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569. Epigrafe.

23 lug

Per la tomba d’un celebre scrittore.

DISADATTATO, TIMIDO, INATTVALE,
SCHIVAI LA VITA, E IN CARTE SON VISSUTO;
SE SI PERDE QVEL SOLO CHE S’È AVUTO,
CON RAGIONE MI DICONO IMMORTALE.

475. Trattato dell’epigramma. Sezione XXI.

11 nov

SEZIONE XXI. EPIGRAMMI RICOMPENSATI.

 

Ed ecco quello che dovevo dirti a proposito della struttura dell’Epigramma; che, per quanto succinta essa sia, o debba essere, non è infine un parto dell’ingegno così piccolo, che non vi siano stati Principi, o persino Stati, che ne abbiano voluto riconoscere il merito con strepitosi onori, e con sostanziose ricompense. Così leggiamo che quel famoso Re di Siracusa, Gerone, in segno di riconoscimento per il fine Epigramma Greco che il Poeta Archimelo aveva composto a proposito di un grande Vascello fatto costruire da quel generoso Principe, ricompensò l’Autore con un presente di mille mine di grano, che gl’inviò al Porto del Pireo, in un tempo in cui la Città di Corinto viveva, o meglio languiva, in uno stato di grande miseria. Così leggiamo ancóra che l’Imperatore Vero, che successe all’Imperatore Adriano, di cui fu amantissimo, faceva tanto gran conto degli Epigrammi di Marziale, a causa delle sue acutezze ingegnose, che soleva chiamarlo il suo Virgilio. E la Storia c’insegna che l’Impero Romano non esitò a tributare allo stesso Poeta Marziale, ancóra vivente, onori pubblici in ricompensa dei suoi bei Versi. Ed egli stesso testimonia nei suoi Epigrammi che fu da loro elevato alla dignità di Cavaliere Romano, che esercitò l’ufficio di Pretore e che godette del diritto di Borghesia, e di diversi altri grandi privilegî. Così quell’equo dispensatore di ricompense, il saggio Senato di Venezia, non contento di rendere onore per onore, volle riconoscere anche con un magnifico presente un piccolo Epigramma di sei Versi che l’illustre Poeta Sannazaro aveva composto in onore della famosa Repubblica. Epigramma che s’incontra ancóra nelle sue opere Latine, e che comincia in questo modo:

 

Viderat hadriacis Venetam Neptunus in undis, &c.

 

Dopodiché, nessuno si meraviglî se ripeto qui quanto da me detto nella Prefazione della mia versione del Sacro parto del Sannazaro, che era una felicità impareggiabile, e una letizia estrema per i rari Ingegni vivere così in tempi eroici, in cui le ricompense erano così grandi, e le lodi così straordinarie. L’onore nutre le Arti; non c’è nulla che ci sproni maggiormente nello studio delle buone Lettere quanto la visione della Gloria; ma soprattutto quando essa stabilisce il suo trono in Parnaso, e mescola i suoi raggî allo splendore dei nostri Lauri, ed illustrando le nostre Muse, le fa apparire più vivaci, più rifulgenti.

474. Trattato dell’epigramma. Sezione XX.

11 nov

SEZIONE XX. IL POETA EPIGRAMMATICO SCRIVENDO DEVE OSSERVARE IL DECORO E L’ONESTÀ.

 

Il Poeta Epigrammatico potrà anche notare che riprendendo i vizî del suo secolo non deve usare i termini osceni che rappresentano le cose con un po’ troppa libertà, e che lasciano impressioni sporche nell’animo del Lettore. Infatti, ancorché tutto sia puro alle anime pure, vero è che esiste un certo pubblico decoro che non è mai conveniente violare. So bene che per scusare quest’intemperanza di penna gli antichi Poeti si sono serviti di questa giustificazione piuttosto ingegnosa:

 

… castum esse decet pium poetam
Ipsum, versiculos nihil necesse est,
Qui tum denique habent salem ac leporem,
Si sunt molliculi ac parum pudici
Et quod pruriat incitare possunt!

 

E che hanno detto anche:

 

Lasciva est nobis pagina, vita proba est.

 

Ma rinvio a questo proposito al mio Epigramma del Poeta lascivo, che si può léggere in qualche parte della mia Raccolta d’Epigrammi. E dopotutto ci si può ricordare che essi parlavano da uomini che seguivano ciecamente le leggi di Natura, che non erano rischiarati né dai lumi della fede, né riscaldati dalla fiamma della Carità; e che facevano professione di una Morale che quantomeno sotto questo aspetto non si faceva troppe preoccupazioni circa il buono e il cattivo esempio. Dobbiamo pensare che lo stesso non vale per noi, che in questa vita abbiamo ben altri lumi, e che dopo essa speriamo in un’altra ancóra più chiara. Certo, se l’antico Socrate, dovendo un giorno parlare in pubblico, e dovendo riportare letteralmente un discorso che non era molto decoroso, si coperse il viso col mantello, non avremo noi vergogna a scoprire quello che dovremmo tenere segreto, come parti del corpo che la convenienza ci obbliga a tenere nascoste? E chi ci può impedire di chiudere persino le orecchie ai conversari e alle letture che oltrepassano i limiti del rispetto e della modestia? Così in un sacro Concilio, quando fu questione di ascoltare le proposizioni di Arrio, quel grande Eretico, i Padri della Chiesa si tapparono nel frattempo le orecchie, per non insozzarsi lo spirito né il corpo con una dottrina così perniciosa.

Non è però che, con atteggiamento troppo austero, io voglia privare l’Epigramma delle sue alzate spensierate, dei suoi dardi vivaci, ma ingegnosi, dei suoi scherni innocenti, e nemmeno delle sue espressioni un po’ libere, poiché sono altrettante gemme dell’Epigramma, il cui principale carattere è il pungente e il gajo. Ma voglio dire che bisogna servirsene bene; e che l’allegria moderata è sempre la migliore, poiché non ha quelle improvvise impennate che trasfigurano d’un tratto il viso e lo spirito delle persone, e le fanno apparire tutt’altre da quello che sono. È, o mio caro Lettore, quello a cui ho cercato di attenermi nella produzione dei miei Epigrammi, in cui mi sono, mi pare, piuttosto tenuto entro i limiti della ragione e del rispetto, e in cui mi sono serbato fedele, per quanto l’argomento lo richiedeva, alle rigide leggi del pudore, e del decoro. Dopotutto, siccome i precetti sono in generale un po’ penosi e severi, riconosco francamente che è sempre più facile dire quello che si deve fare di quanto si possa porre in atto.

473. Trattato dell’epigramma. Sezione XIX.

11 nov

SEZIONE XIX. Come un onest’uomo debba condursi con i Poeri per conservare la reputazione.

 

Ma siccome sotto quest’aspetto i Poeti devono essere assolutamente riservati, i galantuomini devono condursi con i Poeti del loro secolo in maniera tale da non dar loro mai occasione di suscitarne il fervore, né di aguzzare contro loro le punture della Satira. Ciò a cui i più saggî, e più perìti Personaggî dell’antica Grecia, e della Repubblica Romana, si sono sempre esattamente attenuti; e che tutti gli altri saggî devono sulla loro scorta mettere in pratica. Le Api sono dolci e pacifiche di natura; ma quando le si irrita, esse hanno pungiglioni capaci di far presto pentire chi le ha irritate. Lo spirito dei buoni Poeti è solitamente lo stesso; non c’è nessuno di più affabile, di più dolce, di più innocente finché non sono perseguitati, e non si turba la dolcezza della requie che essi amano. Ma se sono attaccati una volta senza ragione, il buon sangue che li alimenta si riscalda, e bolle loro nelle vene; e c’è da temere che i loro Versi pungenti non li vendichino, e non riducano i loro vigliacchi avversarî a menare vita vergognosa e languente, e ad affliggersi fino alla morte. Perché, oltre a quello che ci raccontano le Storie del Poeta Archiloco, che indusse Licambo suo nemico all’estremo di filarsi da sé la corda con cui impiccarsi, ho letto un tempo nelle diverse lezioni di Marc-Antoine de Muret che egli aveva conosciuto ai suoi tempi un Poeta, che con i suoi Versi Satirici impresse tale vergogna sulla fronte del suo avversario, e un tale dolore nella sua anima, che presto morì di disperazione e di rabbia. È per questo che il divino Platone nel suo Dialogo di Minosse mise giustamente in guardia coloro che amano una buona nomea e una lunga reputazione dal frequentare mai un Poeta; e, a scanso di attirarne gli odî, di conciliarsene l’amicizia con buoni ufficî, e con attestati d’onore, e di stima. E dato che quello stesso Minosse, che era Principe di Creta, aveva infinitamente perseguitato la Città d’Atene, che era il più nobile e il più favorito recesso delle Muse, e dei loro Favoriti, quel Principe orgoglioso e violento incorse in tal modo nel loro odio e nella loro disgrazia, che tutte le azioni della sua vita, vere o finte, servirono poi di bersaglio schernevole e argomento a tutti i Poeti Comici e Satirici della sapiente Grecia. Ciò che testimonia sufficientemente che non hanno meno dardi pungenti per rintuzzare le ingiurie di quelli che li disprezzano e li oltraggiano, di quanti abbiano bei fiori da spargere sulla fronte di quelli che li amano, e che li lodano.

472. Trattato dell’epigramma. Sezione XVIII.

11 nov

SEZIONE XVIII. DELLA MODERAZIONE DEI POETI EPIGRAMMATICI.

 

Ma non potrei fare a meno qui di dare ancora un avvertimento, salutare a coloro che si applichino a questo genere di Componimento, che tiene il più delle volte un po’ dello scherno e della Satira; ed è che nell’ingigantire le viltà, e i vizî del proprio secolo, e nel perseguirli lancia in resta come nemici dichiarati, devono sempre ricordarsi di questo precetto di Marziale:

 

Hunc servare modum nostri novere libelli,
Parcere personis, dicere de vitiis.

 

Voglio dire che essi devono accuratamente attenersi al fine principale della Satira, che è quello di diffamare i vizî, e non le persone. E se talora i Poeti ci forniscono Nomi falsi e fittizî, è solo col fine di dare al componimento un corpo, per renderlo più sensibile e per fare così maggiore impressione sullo spirito. Infatti, ancorché sappiamo che nel fiorente Stato dell’Impero Romano gli antichi Poeti si presero la libertà di nominare nelle loro invettive le maggiori Personalità del loro tempo, fino al punto che Catullo non risparmio Giulio Cesare, che tuttavia per questo non gli fece nulla di male, sta di fatto che bisogna badare attentamente che questa licenza sfrenata nel parlare e nello scrivere non sia contraria al pubblico onore, né pregiudizievole alla reputazione dell’Autore. Ora, essa può essere nocevole al pubblico, se si arriva a scoprire e a mostrare a dito i pazzi, e i criminali, che saranno indubbiamente sempre di più che gl’innocenti e i saggî; o, peggio ancóra, se, sul modello di Aristofane, che compose una pungente Commedia contro Socrate, si giunge ad attaccare i buoni e i virtuosi, sia pure nei loro punti deboli. In effetti, chi è tra gli uomini che non abbia il suo debole? O, come dice il Satirico, Auricolas Asini quis non habet? Esso può essere di pregiudizio alla reputazione stessa dell’Autore, dato che potrebbe essergli giustamente rimproverato di essere stato tanto severo con gli altri quanto indulgente con sé stesso; d’aver visto la pagliuzza nell’occhio altrui, e non la trave negli occhî proprî. E infine di aver eventualmente preferito con troppa disinvoltura la puntura e la sottigliezza di un motto di spirito al caritatevole dovere di un buon Amico. Ed è questo il vero sentire di Seneca il Filosofo quando dice in una delle sue Epistole:

 

Quare tolle iocos; non est iocus esse malignum;
Numquam sunt grati, qui nocuere, sales.

