino al punto che Catullo non risparmio Giulio Cesare, che tuttavia per questo non gli fece nulla di male, sta di fatto che bisogna badare attentamente che questa licenza sfrenata nel parlare e nello scrivere non sia contraria al pubblico onore, né pregiudizievole alla reputazione dell’Autore. Ora, essa può essere nocevole al pubblico, se si arriva a scoprire e a mostrare a dito i pazzi, e i criminali, che saranno indubbiamente sempre di più che gl’innocenti e i saggî; o, peggio ancóra, se, sul modello di Aristofane, che compose una pungente Commedia contro Socrate, si giunge ad attaccare i buoni e i virtuosi, sia pure nei loro punti deboli. In effetti, chi è tra gli uomini che non abbia il suo debole? O, come dice il Satirico, Auricolas Asini quis non habet? Esso può essere di pregiudizio alla reputazione stessa dell’Autore, dato che potrebbe essergli giustamente rimproverato di essere stato tanto severo con gli altri quanto indulgente con sé stesso; d’aver visto la pagliuzza nell’occhio altrui, e non la trave negli occhî proprî. E infine di aver eventualmente preferito con troppa disinvoltura la puntura e la sottigliezza di un motto di spirito al caritatevole dovere di un buon Amico. Ed è questo il vero sentire di Seneca il Filosofo quando dice in una delle sue Epistole:

 

Quare tolle iocos; non est iocus esse malignum;
Numquam sunt grati, qui nocuere, sales.

471. Trattato dell’epigramma. Sezione XVII.

11 nov

SEZIONE XVII. DIVERSI GIUDIZÎ PER CATULLO E MARZIALE.

 

So bene che il giudizio favorevole che do di Marziale a svantaggio di Catullo è fortemente contrario al sentire di quel raffinato Poeta Veneziano, Andrea Navagero, che si era tanto apertamente dichiarato ostile a Marziale che non mancava mai, in un dato giorno dell’anno, di ardere un volume degli Epigrammi di quel famoso Poeta in presenza di Amici; dicendo essere quello il più gradito sacrificio che potesse fare alle Muse. Comportamento veramente un po’ troppo sprezzante, e severo, ma a cui probabilmente non avrebbero negato consenso quegli altri due Autori Italiani, Raffaello Volaterrano, e Lilio Giraldi; poiché uno diceva che chi volesse cercare l’eleganza Latina doveva andarla a cercare fuori da Marziale; mentre l’altro sosteneva che chi avesse tratto quanto di più sopportabile c’è in Marziale ne avrebbe ricavato un libro minuscolo.

Ma al giudizio depravato dell’Italiano Navagero oppongo sùbito il giudizio di quell’altro nobile Poeta d’Italia, Marc’Antonio [di] Casanova, che fu considerato in persona il Principe degli Epigrammatisti del suo tempo. Infatti, trovo che colui, secondo ne riporta Paolo Giovio, voleva assomigliare molto meno a Catullo che a Marziale; nel quale incontrava, diceva, ornamenti e grazie che non trovava da nessun’altra parte. Quanto al Volaterrano, era davvero un uomo di grandi letture, ma che con le sue laboriose opere era più portato a secondare la pigrizia di quelli che vogliono diventare sapienti con poco sforzo; il cui Spirito non si segnalava per il discernimento, né per il gusto per le grazie e le delicatezze della Poesia Latina. Almeno questo è il giudizio che Paolo Giovio dà di lui nel suo Elogio. Ed è pertanto che il suo suffragio non mi sembra in questo degno di grande considerazione. Per quanto riguarda Lilio Giraldi, per quanto dotto e illuminato fosse, si direbbe che si pronuncî contro Marziale quasi tremando, e solo con licenza dei dotti Uomini del suo secolo, che temeva d’offendere diminuendo gli Scritti di un Uomo che godeva di quasi unanime approvazione. E dopotutto non condanna Marziale così assolutamente da non trovare nei suoi Versi molte cose degne di stima, e di lode.

