662. Gabriel von Wayditch.

4 nov

Gabriel von Wayditch (1888-1969) con il figlio Walter (1925-2005)

 

Sul Guinness dei Primati del 1996 ancòra figurava il nome di Gabriel von Wayditch, o Wayditsch, o Vajdič, nato a Budapest il 28 dicembre 1888 e spentosi a New York il 28 luglio 1969; compositore semisconosciuto ai più, era autore di un melodramma, dal titolo Gli eretici, che rappresentata sarebbe durata 8 ore e mezza. Dato che non esistono, che si sappia, altre opere che durino così tanto – sullo stesso Guinness si dava conto dei Maestri cantori di Wagner, con le sue 5 ore e mezza di durata, come dell’opera, o dramma musicale che dir si voglia, più lungo tra quelli regolarmente in repertorio. Fino al 2000 all’incirca il Guinness dei primati è stato aggiornato tenendo conto sempre delle stesse sezioni, tra cui, regolarmente, una musicale e una letteraria; dopodiché la concezione è cambiata radicalmente, e le sezioni sono state completamente rivoluzionate. I record di tipo letterario, per esempio, si riducono – assai significativamente, dato l’andazzo dei tempi – al numero di copie vendute – che pure erano riportate, ma tra altre cose, anche nelle edizioni precedenti – , mentre altri record (il romanzo più lungo, il poema più lungo…) sono stati cassati per non più ricomparire. Ma mentre i nomi degli altri (inconscj, quasi sempre) recordmen nel senso della lunghezza, del volume, della durata erano in genere reperibili sui lessici, non così era per questo oscuro compositore, di cui nessun dizionario parla. C’è solo un obituary del “New York Times” di cui si dà riferimento sul Biography Index. A cumulative Index to Biographical Material in Books and Magazines. September 1967-August 1970 (vol. 8), The H. Wilson Company, New York 1971, la cui concezione, consistendo nei nudi nomi con date di nascita e di morte, permetteva l’inclusione di tutti i personaggj di cui si fosse parlato anche una sola volta sui giornali statunitensi. Laconicamente, la voce recita: “WAYDITCH, Gabriel, 1889?-1969, composer | Obituary | N Y Times por p39 Jl 30 ’69″. Come si vede, il cognome è monco del “von”, che pure gli spettava in quanto nh, e la data di nascita è data in forma dubitativa (e infatti GvW era nato l’anno precedente); “por” sta per “portrait”, infatti l’articolo recava una fotografia giovanile del compositore; la notizia era stata data due giorni dopo il decesso. Continua a leggere

661. Scheda: Brizzi, “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” (2010).

3 nov

Enrico Brizzi (1974), La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio, Laterza, Coll. “Contromano”, Bari ott. 2010. ISBN: 9788842094333. Pp. 288.