471. Trattato dell’epigramma. Sezione XVII.

11 nov

SEZIONE XVII. DIVERSI GIUDIZÎ PER CATULLO E MARZIALE.

 

So bene che il giudizio favorevole che do di Marziale a svantaggio di Catullo è fortemente contrario al sentire di quel raffinato Poeta Veneziano, Andrea Navagero, che si era tanto apertamente dichiarato ostile a Marziale che non mancava mai, in un dato giorno dell’anno, di ardere un volume degli Epigrammi di quel famoso Poeta in presenza di Amici; dicendo essere quello il più gradito sacrificio che potesse fare alle Muse. Comportamento veramente un po’ troppo sprezzante, e severo, ma a cui probabilmente non avrebbero negato consenso quegli altri due Autori Italiani, Raffaello Volaterrano, e Lilio Giraldi; poiché uno diceva che chi volesse cercare l’eleganza Latina doveva andarla a cercare fuori da Marziale; mentre l’altro sosteneva che chi avesse tratto quanto di più sopportabile c’è in Marziale ne avrebbe ricavato un libro minuscolo.

Ma al giudizio depravato dell’Italiano Navagero oppongo sùbito il giudizio di quell’altro nobile Poeta d’Italia, Marc’Antonio [di] Casanova, che fu considerato in persona il Principe degli Epigrammatisti del suo tempo. Infatti, trovo che colui, secondo ne riporta Paolo Giovio, voleva assomigliare molto meno a Catullo che a Marziale; nel quale incontrava, diceva, ornamenti e grazie che non trovava da nessun’altra parte. Quanto al Volaterrano, era davvero un uomo di grandi letture, ma che con le sue laboriose opere era più portato a secondare la pigrizia di quelli che vogliono diventare sapienti con poco sforzo; il cui Spirito non si segnalava per il discernimento, né per il gusto per le grazie e le delicatezze della Poesia Latina. Almeno questo è il giudizio che Paolo Giovio dà di lui nel suo Elogio. Ed è pertanto che il suo suffragio non mi sembra in questo degno di grande considerazione. Per quanto riguarda Lilio Giraldi, per quanto dotto e illuminato fosse, si direbbe che si pronuncî contro Marziale quasi tremando, e solo con licenza dei dotti Uomini del suo secolo, che temeva d’offendere diminuendo gli Scritti di un Uomo che godeva di quasi unanime approvazione. E dopotutto non condanna Marziale così assolutamente da non trovare nei suoi Versi molte cose degne di stima, e di lode.

So bene anche che Marc-Antoine de Muret, che non era malvagio Giudice nelle materie di cui trattiamo, avendo egli stesso composto in gioventù Epigrammi non disprezzabili, parlando in una delle sue Epistole Latine di Catullo e di Marziale conclude in favore del primo, e con gran disprezzo dell’altro; fino al punto di dire, che non c’è meno differenza tra questi due Poeti Epigrammatici di quanta possa aversene tra i begli e ingegnosi scherni di un onest’Uomo, e le piatte buffonerie e le vergognose scurrilità di un Bagatto, o Ciarlatano, che diverta il popolo minuto nelle pubbliche piazze; ecco le sue esatte parole: Inter dicta scurrae alicuius de trivio, et inter liberales ingenui hominis iocos multo urbanitatis sale aspersos. Ma, secondo me, al Poeta Muret qui è successa la stessa cosa che càpita agli Oratori profani o sacri, che dànno tutto l’incenso e tutta la gloria al Santo, o all’Eroe, di cui hanno intrapreso il Panegirico. Muret aveva scritto nel passato un Commento a Catullo; e per dare autorità alla sua scelta volle che si credesse che aveva fatto a ragion veduta, e con cognizione di causa, quello che aveva fatto solamente per caso. E poi, se si deve prestar fede a Claude du Verdier nella sua Censura degli Autori, c’è qualche apparenza che non tutti gli Epigrammi che leggiamo in Marziale siano della mano di Marziale stesso. Ciò che egli inferisce tanto per la differenza dello stile, quanto perché possedeva un antico Manoscritto di quel vecchio Poeta, che non comincia con gli stessi Versi che si leggono nell’edizione pubblicata. Ciò che Muret sembra indirettamente sostenere quando concorda sulla presenza di molte cose in Marziale non prive di qualche tratto di dottrina. Neque vero negaverim, dice, multa in Martiale quoque non inscienter dicta reperiri.

Quantomeno, posso opporre al disgusto di Muret l’illustre testimonianza di uno dei più grandi Oratori dell’Antichità, voglio dire Plinio secondo, che chiama Marziale uomo di spirito, gredevole, vivace e penetrante. Aggiungo a questo anche il suffragio del più giudizioso e sapiente Uomo del suo secolo, Adrien Tournebous, che nelle sue diverse lezioni dichiara altamente di non essere d’accordo con coloro che definiscono Marziale un maligno buffone, e che credono che la sua Poesia non sia elegante. Angelo Poliziano, la cui Musa non era meno polita del nome, era della stessa opinione, quando nella sua Prefazione alla Retorica di Quintiliano chiama Marziale il più ingegnoso di tutti i nostri Epigrammatici. Janus Vanderdoes, nel suo Commento a Petronio, non si perita dall’indirizzare a Marziale un Elogio che lo innalza al disopra di tutti gli altri Poeti, almeno gli Epigrammatici, dato che lo chiama Salsissimus Poetarum, colui la cui Poesia ha più sale, e più aculeo. Lorenzo Ramirez, che è uno dei migliori Interpreti di quel famoso Poeta, dopo molte belle lodi tributategli, dice in poche parole che secondo la massima di Orazio è un Poeta che dev’essere preferito a tutti gli altri, perché non ce n’è altro che abbia meglio di lui unito l’utile al dilettevole. Antoine Lulle, nella sua Retorica, dice in chiari termini che nessun uomo mai più di Marziale ebbe lo spirito conformato all’Epigramma, Ad Epigramma natum ingenium. Ed è anche lo stesso sentire di Giovanni Pontano, nel suo bel Trattato della Lingua, in cui chiama Marziale artificiosissimum Epigrammatum scriptorem, un Poeta che fa Epigrammi con arte meravigliosa. Giulio Scaligero, nella sua Poetica, non si perita di dire che Marziale ha scritto Epigrammi tutti divini. Giusto Lipsio, nelle sue Questioni Epistolari, dice francamente che s’augurerebbe per la gloria di Muret che il giudizio sfavorevole che ha dato di Marziale non fosse mai sfuggito di penna ad un così sapiente Personaggio; aggiunge a questo proposito di essere assolutamente dell’opinione di Giulio Scaligero. Non la finirei più, se volessi riportare qui tutte le illustri testimonianze che tanti eccellenti Uomini hanno reso del Poeta Marziale, anche a pregiudizio di Catullo. Si può su questo consultare quel dotto Papa Enea Silvio, o Pio II, il Carafa, Domizio Calderini, Gioviano Pontano, Merula, Didier Hérault, il Radero, e tutti gli altri che si sono fatti carico di commentare o interpretare Marziale; fino a quel sapiente Spagnolo, Martino Sobrario, che ha interpretato i famosi Distici di Michel Verrin, che non si perita di dire, nella vita di quel Poeta morto assai giovane, che se fosse vissuto di più non avrebbe ceduto, in materia di bella Poesia, né a Tibullo, né a Catullo, né a Properzio, né a Marziale stesso. Infine, concludo questo capitolo riportando il suffragio di uno dei più celebri Poeti Francesi dell’ultimo secolo, Joachim du Bellay, che, nella sua Illustrazione della Lingua Francese, esorta energicamente il Poeta in erba che si voglia istruire e formare nell’Epigramma, di proporsi principalmente, come perfetto modello, l’esatta imitazione di Marziale, per non assomigliare ad un cumulo di moderni stornellatori, che in un Dizain sono contenti di non aver detto nulla che valga nei primi nove Versi, purché che al decimo ci sia la battuta che fa ridere. E La Fresnaye, nella sua Arte Poetica, parlando dell’Epigramma, caldeggia quanto du Bellay l’imitazione di Marziale, quando dice De Martial remarque le merite. Così posso dire con verità che le opere di Marziale sono sempre state come un campo fertile in cui quei due famosi Epigrammatisti del loro tempo, Marot e Saint-Gelais, e mille altri Ingegni serî e giocosi del secolo passato, e del secolo presente, hanno raccolto a piene mani un’infinità di bei fiori, con cui hanno arricchito la nobile e preziosa Ghirlanda delle Muse. Ma siccome questo non appartiene affatto al mio argomento, lascio la ricerca, e la discussione più ampia di ciò a coloro che vorranno a proprio agio soppesare il merito di quei due antichi e celebri Poeti Epigrammatici, Catullo e Marziale, per tornare al vero e specifico carattere dell’Epigramma.

Dedurre qui in che cosa consista principalmente questa punta così ricercata e desiderabile; e anche come si possa distinguere un buon Epigramma da uno cattivo; non sarebbe forse come voler mosytrare la differenza che intercorre tra le tenebre e la luce? Certo un bell’Epigramma è come una beltà sfavillante e perfetta, che parla e si fa conoscere di per sé stessa; e il brutto è come una donna la cui bruttezza, le rughe e le deformità feriscono lo sguardo, e rendono odioso il suo contatto. Una parola ardita inserita in bei Versi, come un prezioso diamante in un ricco castone; un incontro insperato; una conclusione che non ci si aspetta; un’acutezza spiritosa nata lì per lì, confacente al luogo, alle azioni, e alle persone presenti; e, in una parola, tutto quello che suscita il riso o l’ammirazione, e che fa con gioja ed applauso esclamare all’Uditore, o Lettore, Oh quanto è bello! Oh quanto è raro!, tutto questo – dico – testimonia abbastanza chiaramente l’alto merito di un nobile, vivo e penetrante Epigramma.

470. Trattato dell’epigramma. Sezione XVI.

11 nov

SEZIONE XVI. CATULLO E MARZIALE.

 

Ciò che non si può precisamente dire del Poeta Catullo, la più parte degli Epigrammi del quale è bella, e dotta quanto al senso, e nobili quanto ad elocuzione, ma la cui conclusione non è sempre così viva ed acuta. Ciò che il giudizioso Scaligero non ha mancato di rilevare; fino al punto di dire che ve ne sono di così languidi da fargli pietà, multa languida quorum miseret. Ed altri così costretti che ha pena a leggerli. Ed è proprio quello che si può dire con ragione anche di parecchî Epigrammi Greci, che spesso traggono valore solamente dalla loro polita franchezza, o dalla grazia e dalla bontà della loro espressione, o da qualche altro e similare ornamento. Ne consegue che quando vogliamo oggi segnalare un Epigramma che non ha né sale né punta lo chiamiamo scherzosamente Epigramma alla Greca. So bene che questa non è l’opinione di Michel de Montaigne, poiché nei suoi Saggî dice preferire di gran lunga gli Epigrammi di Catullo a quelli di Marziale.