So bene anche che Marc-Antoine de Muret, che non era malvagio Giudice nelle materie di cui trattiamo, avendo egli stesso composto in gioventù Epigrammi non disprezzabili, parlando in una delle sue Epistole Latine di Catullo e di Marziale conclude in favore del primo, e con gran disprezzo dell’altro; fino al punto di dire, che non c’è meno differenza tra questi due Poeti Epigrammatici di quanta possa aversene tra i begli e ingegnosi scherni di un onest’Uomo, e le piatte buffonerie e le vergognose scurrilità di un Bagatto, o Ciarlatano, che diverta il popolo minuto nelle pubbliche piazze; ecco le sue esatte parole: Inter dicta scurrae alicuius de trivio, et inter liberales ingenui hominis iocos multo urbanitatis sale aspersos. Ma, secondo me, al Poeta Muret qui è successa la stessa cosa che càpita agli Oratori profani o sacri, che dànno tutto l’incenso e tutta la gloria al Santo, o all’Eroe, di cui hanno intrapreso il Panegirico. Muret aveva scritto nel passato un Commento a Catullo; e per dare autorità alla sua scelta volle che si credesse che aveva fatto a ragion veduta, e con cognizione di causa, quello che aveva fatto solamente per caso. E poi, se si deve prestar fede a Claude du Verdier nella sua Censura degli Autori, c’è qualche apparenza che non tutti gli Epigrammi che leggiamo in Marziale siano della mano di Marziale stesso. Ciò che egli inferisce tanto per la differenza dello stile, quanto perché possedeva un antico Manoscritto di quel vecchio Poeta, che non comincia con gli stessi Versi che si leggono nell’edizione pubblicata. Ciò che Muret sembra indirettamente sostenere quando concorda sulla presenza di molte cose in Marziale non prive di qualche tratto di dottrina. Neque vero negaverim, dice, multa in Martiale quoque non inscienter dicta reperiri.

Quantomeno, posso opporre al disgusto di Muret l’illustre testimonianza di uno dei più grandi Oratori dell’Antichità, voglio dire Plinio secondo, che chiama Marziale uomo di spirito, gredevole, vivace e penetrante. Aggiungo a questo anche il suffragio del più giudizioso e sapiente Uomo del suo secolo, Adrien Tournebous, che nelle sue diverse lezioni dichiara altamente di non essere d’accordo con coloro che definiscono Marziale un maligno buffone, e che credono che la sua Poesia non sia elegante. Angelo Poliziano, la cui Musa non era meno polita del nome, era della stessa opinione, quando nella sua Prefazione alla Retorica di Quintiliano chiama Marziale il più ingegnoso di tutti i nostri Epigrammatici. Janus Vanderdoes, nel suo Commento a Petronio, non si perita dall’indirizzare a Marziale un Elogio che lo innalza al disopra di tutti gli altri Poeti, almeno gli Epigrammatici, dato che lo chiama Salsissimus Poetarum, colui la cui Poesia ha più sale, e più aculeo. Lorenzo Ramirez, che è uno dei migliori Interpreti di quel famoso Poeta, dopo molte belle lodi tributategli, dice in poche parole che secondo la massima di Orazio è un Poeta che dev’essere preferito a tutti gli altri, perché non ce n’è altro che abbia meglio di lui unito l’utile al dilettevole. Antoine Lulle, nella sua Retorica, dice in chiari termini che nessun uomo mai più di Marziale ebbe lo spirito conformato all’Epigramma, Ad Epigramma natum ingenium. Ed è anche lo stesso sentire di Giovanni Pontano, nel suo bel Trattato della Lingua, in cui chiama Marziale artificiosissimum Epigrammatum scriptorem, un Poeta che fa Epigrammi con arte meravigliosa. Giulio Scaligero, nella sua Poetica, non si perita di dire che Marziale ha scritto Epigrammi tutti divini. Giusto Lipsio, nelle sue Questioni Epistolari, dice francamente che s’augurerebbe per la gloria di Muret che il giudizio sfavorevole che ha dato di Marziale non fosse mai sfuggito di penna ad un così sapiente Personaggio; aggiunge a questo proposito di essere assolutamente dell’opinione di Giulio Scaligero. Non la finirei più, se volessi riportare qui tutte le illustri testimonianze che tanti eccellenti Uomini hanno reso del Poeta Marziale, anche a pregiudizio di Catullo. Si può su questo consultare quel dotto Papa Enea Silvio, o Pio II, il Carafa, Domizio Calderini, Gioviano Pontano, Merula, Didier Hérault, il Radero, e tutti gli altri che si sono fatti carico di commentare o interpretare Marziale; fino a quel sapiente Spagnolo, Martino Sobrario, che ha interpretato i famosi Distici di Michel Verrin, che non si perita di dire, nella vita di quel Poeta morto assai giovane, che se fosse vissuto di più non avrebbe ceduto, in materia di bella Poesia, né a Tibullo, né a Catullo, né a Properzio, né a Marziale stesso. Infine, concludo questo capitolo riportando il suffragio di uno dei più celebri Poeti Francesi dell’ultimo secolo, Joachim du Bellay, che, nella sua Illustrazione della Lingua Francese, esorta energicamente il Poeta in erba che si voglia istruire e formare nell’Epigramma, di proporsi principalmente, come perfetto modello, l’esatta imitazione di Marziale, per non assomigliare ad un cumulo di moderni stornellatori, che in un Dizain sono contenti di non aver detto nulla che valga nei primi nove Versi, purché che al decimo ci sia la battuta che fa ridere. E La Fresnaye, nella sua Arte Poetica, parlando dell’Epigramma, caldeggia quanto du Bellay l’imitazione di Marziale, quando dice De Martial remarque le merite. Così posso dire con verità che le opere di Marziale sono sempre state come un campo fertile in cui quei due famosi Epigrammatisti del loro tempo, Marot e Saint-Gelais, e mille altri Ingegni serî e giocosi del secolo passato, e del secolo presente, hanno raccolto a piene mani un’infinità di bei fiori, con cui hanno arricchito la nobile e preziosa Ghirlanda delle Muse. Ma siccome questo non appartiene affatto al mio argomento, lascio la ricerca, e la discussione più ampia di ciò a coloro che vorranno a proprio agio soppesare il merito di quei due antichi e celebri Poeti Epigrammatici, Catullo e Marziale, per tornare al vero e specifico carattere dell’Epigramma.