Séguito di La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (2008), il presente libretto è interessante per più motivi: prima di tutto è scritto da un ex-ragazzo perfettamente normale, attualmente uomo perfettamente normale (glielo dice, nei camerini, anche una donna dello spettacolo, all’epoca fidanzata forse con Stefano Dionisi, che ha un’aria stranamente normale per essere uno scrittore), che ha esordito nel 1994 con Transeuropa con un romanzo del tutto normale, in quanto romanzo generazionale, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ad un’età che però, almeno per l’epoca, quando fiorirono anche i Cannibali – alcuni dei quali molto giovani – non era tanto normale, vale a dire 20 anni non ancòra compiuti. Del milieu rendono conto, oltre ad altri luoghi dell’opera – (v. su wikipedia), 9 romanzi + uno per ragazzi, 1 raccolta di racconti più 3 racconti in voll. collettanei, 2 “guide” (alla via di Gerusalemme e alla Francigena, che EB ha percorso a piedi con Marcello Fini, coautore) – queste due opere grosso modo autobiografiche, definite “cronistorie”: genitori insegnanti, famiglia numerosa zeppa di zii e nonni, solidi principj di sinistra. Ad esaltare per contrasto, si direbbe, la propria normalità, pressoché modulare, scandiscono il presente racconto gl’incontri con i coetanei Juri, scombinato ragazzo tendente al sottoproletario, vittima prima della televisione e poi della Lega, e LucaPietro, di famiglia troppo ricca, vano, un po’ vigliacco, al fondo un disadattato, un debole. Va da sé che un autore così rappresentativo, s’intende al meglio, delle esperienze e delle tendenze di una generazione sia interessante soprattutto quando parla di sé stesso, cioè quando parla appunto della propria generazione ritraendola attraverso sé stesso e le proprie predilezioni ed esperienze. Ho provato, seguendo un consiglio discutibile, a lèggere Razorama, per esempio, e non sono riuscito, io che i libri devo finirli proprio tutti, anche quando vorrei depositarli in qualche cassonetto, a superare la metà. Non che Razorama meritasse il cassonetto, ci mancherebbe: è un prodotto altamente professionale, tutto ambientato in mare a bordo di un’imbarcazione, e la terminologia marinaresca e relativa alle navi vi è, specialmente all’inizio, copiosa e ricca – ciò che rende la narrazione, in alcuni punti, assai istruttiva, posto ci si tenga un lessico di terminologia marinara sottomano durante la lettura – , contribuendo all’evocazione di un mondo privilegiato fatto di superfici lucide e linee perfettamente tirate, décor adattissimo alle imprese di un serialkiller d’alto bordo (appunto). Ma, di là dall’esercizio di stile e dall’evidente calco ellisiano, l’effetto era un poco quello di uno di quei thriller da tarda serata di ItaliaUno, solo che invece di guardare immagini in movimento si dovevano passare gli occhj sulle righe. Sono scherzi che la normalità, spesso e volentieri, ama tirare: senza voler, assolutamente, sostenere che solo la discrasia con l’ambiente permetta di produrre opere di rilievo. Ma il merito di Jack Frusciante, oltre a quello di essere scritto praticamente in presa diretta, essendo il romanzo di un adolescente sull’adolescenza (ecco, per esempio Due di due, che ha svolto grosso modo la stessa funzione per la mezza generazione precedente, De Carlo l’ha pubblicato a 37 anni, ha una bellissima descrizione dell’adolescenza sessantottarda ma riguarda tutto uno percorso di crescita, fino all’età adulta), è stato proprio quello di lèggere il dato generazionale nel dato autobiografico, senza filtri letterarj che a quell’altezza Brizzi non avrebbe avuto nemmeno il tempo di prepararsi. La felicità, se ne ha, del presente La vita quotidiana sta proprio nella sua capacità di evocare, direttamente e senza filtri, un clima culturale, vissuto senz’alcuna remora, dev’essere detto, fino allo sviluppo di una coscienza critica che ha consentito all’autore, e a chi ha avuto un percorso simile al suo, di uscire da certe barene. Continua a leggere

660. In sospeso.

28 ott

Marco Candida, inferocito all’idea di essersi preso un grosso 0 come scrittore {e non era nemmeno vero}, aveva ingaggiato una fumosa discussione qui, dove, da lui invitato, sono intervenuto tre volte. Solo che il mio terzo intervento è rimasto censurato dall’inviperito autore. Pazienza, non ricordo nemmeno che cos’avessi scritto (e comunque si scrive Friedrich Nietzsche, Paul Ricoeur, e Socrate, non avendo scritto nulla, non può essere maestro di nessun contemporaneo).

659. Holden.

28 ott

http://www.bloggers.it/pedroelrey/itcommenti/cesso%20mondiale.jpg

Irene ha dedicato uno dei suoi post, non molto tempo fa, al forum della Holden. Se andate qui, vedete che c’è un sito dedicato alla scuola Holden di Torino, quel posto dove si paga o pagava fino a qualche annetto fa 9000 euri di retta annua per imparare a scrivere. Il forum, però, non ce lo trovate: fino a qualche tempo fa c’era, non so quando l’abbiano tolto. Erano ancòra presenti tutti i messaggj dall’ultimo reset. Qui, tra i commenti, tash, che mi è noto appunto dalla Holden in poi, lamenta la scomparsa del forum con tutte le discussioni che conteneva; ma dimentica, forse, che periodicamente c’era un reset, per cui tutto quello che era stato pubblicato prima di una certa data spariva dall’oggi al domani, senza nessun preavviso; e normalmente si alzavano a cielo le lamentele di quelli che avevano scritto direttamente in rete le loro cose. Continua a leggere

658. Dialogo con Giovanni Di Iacovo.

27 ott

Su Giovanni Di Iacovo vedi qui; sui suoi scritti, qui; e qui la mia recensione del suo ultimo Tutti i poveri devono morire (Castelvecchi, 2010).

1.Il tuo romanzo colpisce per la stringatezza e per la costruzione coerente (e anche un bel po’ complicata), due qualità che condividi con pochissimi scrittori, specie italiani, di questi anni. Qual è la tua formazione di scrittore?

Essendo figlio unico, da piccolo ero spesso da solo e allora ho iniziato a crearmi una sorella immaginaria, Viola e a scrivere le sue storie, avventure che avevano lei come protagonista, un vero e proprio ciclo di episodi che scrivevo mentre mi nutrivo di Poe, Cortazar, Calvino e vari fumetti così come oggi mi nutro di Palahniuk, Wallace, Ellis e moltissimo cinema. E cronaca. Passo diversi mesi accumulando notizie, inquietanti dettagli storici, esperienze di vite borderline o episodi agghiaccianti o esilaranti dalla cronaca del mondo intero. Sotto questo fango scopro dei diamanti che diventano le idee guida del nuovo romanzo e il resto diviene la creta primordiale con la quale inizio a creare il corpo della narrazione.