Ma per quanto rispetto abbia per la memoria di così gran Personaggio, i cui dotti Scritti mi sono sempre stati tanto cari, e tanto preziosi, mi perdonerà, pur che gli piaccia, se in questo non sono della sua opinione; e se dico che il giudizio dei Poeti spetta solamente ai Poeti; e che i più esperti Filosofi, e anche gli Oratori, si scaldano vanamente nell’esame che fanno dei nostri Componimenti. Ciò che appare con sufficiente evidenza dal giudizio favorevole che lo stesso de Montaigne espresse altra volta sugli scipiti Sonetti del dotto Étienne de la Boétie, del quale inserì nella prima edizione dei suoi Saggî alcuni miserevoli lacerti, che chiamò preziosi brani; ma che in séguito lui stesso escluse dal corpus delle proprie opere, come macchie oscure che offendevano lo splendore, e i vivi raggî di così belle fattezze.

469. Trattato dell’epigramma. Sezione XV.

11 nov

SEZIONE XV. DELL’ACUTEZZA DELL’EPIGRAMMA.

 

Quanto all’acutezza finale dell’Epigramma, si può dire di essa la stessa cosa che si dice all’uomo che usa, o piuttosto abusa della grazia del libero arbitrio: Respice finem, bada alla fine. Infatti, dato che, secondo la massima dei Filosofi, la fine dev’essere in cima nelle intenzioni, e in fondo nelle esecuzioni, bisogna che il Poeta Epigrammatico sia sin dall’inizio persuaso che non farà nulla di valido, né che possa colpire lo spirito, se dopo aver reso il suo Epigramma succinto, grazioso, e sottile, nel pensiero, e nella stessa elocuzione, non ne tragga infine una conclusione artificiosa, sorprendente, e la cui punta vivace e acuta sia capace di muovere e sollevare lo spirito del Lettore. Ciò che è, a dir vero, il grande segreto, e come il coronamento dell’Epigramma. Ne consegue che alcuni Autori abbiano paragonato la conclusione di questo piccolo Componimento alla coda dello Scorpione; benché, dicono, lo Scorpione minaccî con tutte le parti del suo corpo rizzato chiunque lo avvicini, è soprattutto la coda principalmente da temersi, dato che essa è fornita, e come armata da un certo pungiglione che reca il dardo della morte.

Questo è davvero il pensiero di quel gran Poeta, e Vescovo di Clermont nell’Alvernia, Sidonio Apollinare, quando dice in una delle sue Epistole, praeterea quod ad Epigrammata spectat, non copia sed acumine placent. Del resto, dic’egli, per quanto riguarda gli Epigrammi, posso assicurare che non è né la loro estensione né la loro diffusione che li rende gradevoli, ma solo la loro punta, e il loro pungiglione. Ciò di cui nello scorso secolo ha fatto tesoro un Autore anonimo, che però è in verità Thomas Sibilet, nella sua vecchia Arte Poetica Francese: soprattutto, dice, nell’Epigramma, sii il più fluido possibile, e fa in modo che gli ultimi due Versi siano acuminati in punta; poiché questi due costituiscono la lode dell’Epigramma. E in verità, noi abbiamo per questa conclusione una tale considerazione, che ancorché i pensieri siano per il rimanente un po’ scipiti e freddi, e l’Epigramma non abbia tutte le grazie auspicabili, sta di fatto che se esso ha una conclusione valida, la stima d’esso non viene pertanto meno, e se ne serba memoria. Ed è per questo che altri l’hanno paragonato ad un pugnale appuntito, che ferisce, ed uccide; altri a grani di pepe che infuocano tutta la lingua; e altri al fiele, di cui si percepisce presto la grandissima asprezza, e l’amarezza. Il Poeta Marziale, che aveva coscienza di aver trovato in sé stesso per primo il vero segreto del bell’Epigramma, in questa nobile consapevolezza del proprio spirito, non si peritava di dire, parlando di sé:

 

Toto notus in orbe Martialis
Argutis Epigrammatum libellis.

 

E lo stesso Sidonio Apollinare:

 

Et mordax sine fine Martialis.

468. Trattato dell’epigramma. Sezione XIV.

11 nov

SEZIONE XIV. DELLA SOTTIGLIEZZA DELL’EPIGRAMMA.

 

Quanto alla sottigliezza, o, se posso consentirmi, all’argutezza dell’Epigramma, essa non consiste solamente nell’aculeo che ha in coda, come qualcuno ha pensato: ma in tutta l’estensione del corpo di questa piccola Poesia, di cui essa sottigliezza è come l’ingegno e la vita, i nervi e il sangue che l’animano. Poiché, sprovvistane, essa è solamente un corpo immobile, languente, freddo, e morto più che a mezzo. Come essa è sin da principio nella mente dell’Autore, si trasferisce e si mescola insensibilmente a tutta la sua espressione. Essa regna dall’inizio alla fine, e delinea in modo chiaro e intelligibile quello che inizialmente poteva sembrare oscuro, e confuso. E così essa comprende e sostiene l’ordine e l’economia di questa piccola, ma artificiosa e nobile Poesia. Dico nobile: perché se si deve prestar fede ad un Autore moderno, che ne ha scritti molti di cattivi e pochissimi di buoni, è il modo più difficile di scrivere, e che fa meglio risaltare chi sia miglior uomo tra due, ed essa, a detta dello stesso, è di ciò il miglior Teatro. Ma per quant’alta stima io mi faccia di un eccellente Epigramma, non mi azzardo a porlo ad un livello tanto alto; infatti, la stessa cosa potrebbe dirsi del più eccellente Poema Lirico, del più raro Poema Drammatico, del più ardito di tutti i Poemi Epici, della Storia più elegante e regolata, e del più eloquente di tutti i Panegirici antichi e moderni. Ma fattostà che in ciò ognuno giudica dell’ingegno degli altri secondo la portata del proprio; e chi è capace solo di produrre un fine epigramma vorrebbe limitare a questo l’intera ampiezza delle capacità umane. E questo proposito mi torna in mente che un giorno un altro personaggio mi fece questa divertente dichiarazione, e cioè che un sonetto ben strutturato costituisce nelle belle Lettere l’ultimo e supremo sforzo dell’ingegno umano. Credite posteri! Tuttavia non mi periterò di rifarmi per questo ai grandi Autori delle Pulzelle, dei Mosè, dei Santi Paoli, e dei San Luigi, dei Clodovei e degli Alarichi. È ovvio che io anteponga dieci eccellenti Versi Epigrammatici a cento strascicati e mediocri di qualunque grande e vasto Poema. Ma mettere sullo stesso piano Poesia e Poema, e pesarli con una sola bilancia, non è come eguagliare miniere di rame e di piombo a miniere d’oro? O scintille a braci, e candele allo splendore del Sole? Questo senza dubbio era il pensiero di Marziale quando, scrivendo a Valerio Flacco, l’Autore del lungo Poema delle Argonautiche che voleva persuaderlo ad applicarsi come lui a qualche opera di più lunga lena, e di trattare argomenti più serî, o meno ilari dell’Epigramma, gli rispose in questi termini:

 

Nescis, crede mihi, quid sint Epigrammata, Flacce,
Qui tantum lusus illa iocosque putas.
Ille magis ludit qui scribit prandia saevi
Tereos aut coenam, crude Thyeste, tuam.

 

Volendo dire con questo non aveva dell’Epigramma un concetto così elevato; e che quando esso è trattato con buona mano, i suoi giochi pungenti, e i suoi scherni ingegnosi e vivaci, valgono molto di più di tutte le freddure languenti di un’opera lunga. Si pensi anche che esso è più adatto ad imprimere nello spirito dei popoli il culto degli Dèi, e l’amore della virtù, che tutti i lunghi e nojosi precetti della Filosofia. E in effetti oso dire che un solo Epigramma che feci un giorno contro un uomo pieno di vizî, suscitò in lui una certa vergogna, e persino un tale orrore dei suoi crimini che contribuì parecchio alla correzione della sua vita libertina e smoderata, come in séguito lui stesso mi confessò. E a questo proposito mi ricordo di aver letto una volta nella vita di quel gran flagello dei Principi, Pietro Aretino, che Niccolò Franco di Benevento schiacciò in modo così totale l’insolenza di quel famoso maldicente, con un centinajo di Sonetti Satirici e pungenti composti contro di lui, da imporgli d’indi in poi un eterno silenzio; e parve avergli strappato tutti i denti della maldicenza con cui faceva a brandelli l’onore e la riputazione di tutti i grandi del mondo. Questo si chiama esacerbare la piaga per guarirla; o piuttosto per risvegliare dal sopore un ingegno ragionevole, e pungerlo delicatamente con i fiori.

467. Trattato dell’epigramma. Sezione XIII.

11 nov

SEZIONE XIII. VIRTU’ DELL’EPIGRAMMA.

 

E per procedere speditamente, e con qualche ordine, aggiungo a quelllo che ho detto, e a fine di chiarirlo maggiormente, che l’Epigramma per essere eccellente dev’essere corto, aggraziato, sottile e puntuto. Ho abbastanza detto più sopra della sua brevità, quando ho mostrato che esso è tanto migliore, quanto più è stringato; e che quello che ha il maggior numero di Versi di solito ha minor grazia e bellezza. Sicché stando a questa regolazione necessaria, è opportuno restringere e compattare questo piccolo Componimento, in modo da avvicinarlo sempre quanto più è possibile all’iscrizione, dalla quale ha preso il nome e l’origine. È con questo mezzo che esso si imprime con più facilità nella memoria, per essere all’occasione recitato con piacere e senza sforzo. Quello che si può fare dopotutto senza troppa fatìca se non passa assolutamente la lunghezza di dieci Versi, di dodici, o di sedici al massimo. Limite che il Poeta Ausonio ha quasi sempre rispettato nei suoi.

Esso dev’essere aggraziato: dico aggraziato, non trovando altra parola Francese che esprima meglio il termine Venustum, o Suave, dei Latini. Qualità dopotutto ad esso così necessaria, che senza essa lo si vede cadere in quella rozzezza e in quell’impaccio che il dotto Grozio ha così giustamente condannato negli Epigrami, quando ha detto in termini espliciti Nihil potest esse tam fatuum, quam extortum Epigramma. Ora, questa grazia consiste nella scelta, e nella polita fluidità delle parole, dal giro e dalla cadenza dei Versi, dalle comparazioni proprie e ben formulate, dalle descrizioni vive e fiorite, e da quel nonsoché che gli dà sempre nuove attrattive, e che considerato da presso scopre molte più cose al fondo e nell’interno del pensiero di quante se ne vedano d’acchito risplendere sotto la bella apparenza delle parole.

466. Trattato dell’epigramma. Sezione XII.

11 nov

SEZIONE XII. FAMOSA DISPUTA SULL’ARGOMENTO DELL’EPIGRAMMA.

 

Ma siccome questo attiene più all’Ode, o all’Elegia, piuttosto che all’Epigramma, e che non tratto qui delle caratteristiche della Lirica, o dell’Elegiaco, non mi dilungherò oltre. E poi sarebbe in qualche modo voler rinnovare la famosa disputa di cui parla Aulo Gellio nelle sue Notti Attiche. Infatti è qui che egli riporta fedelmente la contesa che altra volta c’era stata tra Sapienti del suo secolo in merito agli Epigrammi Greci e ai Latini; gli uni dichiarandosi assolutamente per la Grecia, e gli altri altamente per l’Italia. Ma siccome queste polemiche, a rigor di termini, non rientrano nel mio discorso, rimando il mio Lettore a quegli eccellenti originali; e mi limito a dichiarare qui quello che ho imparato affrontando la scienza dell’Epigramma in generale, in qualunque lingua esso sia stato concepito.

465. Trattato dell’epigramma. Sezione XI.

11 nov

SEZIONE XI. MATERIA DELL’EPIGRAMMA, E CHE VERSO GLI CONVENGA.