Dedurre qui in che cosa consista principalmente questa punta così ricercata e desiderabile; e anche come si possa distinguere un buon Epigramma da uno cattivo; non sarebbe forse come voler mosytrare la differenza che intercorre tra le tenebre e la luce? Certo un bell’Epigramma è come una beltà sfavillante e perfetta, che parla e si fa conoscere di per sé stessa; e il brutto è come una donna la cui bruttezza, le rughe e le deformità feriscono lo sguardo, e rendono odioso il suo contatto. Una parola ardita inserita in bei Versi, come un prezioso diamante in un ricco castone; un incontro insperato; una conclusione che non ci si aspetta; un’acutezza spiritosa nata lì per lì, confacente al luogo, alle azioni, e alle persone presenti; e, in una parola, tutto quello che suscita il riso o l’ammirazione, e che fa con gioja ed applauso esclamare all’Uditore, o Lettore, Oh quanto è bello! Oh quanto è raro!, tutto questo – dico – testimonia abbastanza chiaramente l’alto merito di un nobile, vivo e penetrante Epigramma.

470. Trattato dell’epigramma. Sezione XVI.

11 nov

SEZIONE XVI. CATULLO E MARZIALE.

 

Ciò che non si può precisamente dire del Poeta Catullo, la più parte degli Epigrammi del quale è bella, e dotta quanto al senso, e nobili quanto ad elocuzione, ma la cui conclusione non è sempre così viva ed acuta. Ciò che il giudizioso Scaligero non ha mancato di rilevare; fino al punto di dire che ve ne sono di così languidi da fargli pietà, multa languida quorum miseret. Ed altri così costretti che ha pena a leggerli. Ed è proprio quello che si può dire con ragione anche di parecchî Epigrammi Greci, che spesso traggono valore solamente dalla loro polita franchezza, o dalla grazia e dalla bontà della loro espressione, o da qualche altro e similare ornamento. Ne consegue che quando vogliamo oggi segnalare un Epigramma che non ha né sale né punta lo chiamiamo scherzosamente Epigramma alla Greca. So bene che questa non è l’opinione di Michel de Montaigne, poiché nei suoi Saggî dice preferire di gran lunga gli Epigrammi di Catullo a quelli di Marziale.

Ma per quanto rispetto abbia per la memoria di così gran Personaggio, i cui dotti Scritti mi sono sempre stati tanto cari, e tanto preziosi, mi perdonerà, pur che gli piaccia, se in questo non sono della sua opinione; e se dico che il giudizio dei Poeti spetta solamente ai Poeti; e che i più esperti Filosofi, e anche gli Oratori, si scaldano vanamente nell’esame che fanno dei nostri Componimenti. Ciò che appare con sufficiente evidenza dal giudizio favorevole che lo stesso de Montaigne espresse altra volta sugli scipiti Sonetti del dotto Étienne de la Boétie, del quale inserì nella prima edizione dei suoi Saggî alcuni miserevoli lacerti, che chiamò preziosi brani; ma che in séguito lui stesso escluse dal corpus delle proprie opere, come macchie oscure che offendevano lo splendore, e i vivi raggî di così belle fattezze.

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