2. Credo venga spontaneo chiedersi: come hai costruito il romanzo? Hai creato prima il codice del Cenacolo di Caino e poi ci hai fatto una storia o ti sei buttato?

Si, ho prima creato la base teorico-ideologica degli aristocratici assassini , poi ho creato i personaggi principali, poi ho creato le ambientazioni tra Londra e Berlino e poi li ho fatti vivere, interagire, amarsi, ammazzarsi, combattersi, scoparsi, insomma: li ho fatti vivere. Continua a leggere

657. Dialogo con Massimiliano Santarossa.

26 ott

Massimiliano Santarossa nasce nel 1974 a Villanova, provincia di Pordenone. Lavora dai sedici anni in poi come falegname e come operajo in una fabbrica di materie plastiche. La scoperta della scrittura porta nel 2007 al primo libro, la raccolta di racconti Storie dal fondo (Pordenone 2007), titolo eloquente per narrazioni nate dall’ascolto delle storie altrui, e spaccato di vita del proletariato industriale del NordEst. Nascono dalla vita realmente vissuta anche i due romanzi, Gioventù d’asfalto (Pordenone 2009) e l’ultimamente uscito Hai mai fatto parte della nostra gioventù? (Milano 2010). Nel 2008 ha vinto il premio letterario “Parole contro” e nel 2009 ha ricevuto la menzione speciale del premio “Tracce di territorio”. Dal 2009 i suoi libri sono portati in scena dalla compagnia teatrale “Arti e mestieri”.

1. Hai cominciato a lavorare molto giovane, e dichiari tu stesso di non avere studî. Li rimpiangi o hanno un’importanza relativa?

Ho cominciato a lavorare a sedici anni, dopo la cacciata definitiva dalle scuole superiori. Rimpiango gli studi perché la classe è un posto caldo, dove non ci si spacca le mani e la schiena, dove c’è qualcuno a dirti cosa fare e come farlo. Non rimpiango gli studi in quanto tali. Penso di essere stato stupido ad accettare così presto quell’inferno chiamato fabbrica.

2. Qual è il tuo rapporto con i libri? Ci sono scrittori, o forme d’arte, che ti hanno influenzato?

Quello con i libri è stato un rapporto inesistente fino ai diciotto anni. Poi è diventato un fuoco, qualcosa da cui non riesco più a staccarmi. La vita esagerata costava troppo, nei libri ho trovato un modo gratuito per continuare a frequentarla, senza giocarmi stipendi, fegato e cervello. Ma credo di non aver subito influenze intellettuali, se non quella molto potente di Boracho: il vecchio “cattivo maestro” che torna in tutti i miei libri. Continua a leggere

656. Scheda: Santarossa, “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” (2010).

25 ott

Massimiliano Santarossa (1974), Hai mai fatto parte della nostra gioventù?, Baldini Castoldi Dalai Editore, ott. 2010. Pp. 145.

*spoiler*

*SPOILER*

spoiler*SPOILER*spoiler

SPOILER*SPOILER*SPOILER

SPOILER*spoiler*SPOILER*spoiler*SPOILER

SPOILER*SPOILER*SPOILER

spoiler*SPOILER*spoiler

*SPOILER*

*spoiler*

L’autore, originario di Villanova (Pordenone), ex-falegname, ex-operajo, racconta solo cambiando i nomi gli eventi realmente accaduti nelle 72 ore di un lungo weekend nella città nativa. Il Vez (il narratore), Nic, Mike e Gio’ sono i quattro protagonisti: tutti e quattro poco più che ventenni, tutti di diversa estrazione, teoricamente, di fatto – si direbbe – condannati allo stesso destino. Il Vez è falegname in una fabbrica dislocata tra centinaja di altri capannoni lungo la “pontebbana”, lo stradone che è la spina dorsale della cittadina, che si deve percorrere sia per andare a lavorare sia per correre incontro ai disperati divertimenti del sabato sera; Nic, apparentemente cinico e positivo, in realtà un clown triste quanto ciarliero, è venditore presso una rivendita d’auto nuove e d’occasione; Mike, trascurato dai genitori, lui politico progressista, lei architetto di grido, da sempre trattato come un deficiente, già confinato, a scuola, in una sezione differenziale, lavora per modo di dire facendo fotocopie in un ufficio comunale; Gio’, infine, tossico, precocemente invecchiato, scacciato di casa dai genitori che hanno obbedito ai servizj socioassistenziali che li hanno incoraggiati a fargli terra bruciata intorno in modo da farlo entrare al più presto in comunità. Continua a leggere

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.