 

Comunque sia, all’Epigramma si adatta qualunque tipo di Verso, vuoi il Verso Alessandrino, di dodici o tredici sillabe; vuoi i Versi comuni, da dieci a undici sillabe; vuoi i Versi Lirici di otto e sei sillabe, e così via; è vero che esso accoglie ogni genere di argomento, serio o burlesco, ridicolo o malinconico; e anche tutti gli stili di scrittura, benché, come ho già detto, il mediocre, o piuttosto il basso e il minore, gli siano più consueti, e anche i più convenienti; dal momento che, forse, ci sono più uomini che Dèi od Eroi, più azioni basse che innalzate, e più cose comuni che rare.

E per asseverare meglio ancóra che l’Epigramma è capace di tutto, valga il fatto che riceve non solo il falso e il vero, ma anche quello che trascende il verosimile. E da questo deriva, come ho detto, che certi Poeti non hanno difficoltà nel genere Epigrammatico ad introdurre Prosopopee di ruscelli, fonti, alberi, e Città: che possono parlare tanto tra loro quanto allo stesso Autore. Non è però in questo che consiste il concetto o il vero gioco di Catullo e di Marziale, poiché leggendo le loro opere ho altra volta osservato che non hanno mai introdotto né Dio, né Dea a parlare in modo molto simile a quello del Poema Drammatico; o sarebbe andare contro tutte le vere regole dell’Arte, introdurli e farli parlare, secondo il precetto d’Orazio:

 

Nec Deus intersit.

 

Ma pur essendo un abuso, vedo però che è passato nell’uso dei Poeti moderni, Latini, Italiani e Francesi, che hanno senza dubbio preso questa libertà dai Greci, le cui opere vaghe e sregolate sono piene di simili iperboli, o finzioni chimeriche. Se gli uni o gli altri abbiano fatto bene o male in questo, rimetto a quanti hanno più tempo ed agio di me d’esaminare la questione. Il mio scopo è piuttosto mostrare qui quello che si deve fare, piuttosto che censurare e biasimare quello che è stato fatto. Dirò solamente che l’Epigramma in cui Marziale introduce un Leone che conversa con una Lepre tiene un po’ troppo dell’Apologo Esopico, del favoloso, e del ridicolo; così come quello in cui Catullo introduce una certa Porta che gli parla, e che ragiona sulle sue avventure; ciò che è stato poi imitato abbastanza dilettevolmente da Jean Passerat in due delle sue Elegie, la prima delle quali è di un Amante che parla alla porta della sua Donna, e l’altra è una risposta della porta all’Amante. La prima comincia così:

 

L’humide nuit, nourrice des amours,

A ja parfait la moitié de son cours, &c.

L’umida notte, che agli amori invita,

Già a mezzo ha la carriera sua compìta.

 

E l’altra in questo modo:

 

Que gagnes-tu de me troubler ainsi,

Laisse-m’en paix, pauvre amoureux transi, &c.

Che guadagni causando a me sconforto?

Lasciami in pace, oh innamorato morto, &c.

 

464. Trattato dell’epigramma. Sezione X.

11 nov

SEZIONE X. ALTRA DIVISIONE DELL’EPIGRAMMA.

 

Ce ne sono altri che dividono l’Epigramma in tre Classi. La prima contiene tutte le iscrizioni di personaggî e cose, donde l’Epigramma ha tratto il suo nome e la prima origine. L’altra contiene la lode o il biasimo delle azioni, e delle persone. E l’ultima i casi accidentali, e gli eventi mirabili e stupefacenti, o effettivamente prodottisi, o solamente immaginati dal Poeta. E di tutto questo e ne trovano infiniti esempî concreti nei nostri Poeti, che il Lettore curioso di belle cose può consultare a proprio agio. E può anche consultare su questo, come anche su un’infinità di altre materie curiose, la bella opera che il dotto Nicolas Mercier ha pubblicato di recente sotto il titolo di De scribendo Epigrammate.

463. Trattato dell’epigramma. Sezione IX.

11 nov

SEZIONE IX. DIVISIONE DELL’EPIGRAMMA, E DIVERSI ESEMPÎ PER LA SUA COMPOSIZIONE.

 

Posso dire la stessa cosa dell’ultimo membro della definizione dell’Epigramma, che trae con arte e con grazia una conclusione sorprendente da alcune affermazioni precedenti. Ciò che avviene il più delle volte, quando s’inferisce o il grande dal piccolo, o il piccolo dal grande, o l’equivalente dall’equivalente, o il contrario dal contrario.

L’esempio del primo si incontra in mille luoghi di Marziale, come in questo Epigramma del suo bel Libro degli Spettacoli pubblici:

 

Saecula Carpophorum, Caesar, si prisca tulissent, [&c.]

 

E il resto, in cui, per compiacere l’Imperatore Domiziano, antepone il giovane Carpoforo, a quegli tanto caro, ad Ercole, a Teseo, a Bellerofonte, a Giasone e a Perseo nel combattimento contro belve feroci, o Mostri; come anche in un altro Epigrammma l’aveva messo al disopra di Meleagro e di Ercole.

Dico la stessa cosa di quest’altro Epigramma, in cui loda così nobilmente l’Imperatore Trajano, che paragona, o piuttosto preferisce, al pio e saggio Re di Roma, l’antico Numa Pompilio,

 

Et cum tot Croesos viceris, esse Numam.

 

Il primo dei suoi ricade pure in questo stesso genere. Dopo avervi altamente lodato il memorabile lavoro dei Re d’Egitto, o piuttosto la loro incredibile spesa per l’edificazione delle Piramidi, le muraglie e i giardini pensili di Babilonia, il Tempio di Diana in Efeso, e tutte le altre meraviglie del mondo, finisce così dando la palma all’Anfiteatro del Cesare:

 

Omnis Caesareo cedat Labor Amphit[h]eatro,

Unum pro cunctis fama loquatur opus.

 

Nnell’Epigramma seguente, l’Autore Anonimo citato nella Raccolta di Poeti Italiani di Matteo Toscano trae così il minore dal maggiore, con svantaggio di Alessandro che cede a Giulio Cesare:

 

Spectat Alexandri picta ut certamina Caesar:

Ast ego nondum aliquid gessi ait illachrymans.

Quid? si et Alexander spectasset Caesaris acta,

Dixisset: Persas vincere pigritia est.

 

La conclusione di questo Epigramma Francese, in cui l’Autore contesta un Critico, può ricadere ancóra nello stesso genere,

 

J’ay mes defauts, et toy les tiens.

Mais sans qu’en raison je me fonde

Que tes Vers estonnent le monde,

Cependant on lira les miens.

Li ho anch’io, come te, i miei difetti;

Ma finché, ed in ragione mi fondo,

Ai tuoi Versi non spiriti il mondo,

Sono i miei che saran da altrui letti.

 

Marziale ci dà un esempio memorabile di passaggio dall’equivalente all’equivalente nel suo famoso Epigramma a Liciniano suo Amico. Poiché dopo aver altamente esagerato l’onore che Verona riceve dall’aver dato i natali al Poeta Catullo, Mantova a Virgilio, Sulmona ad Ovidio, Padova a Tito Livio, l’Egitto ad Apollodoro, Cordova ai due Seneca e a Lucano, conclude in favore della sua piccola Città: e sono sicuro, dice, che Bilbilis parlerà un giorno altrettanto altamente di me:

 

Nec me tacebit Bilbilis.

 

Ciò che è stato poi abbastanza goffamente imitato da Clément Marot nel suo famoso Epigramma dei Poeti del suo tempo, che comincia così:

 

De Jean de Meun s’enfle le cours de Loire. Di Jean de Meun la Loira gonfia il corso.

 

E che finisce in questo modo:

 

Quercy, Salel de toy se vantera,

Et comme croy, de moy ne se taira.

Quercy, Salel di te si vanterà,

E, credo, di me invece tacerà.

 

Il contrario dal contrario si ritrova in questo Epigramma di Catullo, in cui rende grazie a Cicerone di aver perorato per la sua causa; e in cui, dopo che il Poeta s’è paragonato all’Oratore, conclude tuttavia che c’è una notevole differenza tra loro, tanto nell’ingegno quanto nella professione dissimile. Poiché è così che termina questo Epigramma:

 

Gratias tibi maximas Catullus

Agit pessimus omnium poeta,

Tanto pessimus omnium poeta

Quanto tu optimus omnium patronus.

 

Quello che Marziale rivolge a Dindimo sulla diversità dei loro umori e inclinazioni è di questo stesso genere dei contrarî, o dissimili:

 

Insequeris, fugio; fugis, insequor. Haec mihi mens est:

Velle tuum nolo, Dindyme, nolle volo.

 

Ed essendo il seguente una fine variante del precedente di Marziale, sembra che l’Autore del bel Romanzo dell’Astrea l’abbia avuto in mente quando, parlando di una Pastora, così dipinse il suo umore:

 

Elle fuit, et fuyant elle veut qu’on l’atteigne,

Combat, et combattant veut qu’on soit le plus fort, &c.

Lei fugge, e nel fuggir si vuole côlta,

Combatte, e combattendo si vuol vinta, &c.

 

 

Anche quello che segue vi ricade; è di un certo Poeta d’Italia chiamato Andrea Dazzi, quale si può léggere nella Raccolta dei suoi Versi impressa a Firenze l’anno 1549:

 

Promittis, promissa negas, offersque negata,

Qui sequitur refugis, quique fugit sequeris

Spreta ardes gratis spernentem, spernis amatum,

Dilexi, sperno, dispeream nisi amas.

 

E per non allontanarmi troppo dalle vie della nostra lingua Francese, eccone uno che vi si può accostare:

 

Tu me ressembles, ce dis-tu,

D’esprit, de moeurs, et d’exercice;

Lidas, je te croy, si le vice

Peut ressembler à la vertu.

Tu m’assomigli, dici tu,

D’ingegno, costumi, esercizio;

Lida, io ti credo, se il vizio

Può assomigliare alla virtù.

 

462. Trattato dell’epigramma. Sezione VIII.

11 nov

SEZIONE VIII. IGNORANZA DI ALCUNI POETI MODERNI.

 

E da questo si può inferire che coloro che si applicano a fare solo bei Versi, e ad escogitare pensieri eroici, ed espressioni pompose per i loro componimenti, e per le materie che richiedono l’esclusione della pompa e delle apparatosità, sono molto lontani dal conoscere il carattere specifico di ciascuna specie di Poesia. Cosa in cui certo sono da biasimare altrettanto che se in un Poema Epico impiegassero locuzioni basse e striscianti, e concetti volgari; poiché non è minor difetto in un Poeta non saper abbassare all’occorrenza il Genio e lo stile che non saperli innalzare quando ce n’è bisogno. E a questo proposito mi ricordo di aver visto altra volta in certe entrées de Ballet alcuni Versi che sembravano belli a meraviglia; ma che sarebbero parsi ancor più meravigliosi se lo fossero stati meno; voglio dire, se l’Autore li avesse resi più convenienti all’argomento, e più adatti al luogo a cui erano destinati; e inoltre, per usare i termini di un eccellente Autore moderno, se avessero avuto quella dote segreta della proprietà, che manca ad un’infinità di pregevoli opere del nostro secolo. Difetto che d’altronde non proviene, certo, se non dalla scarsa cura nell’esaminare e nell’approfondire i misteri d’un’Arte le cui regole sono tutte certe ed essenziali, e che non è stata inventata solo per piacere, ma anche per istruire.

Quanto a quello che ho detto, che l’Epigramma per sua propria natura designa persone, azioni, e detti memorabili, per essere persuasi di questa verità, basterà solo consultare tutte le opere Epigrammatiche, poiché gli esempî facili e numerosi che vi si possono incontrare di tutte queste diverse caratteristiche possono istruire molto meglio che tutti i precetti dei più grandi Maestri. E in effetti è difficile lodare o biasimare vuoi una persona virtuosa, vuoi una che non è; un’azione generosa e una vigliacca; un detto ragionevole o uno ridicolo; perché sono queste, o suppergiù, le più consuete materie degli Epigrammi dell’Antologia Greca, e di tutti i Poeti Latini e Francesi; poiché, quanto agli Italiani e agli Spagnoli, si può dire che il loro gentile Madrigale tenga luogo di loro Epigramma; il cui nome non è ancóra stato immesso nella loro Poesia, ma di cui impiegano così dilettosamente i più segnalati argomenti sotto quest’altra denominazione, così diffusa e così familiare tra loro.

461. Trattato dell’epigramma. Sezione VII.

11 nov

SEZIONE VII. VERO CARATTERE DELL’EPIGRAMMA.

 

Comunque sia, nella definizione dell’Epigramma ho detto che si tratta di un Componimento breve che designa ingenuamente le persone, &c., dal momento che il carattere specifico dell’Epigramma Nimium ornatum non postulat, come dice un Autore moderno, voglio dire che solitamente non richiede le locuzioni magnifiche e pompose del Poema Lirico; ma un linguaggio semplice, naturale e non fucato, diretto e familiare, quale quello delle Pastorellerie o Egloghe Pastorali, o delle stesse Selve. Infatti, se si deve prestar fede ad un gran Retore, le Selve devono essere messe nel novero degli Epigrammi; e mi sembra, ciò che più mi fa stupire, che il Poeta Stazio nella Prefazione al secondo Libro delle sue Selve favorisca quest’interpretazione, quando scrivendo a Meliore Atedio suo Amico, e dedicandogli la Selva del suo Albero, e quella del suo Pappagallo, così gli dice: Arborem certe tuam, Melior, et Psittacum scis a me leves libellos quasi Epigrammatis loco scriptos. Così secondo lo stesso ragionamento i Maestri dell’Arte Oratoria parlando dei tre generi del retto discorso hanno applicato il sublime o magnifico all’Eneide di Virgilio, il medio o mediocre alle sue Georgiche e il minore o basso alle Bucoliche di quel gran Poeta, avrebbero ben potuto, mi sembra, fare lo stesso discorso per quanto riguarda gli Epigrammi, e anche gli Epigrammi dello stesso Virgilio, poiché ne è il vero carattere.

460. Trattato dell’epigramma. Sezione VI.

11 nov

SEZIONE VI. EPIGRAMMI LUNGHI DI AUTORI ANTICHI E MODERNI.

 

Ma dato che non tutti gli argomenti di Epigrammi potrebbero sempre essere contenuti nei limiti angusti di due o quattro Versi soli, i Greci, i Latini, e i Francesi dopo loro non hanno esitato ad oltrepassare quei limiti secondo che l’esigesse la loro materia; sicché nell’Antologia Greca s’incontrano Epigrammi di 24 Versi, di 30, e di più ancóra. E presso i Latini, come in Catullo e in Marziale, che sono gli antichi e i veri Principi dell’Epigramma, ne leggiamo anche certi che contengono più di 30 Versi; testimonio quello di Catullo che comincia così:

 

Varrus me meus ad suos amores &c.

 

E quest’altro dello stesso:

 

Oramus, si forte non molestum est, &c.

 

Testimone anche questo di Marziale contro uno Zoilo:

 

Conviva quisquis Zoili potest, &c.

 

Oppure anche di 50 Versi, e oltre; come quello in cui descrive la bella e agiata casa di Faustino suo caro Amico:

 

Baiana nostri villa, Basse, Faustini &c.

 

E così altri. I Poeti Latini che successero a questi si diedero ad un’ancor maggiore licenza, per non dire libertinaggio Epigrammatico, dato che si concessero la libertà di fare Epigrammi che sarebbero ragionevolmente potuti passare per Odi, o per Elegie lunghe, o anche per vere e proprie Selve. Metto in questo novero il Poema della Fenice, che Claudiano non si peritò dall’inserire nel corpo dei proprî Epigrammi, benché contenga più di cento Versi Esametri o Eroici. Vi metto anche diversi Epigrammi d’Ausonio, alcuni dei quali sono di 25, ed altri di 35 Versi. Di Marullo, alcuni dei quali sono di 30 Versi, di 40, di 60, e anche di 150. Dell’Angerianno, che ne hanno più di 30. Di Giovanni Secondo, che ne contengono 60, e più; e molti altri ancora di questo stesso secolo. Daniele Heinsio, che ho sempre considerato come un grande e potente Genio in ogni ramo delle belle Lettere, ce ne ha parimente dati diversi di 28 e di 30 Versi, come si può vedere nella sua raccolta; senza parlare di quelli che ha tradotto di Greco in Latino, o che ha composto in Greco ad imitazione dei Greci. Infine, per non ripetere qui quello che ho detto altrove, in un Catalogo da me fatto, piuttosto preciso, accompagnato da un giudizio abbastanza franco su tutti i nostri Poeti Epigrammatici, Greci, Latini e Francesi, Etienne Pasquier, che è stato al nostro tempo grande Maestro in quest’Arte, ne ha pure fatti di più di 40 Versi, come si può vedere nella Raccolta dei suoi Epigrammi Latini, in quello che dedica all’Escot de Clany, che comincia:

 

Dicite, ô Charites, Apollo, Musae, &c.

 

E in quest’altro, a Sabina sua Donna:

 

Parce, parce, precor, Sabina parce,

Meum delitium suaviumque, &c.

 

Ma i nostri Francesi, che in mille cose ingegnose non delirano come gli Stranieri, secondo me sono stati in questo molto più modesti, e più contenuti. E benché il Presidente Maynard, che in confronto ai nostri famosi Poeti, faceva Epigrammi che sembravano frutto di Magia, ne abbia composti alcuni di 16 Versi, di 20, di 30, fino a 34, come si può vedere nelle sue opere diverse, è dal numero molto più alto di Epigrammi regolari di 8, di 10, e di 12 Versi, che si vede che non si è sempre abbandonato all’incredibile licenza che i nostri buoni Poeti, antichi e moderni, si sono presi solo rarissimamente. Infatti in Clément Marot, eccettuati i suoi due Epigrammi sulla Tetta bella e quella brutta, che contengono ciascuno intorno a 34 Versi, quello della convalescenza di Re Francesco I che ne contiene una trentina, e quello che dedica ai suoi Allievi per istruirli su alcuni modi di dire della nostra lingua, e che comincia

 

Enfans oyez une leçon, &c., Figlioli, v’insegno una cosa, &c.,

 

non se ne troveranno altri che passino il numero di dieci o dodici Versi. Non metto nel conto nessuno di quelli tradotti dal Latino, perché se in questi casi ha errato, è stato seguendo gli originali. Dico la stessa cosa di Mellin de Saint-Gelais, che al tempo suo passava per l’Ingegno più raffinato nella Scienza Epigrammatica, poiché, tolto l’Epigramma del vegliardo di Verona tradotto dal Latino di Claudiano, e un altro tradotto da Catullo, tutti i suoi non eccedono il numero di dieci o dodici Versi. Così, non per nulla, ce li ha lasciati sotto la definizione di Sestine, di Ottave, di Decime rime, e anche di Dodicesime rime, come era uso chiamarli, piuttosto che Epigrammi, nome che solo allora cominciava ad entrare nella consuetudine. Infatti apprendo da Joachim du Bellay, uno dei più sennati Poeti dello scorso secolo, che Lazare de Baïf, che viveva durante il Regno di Re Francesco I, fu anche il primo ad arricchire la nostra lingua col nome di Epigramma, come anche col nome di Elegia. E in effetti non trovo affatto che i nostri vecchî Poeti Francesi l’abbiano mai usato prima; ed è da lui certamente che Mellin de Saint-Gelais, Clément Marot, François Habert d’Issoudun, Béranger de la Tour, Charles Fontaine, François Sagon, Etienne Forcadel e tutti gli altri begli Spiriti che fiorivano in quel tempo, quando ne scrissi le Vite nella mia Histoire des Poëtes, hanno preso il bel nome di Epigramma, che gli Spiriti del nostro tempo hanno poi innalzato ad un punto così alto, che tutta l’Antichità Greca e Latina non ha forse mai né veduto né fatto nulla di meglio. Così il grande Ronsard, che aveva un gusto sicuro per le cose buone, e che non era per nulla soddisfatto degli Epigrammi del suo secolo, e nemmeno di quelli dei secoli precedenti, volle senza dubbio designare il nostro, quando per puro Spirito di profezia così disse in una delle sue Poesie a Jean de la Péruse:

 

Un autre plus gaillard

Nous salera l’Epigramme raillard.

Un altro più gagliardo

Salerà l’Epigramma beffardo.

 

In ciò sicuramente il suo sentire era conforme a quello di Marullo, che aveva già detto che fino al suo tempo nessuno era ancóra riuscito nello stile Epigrammatico:

 

Epigramma culto, teste Rhallo, adhuc nulli.

 

Dopotutto, non so donde potesse procedere il disgusto di questi due famosi Poeti, poiché Catullo e Marziale, Marot e Saint-Gelais avevano fatto Epigrammi che tutta l’Antichità, e tutti gli ultimi secoli, avevano così altamente stimato. Ma non è probabile, come dirò poco oltre, che, vedendo gl’Intendenti divisi, gli uni per Marziale e gli altri per Catullo, gli uni per Saint-Gelais e gli altri per Marot, non abbiano potuto rettamente decidere a chi dare la Corona Epigrammatica? E che essi ritenessero che una Corona non è affatto stabile finché è contesa? Infatti, mentre tra i Poeti eroici nessuno disputa il primato a Virgilio, né ad Orazio il primato nella Poesia Lirica, c’era ancóra motivo di contendere tra più Autori su chi lo meritasse nell’Epigrammatica. Tanto è difficile pervenire al supremo grado di perfezione nei nobili parti dell’Ingegno!

459. Trattato dell’epigramma. Sezione V.

11 nov

SEZIONE V. LUNGHEZZA DELL’EPIGRAMMA PRESSO I FRANCESI.

 

I nostri dotti Francesi, che hanno sempre camminato vicino alle orme della venerabile e sapiente Antichità ci hanno pure lasciato un numero infinito di piccoli Epigrammi di quattro Versi sotto il famoso nome di Quatrains (Quartine), che sono un valido corrispettivo, mi sembra, dei Distici dei Latini e dei Greci. Questo non vuol poi dire che non ne abbiano composti anche di due soli Versi. Come questo famoso Epigramma che Clément Marot mette innanzi alle opere di François Villon, quando per espresso comando del Re Francesco I ne diede un’erudita reimpressione, con piccole note:

 

Peu de Villons en bon sçavoir,

Trop de Villons pour décevoir.

Pochi Villon quanto alla gran sapienza,

Troppi Villon quanto alla delinquenza.

 

E, ancóra, questa dello stesso Marot, che si trova sul frontespizio del suo Cimetière, ed è per la morte di una certa Jeanne Bonté, che forse non era così perfida come la sua iscrizione funebre:

 

Cy gist le corps Jeanne Bonté bouté;

L’Esprit au Ciel est par bonté monté.

L’ossa son qui di Gianna Bontate buttate;

Le sue Virtù son Lassù per bontate montate.

 

 

Jacques Tahureau du Mans, che non era degli ultimi Poeti del suo secolo, ce ne ha parimente lasciati alcuni di due Versi soli; come questo che scrisse a proposito di un Libro ben pieno di espressioni argute ma vuoto di grandi invenzioni:

 

Ce livre est beau, gracieux, et benin,

Propre, elegant, mais certes sans venin.

Questo è un bel libro, ed è di grazie pieno,

Chiaro, fine, ma privo di veleno.

 

Dove con quel venin intende dire quella puntura, o quel fiele, di cui parlerò poco oltre. Il nostro amico Gilles Ménage, il cui nome è tanto famoso in Parnaso, mi sembra ne abbia dato prova con questo piccolo Epigramma:

 

Ce portrait ressemble à la Belle,

Il est insensible comme elle.

Questo quadro somiglia alla Bella

In quanto insensibile anch’ella.

 

Il mio Lettore ne troverà diversi della stessa maniera nella mia Raccolta d’Epigrammi, come questo che feci qualche tempo fa sul ritratto di una bella giovane:

 

Pour te faire un present, beau comme ton visage;

Le monde n’en a point, si ce n’est ton image.

Ti do con ciò quant’ha più bello il mondo;

Le tue fattezze: il resto vien secondo.

 

E quest’altro, di cui regalai altra volta quell’illustre Mecenate delle Muse, il gran Cardinal Richelieu:

 

Armand, qui pour six Vers m’as donné six cens livres,

Que ne puis-je à ce prix te vendre tous mes Livres?

Seicento lire per sei versi spendi?

Tutti i miei Libri a egual prezzo ti prendi!

 

458. Trattato dell’epigramma. Sezione IV.

11 nov

SEZIONE IV. LUNGHEZZA DELL’EPIGRAMMA PRESSO I LATINI.

 

I Poeti Latini non sono stati sotto quest’aspetto meno scrupoli dei Poeti Greci, dal momento che tra i loro molti Epigrammi se ne incontrano moltissimi di due Versi solamente. Nel che hanno serbato alcunché della brevità dell’antica iscrizione. Testimonio questo famoso Distico di Virgilio, che comprende in poche parole la vita di quel gran Poeta, il luogo della nascita e quello della sepoltura, e anche i suoi diversi scritti:

 

Mantua me genuit Calabri rapuere, tenet nunc

Parthenope, cecini pascua, rura, boves.

 

Che Michel de Marolles nostro dotto e laborioso Amico ha così tradotto nella Vita di Virgilio:

 

J’ay partagé mes jours en diverses Provinces,

Ma naissance à Mantouë, en Calabre ma mort;

Naples par mon tombeau rend illustre son sort,

J’ay chanté les Bergers, les Laboureurs, les Princes.

In più Paesi ho i giorni miei passati,

Vita in Manto, in Calabria ebbi la morte;

Dà a Napoli il mio sasso illustre sorte;

Pastori, Contadini e Re ho cantati.

 

 

Testimonio ancóra quest’altro Distico, che il card. Bembo compose sulla morte dell’eccellente Poeta Sannazaro, che passò per il Virgilio del suo secolo:

 

Da sacro cineri flores: hic ille Maroni

Syncerus, Musa proximus, ut tumulo.

 

Vale a dire, nella versione che ne ho appena fatto in segno di tributo per le belle cose un tempo imparate dal suo famoso Poema Epico De Partu Virginis, da me tradotto nella nostra lingua e pubblicato qualche annno fa col titolo Couches sacrées de la Vierge:

 

Couvrez de vives fleurs cette Muse fertile

Qui jusques au tombeau s’approcha de Virgile.

Abbia, alma Musa, viva fioritura,

Presso a Marone anche alla sepoltura.

 

 

Si trova anche, sull’esempio dei Greci, un grande numero di Epigrammi Latini di un solo Verso, come questo di Marziale:

 

Omnia, Castor, emis: sic fiet ut omnia vendas.

Castor achette tout, un jour il vendra tout. Castore compra tutto, per vender tutto un giorno.

 

 

E questo dello stesso Poeta:

 

Pauper videri Cinna, et est pauper.

 

Cinna veut sembler pauvre, il est pauvre en effet. Cinna vuol parer povero, e povero è in effetti.

 

 

E parimente ho osservato nei nostri Poeti moderni Epigrammi d’un solo Emistichio, o di un mezzo Verso, come questa iscrizione funebre e un po’ pungente del Cancelliere del Prat, fatto per Théodore de Bèze, uno dei migliori Poeti Latini del suo secolo,

 

Amplissimus vir hic iacet.

 

Che è difficile rendere nella nostra lingua con la stessa finezza, e la stessa forza del Latino.

457. Trattato dell’epigramma. Sezione III.

11 nov

SEZIONE III. LUNGHEZZA DELL’EPIGRAMMA PRESSO I GRECI.

 

Tanto è vero che un sapiente Autore d’Italia, che si è formato un Poeta puramente in idea, come Senofonte un Principe, Platone una Repubblica e Cicerone un Oratore, dico Antonio Minturno, non si è peritato dall’andare di là dall’opinione di Cirillo antico Poeta Epigrammatico, dicendo di seguirlo, col dire che il semplice Distico è già fin troppo lungo per l’Epigramma; benché dopotutto lo stesso Cirillo non dica altro se non che un Epigramma di un solo Distico è un Epigramma giusto e ben proporzionato; e che se esso si dilunga oltre i due soli Versi, non è più un Epigramma, ma un Libro. Ecco le sue testuali parole tradotte fedelmente da uno dei suoi Epigrammi Greci:

 

Omne Epigramma placet geminis quod versibus exit.

Quod plus est, Librum, non Epigramma voces.

 

E secondo la versione del dotto Grozio riportata da un sapiente Autore moderno, che con gran doglia delle Muse la Morte ci ha prematuramente portato via,

 

Versibus ex geminis bona sunt Epigrammata; quod si

Tres excedit; Epos non Epigramma facis.

 

E di fatto si troveranno nell’Antologia, o Raccolta degli Epigrammi della Grecia, parecchî Epigrammi consistenti in un solo Distico; testimonio questo di Lucilio contro un miserabile Avaro che s’impiccò dopo aver sognato la notte d’aver sostenuto una spesa straordinaria:

 

Sumptum in somnis quia fecerat Hermus avarus

Tristitiam laqueo colla premente fugat.

 

Questi due versi nella traduzione di Paul Estienne, figlio dell’illustre Henri, sono stati così tradotti nella nostra lingua:

 

Hermus crût en dormant despenser en effet:

L’avare à son resveil s’en pendit de regret.

Ermo in sogno credè i suoi soldi spendere;

Gli dolse e, ridestato, s’andò a impendere.

 

 

Triste e lamentevole fine di quei disgraziati che fanno l’unico bene al mondo solo quando ne vengono a mancare, e che non soddisfano gli uomini se non dopo che non sono più nelle condizioni di beneficiare di atti che si possano definire di grazia.

Eccone uno di Pallada che non è, secondo me, un Poeta Epigrammatico così impertinente come alcuni Sapienti, seguendo lo Scaligero, si sono immaginati. È contro le donne. E il destinatario mi sembra certamente molto più da biasimare che non l’Epigramma:

 

Foemina nil qual ira est horisque beata duabus

Dicitur, in thalamo scilicet et tumulo.

 

Se ne troveranno infinità di simili nell’Antologia. Allo stesso modo, vi s’incontrano molti Monostichi, o fatti d’un solo Verso, come questo di Leonida contro una Cortigiana:

 

Fugisti Thalamos unius, et excipis omnes.

 

Che potrei tradurre in questo modo:

 

Fuggi il letto di un sol, sei letto a tutti.

 

E quest’altro ancóra dello stesso Leonida su certi Lauri tagliati da alcuni guerrieri:

 

Quo iam abiit Phoebus Marti cum Daphnida iungis?

 

Che ho tradotto, o imitato, da qualche parte nella mia Raccolta di Epigrammi.

456. Trattato dell’epigramma. Sezione II.

11 nov

SEZIONE II. DEFINIZIONE DELL’EPIGRAMMA.

 

L’Epigramma, del tipo che pratichiamo oggi, è dunque: Qualunque Poesia breve, che designi e rilevi ingenuamente una persona o un’azione o un detto memorabile; o che inferisca una cosa inaspettata da un’affermazione data, sia straordinaria o comune.

Dico ogni Poesia, non perché ogni tipo di Poesia sia Epigramma, né che ogni Epigramma rappresenti ogni tipo di Poesia, ciò che sarebbe ridicolo a dirsi. Ma solamente per esprimere la frase Latina quodvis Poëma, o piuttosto per giustificare anche questa verità, che la giursdizione dell’Epigramma si estende a tutte le materie, e fra tutte specialmente sugli aspetti morali, naturali, fittizî e immaginarî. Aggiungo: Qualunque Poesia breve, dal momento che l’Epigramma dev’essere corto e concentrato: e in quanto maggior grado essa presenti queste qualità, tanto sia migliore; dal momento che essa risente maggiormente della sua prima origine, allorché altro non era che una semplice Iscrizione, che, come ho detto qui sopra, consisteva in una sola parola, o nel numero di parole che era possibile scrivere sopra una porta nel fregio frapposto tra architrave e cornice, sostenuti dai capitelli delle colonne.

455. Trattato dell’epigramma. Sezione I.

11 nov

SEZIONE PRIMA. ORIGINE DELL’EPIGRAMMA E SUO PRIMO IMPIEGO.

 

Di tutti i generi delle nostre Poesie, si può dire che l’Epigramma è uno dei più conosciuti, e dei più celebri. La sua origine dovrebbe essere antica quanto i primi uomini, dato che hanno compiuto delle buone e delle cattive azioni, e che verosimilmente vi saranno stati degl’Intendenti voltisi a lodare le une, e a condannare le altre. Ciò che hanno probabilmente fatto o con un succinto elogio, o con memorabile apoftegma, o con un solo epiteto calzante. Tuttavia trovo che dopo creato il mondo sono passati molti secoli prima che si sia cominciato ad usare il nome di Epigramma, o che se ne sia conosciuta la stessa applicazione.

Innanzitutto, l’Epigramma indicò la pura e semplice iscrizione, posta sopra o sotto, con cui si decoravano le immagini degli Dèi, e le colonne dei Templi; i sepolcri degli Eroi, e i frontoni dei Palazzi; i trofei d’armi, gli scudi, le imbarcazioni, e così altre cose simili. Ciò che si faceva d’ordinario con una sola parola, talora due, o poche di più. Così Pausania nota che in quel luogo famoso in cui si celebravano i Giochi Circensi, c’era un Altare dedicato a Giove sotto il nome di Moiragete, ossia di Signore e Duce delle Parche. Così, stando a quanto riferisce Cicerone nelle sue Verrine, la statua di Verre era abbellita da questo onorevole motto, Sotèr, Salvatore. Così lo scudo di Demostene era consacrato alla buona Fortuna con questo motto: Agathè tyche. Così, secondo Strabone, l’iscrizione sulla tomba di Ciro, che poi altro non era se non il suo Epitafio, era concepita in questi termini:

 

Audi, Viator, Ego sum Cyrus Asiae Rex, qui Persis Imperium peperi; ne itaque mihi sepulchrum invideris.

 

Ma siccome lo stile Attico, o Conciso, ha sempre avuto i suoi partigiani, come lo stile Asiatico, o disteso; così i Poeti sapienti ed illuminati, per risparmiare tempo, e non affaticare la memoria dei Lettori, e dire molto con poche parole, hanno risoluto di prendere agli Storici ed agli Oratori queste specie d’iscrizioni, e di modellare su esse una certa specie di Poesia succinta, che hanno chiamato Epigramma; che dopotutto non è altro che una vera e propria iscrizione, solo un po’ più estesa di quella originaria. Dopodiché, dato che le cose normalmente nel tempo cambiano, e prendono un nuovo aspetto, le hanno sottratte all’ufficio esclusivo della lode per cui erano quasi sempre impiegate, e le hanno impiegate tanto per lodare la virtù quanto per riprendere il vizio; ora per argomenti leggeri ed ora per materie gravi; dimodoché l’Epigramma ha in séguito avuto come oggetto tutto quello che cade sotto i nostri sensi, e anche quello che i nostri sensi trascende; dato che vi furono introdotti Esseri invisibili, essendovi fatti parlare talvolta gli Dèi e le Dee, i Genî e le Città, i buoni e i cattivi Angeli, le Virtù Intellettive, Morali e Cristiane. E di tutto questo i nostri Poeti antichi e moderni, tanto Greci quanto Latini, tanto Italiani quanto Francesi, tanto sacri quanto profani, ci forniscono esempî piuttosto illustri nelle loro opere. Così la sorte dell’Epigramma è stata simile in qualche modo a quella dell’Elegia, dal momento che, come dice Orazio, l’Elegia che inizialmente aveva argomento solo i sospiri e i pianti, e le cose tristi e lugubri, ha in séguito compreso anche argomenti gaî e giojosi. E questi due principî, la tristezza e la gioja, coinvolgono quasi tutte le azioni dell’umana vita, la cui immagine ci fu un tempo rappresentata al vivo da quei due antichi e bizzarri Filosofi, Eraclito e Democrito; di cui uno senza posa piangeva di tutte le cose, e l’altro ne rideva incessantemente.

L’Epigramma passando dunque ad un nuovo uso, dalla statua, dal portico, dallo scudo e dal trofeo agli Scritti e ai Libri, è avvenuto che “Epigramma” ha finito coll’indicare l’iscrizione dell’iscrizione stessa; o piuttosto che la statua sia diventata come l’iscrizione dell’Epigramma. Ma dal momento che, secondo l’opinione dello Scaligero, che su ciò protesta altamente di parlare solo agl’intendenti e ai dotti, questa materia è un po’ oscura, cercherò di chiarirla con qualche esempio familiare. Figuratevi dunque, o mio caro Lettore, che un eccellente Artefice del marmo, come Prassitele, o Pigmalione, se volete, abbia scolpito l’immagine di Ercole o di Romolo, ognuna coll’iscrizione sulla base, o sulla fronte: Ad Ercole, liberatore del mondo, o: A Romolo, Fondatore dell’Urbe; che un poeta eccellente, e amante della venerabile antichità, abbia composto uno o due Epigrammi sulle statue di questi due Eroi, e che le abbia inserite nel corpus delle proprie Poesie con queste iscrizioni, o questi titoli: Sulla statua di Ercole, Sulla statua di Romolo. Chi non vede allora che ognuna di queste due statue può passare come lo stesso titolo dell’Epigramma, e come l’immagine visibile di quella che non apparisse; poiché, come ho detto, l’Epigramma, di sua propria natura, non è altro che una vera e propria iscrizione.

Ma ancorché l’Epigramma abbia tutta l’estensione che ho appena notato, per quanto in essa siano lodati gli Dèi e gli Eroi, i Deserti e le Città, essa somiglia in qualche modo al Poema Epico; e in quanto tratti di cose tristi e funebri, essa ha qualche rapporto con l’Elegia e la Tragedia; e con la stessa Commedia antica, quando essa sia pungente e satirica, e così via; nonostante tutto questo, riman vero il fatto che essa non partecipa in alcun modo né dell’Epopea o Poema Epico, né del Poema Elegiaco né di quello Drammatico, come invece il Robortello e qualcun altro dopo di lui si sono vanamente immaginati; al contrario, io sono in questo della stessa opinione di Giulio Scaligero, del Pontano e del Radero, e dei più illuminati in quest’Arte, dal momento che considero l’Epigramma unicamente come una piccola opera distinta e separata dalle altre, e che sussiste in sé stessa, proprio come il Sonetto, l’Ode, l’Elegia, e tutti gli altri generi di poetici Componimenti.

Dopo aver parlato della vera origine dell’Epigramma e del suo impiego originario in generale, mi sembra opportuno dire in che cosa consista esso attualmente, e definirlo secondo tutte le regole prescritte dai grandi Maestri della Scienza di cui trattiamo.

454. Trattato dell’epigramma. Prefazione.

11 nov

DISCORSO DELL’EPIGRAMMA.

 

Il Lettore saprà che questo Discorso dell’Epigramma si trova all’inizio del Libro degli Epigrammi Francesi dell’Autore; ciò che spiega come mai la seguente Prefazione sia così concepita.

 

PREFAZIONE.

 

Ero sul punto di pubblicare questa mia nuova Raccolta di Epigrammi con una semplice Prefazione; ma siccome ho altra volta composto alcuni Trattatelli dell’Arte Poetica Francese per istruzione di François Colletet mio figlio; e che, tra gli altri, ne ho composto uno sull’origine dell’Epigramma, e del suo uso antico e moderno, ho giudicato a proposito inserirlo qui, come opera in qualche modo utile a coloro che non sono abbastanza inoltrati nel sacro mistero della nostra Francese Poesia; e forse tollerabile anche agl’Intendenti, giacché potranno trovarvi osservazioni e nozioni che devo alla puntuale e frequente lettura dei nostri antichi Poeti. Così potrò istruire i deboli e raffermare i forti nella gaja e dilettevole Scienza dell’Epigramma. Ecco dunque il piccolo saggio di un nobile lavoro che il furore delle nostre guerre civili, e il doloroso trasloco delle mie carte e dei miei Libri dal Faubourg nella Ville mi hanno costretto mio malgrado tante volte ad abbandonare. Infelice effetto delle turbolenze intestine di questo Regno, che non mi è meno sensibile, affatto, della perdita di tutti i miei possedimenti di campagna, esposti come quelli di tanti altri ai furibondi eccessi di tanti Mostri in armi, che l’Inferno ha vomitato per la desolazione della Fortuna pubblica e privata! Tempo infelice, ancóra, nel quale non ho potuto godere della dolce libertà del mio spirito, né dedicarmi ai miei studî ordinarî. Non dubito che qualcuno troverà strano vedere come io metta nel novero dei nostri mali la sospensione dei miei studî, e la dispersione dei miei Libri. Ma voglio che sappiano che è veramente poca cosa rispetto ai barbari nemici delle Muse, agli Spiriti ignoranti o mercenarî, ai vigliacchi e infelici schiavi dell’avidità e dell’ambizione, che dipendono sempre dalla volontà altrui; al contrario di me, che sempre mi sono gloriato di seguire la Virtù senz’interesse; e che anche nei servizî che con diversi scritti ho reso ai nostri Re, e ai loro grandi Ministri, ho sempre serbato quell’onesta franchezza che tanto s’addice alle belle Anime, e a tutti quanti fanno professione di belle Lettere. Dio voglia che una benefica Pace ristabilisca presto tra noi quello che un’odiosa guerra ha così miserevolmente distrutto; e che dopo i sanguinosi disordini di questo Stato, e questo orribile tonar di cannoni possiamo presto rivedere una felice calma nelle nostre Province, e udire in tranquillità i dolci e pacifici Concerti d’Apollo, delle Muse, delle Grazie.

453. Trattato dell’epigramma. Indice.

11 nov

Tavola delle principali Materie contenute in questo Discorso dell’Epigramma.

 

Piccola Avvertenza.

Prefazione.

Origine dell’Epigramma, e suo primo impiego. Sez. I.

Definizione dell’Epigramma. Sez. II.

Lunghezza dell’Epigramma presso i Greci. Sez. III.

Lunghezza dell’Epigramma presso i Latini. Sez. IV.

Lunghezza dell’Epigramma presso i Francesi. Sez. V.

Epigrammi lunghi di Autori antichi e moderni. Sez. VI.

Primo autore del nome dell’Epigramma Francese. Sez. VII.

I buoni Epigrammi confacenti al nostro secolo, secondo il sentimento sia di Ronsard sia di Marulle.

Vero carattere dell’Epigramma. Sez. VII.

Ignoranza di alcuni Poeti moderni. Sez. VIII.

Del Madrigale degl’Italiani, e degli Spagnoli.

Divisione dell’Epigramma, e diversi esempî per la sua composizione. Sez. IX.

Altra divisione dell’Epigramma. Sez. X.

Materia dell’Epigramma, e che Verso gli convenga. Sez. XI.

Se si possa, nell’Epigramma, far parlare Dèi, e Dee.

Famosa disputa sull’argomento dell’Epigramma. Sez. XII.

Virtù dell’Epigramma. Sez. XIII.

Altre virtù dell’Epigramma.

Della sottigliezze dell’Epigramma. Sez. XIV.

Insolenza dell’Aretino rintuzzata da un altro Autore.

Effetti d’un Epigramma ingegnoso.

Dell’acutezza di un Epigramma. Sez. XV.

Degli Epigrammi di Catullo, e di Marziale. Sez. XVI.

Diversi giudizî sugli Epigrammi di Catullo, e di Marziale. Sez. XVII.

Come si possa discernere un buon Epigramma da uno cattivo.

Della moderazione necessaria al Poeta Epigrammatico. Sez. XVIII.

Come debbano vivere i galantuomini con i Poeti Satirici ed Epigrammatici del loro secolo, per serbare intatta la reputazione. Sez. XIX.

Il Poeta Epigrammatico deve, scrivendo, rispettare la convenienza e il decoro. Sez. XX.

Epigrammi ricompensati. Sez. XXI.

452. Trattato dell’epigramma. Madrigale della signorina Colletet al Mazzarino.

11 nov

A MONSIGNORE

L’Eminentissimo

CARDINAL MAZZARINO

MADRIGALE.

 

Dopo nel Milanese
E presso le Campagne dell’Artese
Valenza presa, e a noi Cappella resa,
Giulio, onde adoro Ingegno ed alta Impresa,
Parigi, altro Universo,
T’accoglie, qui converso,
Celebrando il Trionfo tuo, e la Gloria.
Oh, i gran Consiglî non prestati invano!
Te reduce incorona la Vittoria;
Può incoronarti una più bella Mano?

 

Mademoiselle COLLETET. – 1656.

451. Trattato dell’epigramma. Sonetto al Mazzarino.

11 nov

A MONSIGNORE

L’Eminentissimo

CARDINAL MAZZARINO

Sulla presa di Montmédy.

 

SONETTO.

 

Rocca a noi di fierezza incomportabile,
Malgrado i suoi Bastioni, e il suo Partito,
Al nostr’impeto è in mano a noi finito;
Chi tutto già domò, non più è indomabile.
Al folgorar di Giove formidabile,
S’ogni Gigante ne restò colpito,
Che Ribelle, che Turba non sentito
Ha di Luigi il lampo inevitabile?
GIVLIO, a gran Re ministro ineguagliato,
Tu i suoi passi, egli ha il dir tuo seguitato:
Rovinò a tanta forza il Monte a fondo.
Del mio ingegno quel Dotto Stuol sovrano
Canta del doppio colpo, unico al mondo:
Di testa il tuo, cioè, & il suo di mano.

 

G. COLLETET. – 1657.

450. Trattato dell’Epigramma. Titolo & Dedicatoria.

11 nov

TRATTATO / DELL’ / EPIGRAMMA. / Del Sig. Colletet. / SECONDA EDIZIONE. / Rivista dall’Autore. / A PARIGI, / Presso Antoine de Sommaville, a Palazzo, sulla seconda Scalinata della santa Cappella, allo Scudo di Francia. / E Louis Chamhoudry, a Palazzo, di faccia alla santa Cappella, all’Immagine di san Luigi. / M.DC.LVIII. / Con Privilegio del Re.

 

ESTRATTO DEL PRIVILEGIO DEL RE. Per Grazia e Privilegio del Re, dato a Parigi, il giorno 30 di Dicembre 1657. Firmato dal Re, nella figura del suo Consigliere CONRART: è permesso al Signor COLLETET, dell’Académie Française, di far imprimere, vendere e addebitare, dallo Stampatore o Librajo che vorrà scegliere, un Libro che ha composto, intitolato Diversi Trattati dell’Epigramma, del Sonetto, del Poema Bucolico, dell’Egloga, della Pastorale, dell’Idillio, della Poesia Morale e Sentenziosa, dell’Eloquenza Francese, e tanto per lo spazio di anni due, a partire dal giorno in cui sarà finita di stampare la prima volta. Ed è fatto divieto a tutti gli Stampatori, i Libraî e altre persone, di qualunque condizione e qualità siano, di imprimere, far imprimere, vendere e addebitare i detti Trattati, insieme o separatamente, senza il consenso dell’Esponente, o degli aventi diritto in sua vece, con pena ai contravventori di lire millecinquecento d’ammenda, confisca degli esemplari contraffatti, e pagamento di tutte le spese, i danni e gl’interessi, fintantoché sarà accompagnato dal detto Privilegio. Registrato sul Libro della Comunità dei Mercanti Libraî, secondo il Decreto della Corte del Parlamento dell’8 Ottobre 1653. Fatto a Parigi il 10 Gennajo 1658. Firmato: BECHET, Sindaco.

Il detto Sig. COLLETET ha ceduto il Privilegio dei detti Trattati ad Antoine de Sommaville e Louis Chamhoudry, Mercanti Libraî, perché ne godano secondo gli accordi tra loro presi.

Finito di stampare il 28 Gennajo 1658.

 

A MONSIGNORE L’EMINENTISSIMO CARDINAL MAZZARINO. MONSIGNORE, Per quanta cura abbia messo a formare questa piccola Opera, e per quante ricerche abbia condotto per dare alla nostra Lingua materie che non aveva ancóra né visto né trattato, tuttavia, nella libertà che mi prendo di presentarla a Vostra Eminenza, sento che sùbito il rispetto mi arresta, e che l’impresa mi spaventa. So che i gravi incarichi del vostro alto Ministero si associano solo a colloquî degni della loro Grandezza; e che come Socrate, la cui virtù era ben al disopra di tutte le lodi, parlando di un Elogio fatto in suo favore, E’ bello, disse, ma non è bello per Socrate. Così come quello che parrebbe bello in sé, o che, può darsi anche, sarebbe bello per un altro, potrebbe non esserlo affatto per il gran Cardinal Mazzarino. Ma, MONSIGNORE, per quanto eloquenti siano, che cosa possono le nostre Muse produrre che sia degno della vostra attenzione? Le vostre grandi azioni sono molto al di là delle nostre parole, e dei nostri pensieri: e la forza del vostro Intelletto pone ad esecuzione le cose importanti più facilmente che i più abili Politici del Mondo non riescono a concepire. L’Augusto Nome del gran Monarca che servite, la sua Presenza formidabile alla testa delle sue Legioni, il coraggio intrepido dei suoi Generali d’Armata, e di tutti i suoi altri Capi, sono i veri e potenti Genî che estendono i nostri confini e le nostre frontiere. Ma, MONSIGNORE, oserò dirvelo?, sembra che mancherebbe qualcosa alla felicità di questo Stato, e alla reputazione delle nostre Armi, se le nostre Armi agissero senza i vostri saggî Consiglî. E fu con questo pensiero, che dopo i prosperi successi di quest’ultima Campagna che ha confuso i nostri Nemici, sorpreso i nostri Alleati, e reso la Francia così trionfante; voglio dire che, dopo aver visto piantare i nostri Giglî sulle torri di Montmédi, di Bourbourg, e di Mardic, composi questo piccolo Madrigale, che qui inserisco come una semplice foglia delle diverse Corone di Lauro con cui ho tante volte circondato i vostri templi gloriosi:

 

Rocca non c’è inaccessibile;

Al mio Re nulla v’è d’impossibile,

Finché il Cielo gli sforzi ne appoggî.

Ma dir troppo ci preme

Che tutti questi prosperi successi mostrano oggi

Che a molto Marte è utile stia un po’ di GIVLIO insieme.

 

Sì, MONSIGNORE, come il Sale e il Mercurio di mescolano insensibilmente in tutte le composizioni degli Alchimisti, noi non abbiamo, da molto tempo, fatto conquista, o riportato vittoria, che la vostra saggia Previdenza non vi fosse coinvolta, e non ne abbia reso gli esiti gloriosi. Come il Padre del grand’Alessandro, che non era affatto valente come il Figlio, ma che non aveva Intelletto meno acuto, decise un tempo di offrire agli Ateniesi la città d’Anfipoli, per avere Demostene, che egli stimava da pià che ventimila uomini, non ignorando che l’Intelletto di un solo Uomo vale talora tutto l’Intelletto e tutta la forza d’uno Stato.

 

Restaurò un uomo solo per noi Roma.

 

Così i nostri Augusti Sovrani, i cui occhî e pensieri vegliano continuammente al bene di quest’Impero, credettero con ragione che per soffocare le nostre divisioni, i cui falsi pretesti stavano per precipitarci in sconosciuti abissi di sventura, la vostra felice presenza poteva essere a questa Monarchia quello che all’Impero Romano fu quel fatale Ancile, che cadde miracolosamente dal Cielo per la sua sicurezza, e la sua gloria. E in effetti, dacché ci appariste come l’Angelo Tutelare della Francia, tutte le nostre turbolenze civili cessarono incontinente, tutti i cuori divisi si riaccordarono, e tutti quegl’Intelletti tumultuarî che s’adoperavano all’Anno climaterico dell’eterno Fiordiligi, si videro talmente sgannati nelle loro speranze, da rendere la loro confusione e il loro rossore non meno evidenti del loro orgoglio e della loro ambizione. Ma, ciò che finì di confonderli, videro tutt’a un tratto riaperti gli occhî dei Popoli, e la Fortuna stessa strapparsi la tenebrosa benda, per considerare più dappresso il vivo splendore della vostra virtù. Se è vero che in Sicilia, disse un antico Greco Poeta, scorre una Fonte le cui acque hanno una virtù così potente che chi ne beve non smette mai di accrescersi, e supera tutti gli altri in grandezza, le Muse, MONSIGNORE, che vi hanno educato sin dai più teneri anni non hanno mancato di darvi a bere quel celeste licore, che poi vi avrebbe messo nella più eminente posizione del mondo. Ma giacché simili considerazioni tengono un poco più del Panegirico che d’una semplice Lettera, non mi diilungherò qui oltre sulle alte conoscenze che possedete nel Governo degli Stati; mi accontenterò di dire solamente che il vostro Intelletto, agendo, fa ogni giorno splendere tante gemme nelle Scienze sode, e nelle Arti belle, che presentando a Vostra Eminenza questo piccolo Trattato dell’Epigramma prevedo già che sarete il giusto Censore, o piuttosto il veridico Arbitro di tutte le famose dispute che tanti classici Autori hanno avuto su questa dilettevole materia. E per asseverare ancor più questa bella verità, quanto mi piacerebbe poter vantare qui il possesso di nonsoché di grande, e di raro! Parlo di quegli arguti Madrigali, e di quegl’ingegnosi Epigrammi con cui avete non solo arricchito la vostra Lingua materna, ma anche questa Lingua, che sempre s’è vantata d’essere la Signora delle altre, e il vero strumento dei Sapienti. Sicuramente sarebbe da una così chiara fonte che andrei traendo preziosi esempî. Sarebbe da quel perfetto modello che potrei trarre regole certe che il nostro secolo, e tutti i secoli a venire, riceverebbero in Parnaso come tante massime infallibili per l’indefettibile composizione di questo tipo di piccola Poesia. Perdonate, MONSIGNORE, lo zelo che mi trasporta a gloria vostra. E per scendere di Cielo in Terra, dai vostri splendori possenti alle mie deboli ombre, tollerate che dica a Vostra Eminenza che – come l’Aquila, che non espone mai i suoi Aquilotti ai raggî del Sole senza averli prima accostumati a più fioche luci – ho voluto provare a vedere se questa piccola Opera aveva abbastanza forza da sopportare lo splendore degli Spiriti illuminati, prima di esporlo in voi a tanta fonte di lumi. E siccome la mia ventura ha voluto che fossero accolti con applauso alla prima edizione, non condannate, ve ne supplico, l’ardire che mi prendo di offrirvene la seconda. Ma per quanto abbia avuto la grazia di piacere a quelli, resto al tutto persuaso che la sua gloria potrebbe solo rimanere imperfetta quando non le faceste l’onore di guardare ad essa con quegli occhî penetranti e benigni che volgete su tutto quanto vi piace. È poi, MONSIGNORE, parto dell’Ingegno d’un Uomo che da tanto tempo s’è consacrato al servizio di Vostra Eminenza, e che da tanti anni avete la bontà di onorare con beneficî, e con la vostra gloriosa protezione. Io sono,

MONSIGNORE,

Di Vostra Eminenza,

L’umilissimo ed obbedientissimo servitore.

G. COLLETET

 

Addì, 5 Gennajo 1658.

449. Trattato dell’epigramma.

11 nov

Non posso lasciare orfano il trattato sul sonetto del Colletet, di cui peraltro non gliene frega – e credo abbastanza giustamente – a nessuno, e posto anche i venti e rotti pezzetti che costituiscono il Traitté de l’Epigramme. I due testi furono pubblicati, ricordo nel 1658, insieme, sotto il titolo:

L’ARTE / POETICA / DEL SIG. COLLETET. / In cui si tratta / Dell’epigramma / Del Sonetto / Del Poema Bucolico, dell’Egloga, della Pastorale e dell’Idillio. / Della Poesia morale, e sentenziosa. / Con un Discorso dell’Eloquenza, & dell’Imitazione degli Antichi. / Un altro Discorso contro la Traduzione. / E la nuova Morale dello stesso Autore. / A Parigi, presso Antoine de Sommaville, a Palazzo, sulla seconda Scalinata della santa Cappella, allo Scudo di Francia. E Louis Chamhoudry, a Palazzo, di faccia alla santa Cappella, all’Immagine di san Luigi. M.DC.LVIII. Con Privilegio del Re.

E con quest’avvertenza, molto breve:

AL LETTORE. Nel disegno che ha l’Autore nel presentarsi tutto quello che le sue veglie e le sue meditazioni gli hanno insegnato nell’Arte Poetica, ricevi con favore questi quattro o cinque Trattatelli, come saggio della prima parte dell’Opera. Sarai tantopiù incoraggiato ad affaticarti intorno al resto, e a scoprire da te in questa bell’Arte nuovi segreti, che non saranno forse indegni delle tue cure e della tua curiosità.

Devo avvertire che manca, al momento almeno, il testo francese del sonetto dedicatorio [ma in realtà manca l'originale di tutti i primi componimenti], che integrerò quanto prima. La grandissima parte dei testi riportati dall’A. sono in latino, quindi poche sono le versioni che ho dovuto fare. Mi limito a notare che il testo, nonostante quello sul sonetto non sia affatto privo d’interesse – tutt’altro – è a questo superiore, specialmente per la dottrina che vi è profusa e perché l’epigramma in quartine è una specialità, e questo non è negato da nessuno, tutta quanta francese, con molta più storia in quella letteratura di quanta ne abbia avuta il sonetto.

Inutile che aggiunga “buona lettura” perché sarebbe prendermi per i fondelli da me stesso.

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