206. Intorno a un relativamente noto sonetto di Ciro di Pers.

9 ott

Tra tutti i marinisti, Ciro di Pers ha sempre goduto una posizione abbastanza privilegiata, sempre considerando che dei marinisti si è cominciato ad occuparsi, eccettuate le fatiche antologiche degli anni Dieci da parte del Croce e quelle degli anni Cinquanta da parte della Ricciardi e di Gio. Getto, solo nella seconda metà del secolo scorso. Tanto per dire, è stato il primo il cui canzoniere (nudamente intitolato Poesie, e la cui prima stampa fu postuma, 1666) sia stato stampato integralmente ai nostri giorni, per la cura di Michele Rak, nel 1978 e per i tipi di Einaudi.

Il motivo di questa relativa fortuna, vale a dire della notevole considerazione di cui ha goduto, si deve a una relativa semplicità di dettato e, pur in compresenza di una certa, ma non incontrollata, fioritezza, il compatto restringersi della robusta raccolta intorno a temi del tutto barocchi, ma trattàti senza dispersioni. Come notò l’Asor Rosa (1968) lo scrittore, il poeta barocco è ossessionato dagli endoxa perché li ha perduti di vista: le nozioni certe della consuetudine, del quotidiano commercio, del buonsenso, quella parte assiomatica, e ricevuta, del pensiero umano – tale è il disorientamento che domina durante l’età del fango — si disperdono in un mondo di segnali contraddittorj, tutti da ricatalogare e risistematizzare. La maraviglia barocca, ribadirà il Pieri (1995) è di tipo catastematico, a partire dal Marino re del secolo, vale a dire che la sistematizzazione stessa, l’incasellamento, la raccolta ragionata dei dati — come anche la distruzione delle insufficienti categorie pregresse, la loro messa in discussione tramite antifrasi e altre forme di ironia distruttiva — sono di per sé stesse fonte di piacere, e sono facilmente identificate con la bellezza poetica. Ne deriva un’idea di bello poetico che nessun’altra età aveva mai avuto e che tutte le età seguenti si rifiuteranno, appunto categoricamente, di far propria.

Ciro di Pers è friulano; proviene cioè da una regione che nel Seicento fu molto importante, sfornando soprattutto molti capitani di ventura, sive mercenarj; lo stesso Ciro, che deve il suo curioso cognome al fatto di essere castellano nato e vissuto nella rocca avita di Pers, combattè in varie parti d’Europa. Il Friuli dell’epoca copriva una regione più ampia di quella attuale; da una novella del Gozzi, risalente al 1764, si sa che almeno fino a quest’anno il friulano era parlato in città in cui in séguito, & oggi ancòra quando pure si parla dialetto, si sarebbe parlato veneto. Il Friuli è inoltre regione importante per la poesia; e accanto a Ciro, ma su un piano inferiore, devono almeno essere citati il marinista “vero” Giuseppe Salomoni, ossia ben distinto dal “rancido pastone” (Pieri ’95, u.s.) dei marinisti generici, classe 1570, attivo presso la più importante accademia udinese, vero decadente, autore di un volume di Rime che emulano in via direttissima quelle del Marino; e il curioso Ludovico Leporeo, classe 1582, l’inventore dei leporeambi, o metri leporei, ossia sonetti i cui versi sono complicati da numerose rime interne e bene spesso da rime obbligate (così si definiscono le rime sdrucciole o bisdrucciole non solo in rapporto di rima ritmica, ma realmente rimanti), che piaceranno di lì a qualche secolo alla Sbolenfi, che senza riconoscere il primato del vecchio rimatore non avrà onta di ribattezzarli “sonetti sbolenfj”.

Non solo rispetto a questi due Ciro sotto diversi aspetti si distingue in meglio, tanto che la stampa, assai prematura sulle integrali di secentisti, risalenti poi agli anni Ottanta e soprattutto Novanta del secolo che ci siamo lasciàti alle spalle, non parve aver necessità di tante giustificazioni. Lo stesso, se si vuole, vale per altri marinisti di livello molto alto, come il Lubrano adottato dal Pieri (1982 e 2002) e il Dotti curato da Boggione (1989 e 1997): ma questi altri giungono alla grandezza per via di una sorta di sibaritismo metaforico-contrapositivo, finendo coll’essere facilmente, e quasi ad ogni verso, più barocchi di qualunque loro contemporaneo e predecessore. Ciro di Pers, appunto, si distingue per una facilità e una schiettezza di toni che rende i suoi barocchismi molto più imparentabili a certa rimeria affine ma del tutto al difuori del marinismo e dei suoi confini sovente asfittici, europea e specialmente spagnola, tanto da evocare certo Lope, e soprattutto certo Quevedo rimatori.

E’ un marinista, se proprio la si vuole mettere così, di seconda generazione, vale a dire che nasce esattamente trent’anni dopo il Marino, nel 1599; si spegne in località s. Daniele nel 1663, sessantatré-sessantaquattrenne. Come tutti i non troppi uomini del Seicento che passarono la cinquantina, da ultimo Ciro era talmente incatorcito da non potersi nemmeno applicare agli studj letterarj, che teoricamente erano, almeno per la mentalità del tempo, proprio cosa da climaterio, da pensione. Difficilmente si trovano testimonj di poeti e scrittori secenteschi che abbiano avuto la ventura di arrivare nel pieno delle forze a sessant’anni. Il Marino muore dopo una castrazione totale che doveva salvarlo dalla stranguria, a cinquantasei anni d’età; dopo Ciro, il Frugoni muore semidimenticato proprio intorno ai sessanta dopo anni di impari lotta contro una gotta terribile; intorno ai sessant’anni il Lubrano comincia ad essere perseguitato da malattie nervose.

Nei casi più fortunati il poeta barocco da vecchio approfitta delle intermittenze del male che lo porterà alla tomba, spesso lasciando tracce sconsolate, talora veramente strazianti, delle proprie condizioni (non il Marino, uomo freddissimo e salace, naturalmente): così il Lubrano chiedendo dilazioni a Cristofano Ivanovich per certe lettere e per la raccolta delle migliori prediche proprie; così il Frugoni, fiorendo con acrimonia, ma non esagerando, e sfuriando in prefazioni e proteste al lettor discretto e non numerico, che doveva a tutti i costi sapere della gravità di tutti gli accessi, della dolorosità di tutti gli spostamenti. L’opera, robusta e variegata, del Cavalier Sanguinario, nacque quasi interamente dopo la quarantina, in una corsa contro la morte per sifilide. Lo stesso vale per Ciro, che ritirandosi per vivere a sé stesso aveva messo in conto di dedicarsi ad alcuni progetti tragici, forse a prose, e non potè fare altro che approntare la stampa delle sue rime intere e ultimare una tragedia che nessuno ricorda. Anche lui lascia una serie di lettere, molto avvilite, degli ultimi anni della sua vita, in cui si dà dell’infingardo con una cara gentildonna, ma in realtà per noi è impossibile qualificare esattamente, risentire nel nostro cervello e nella nostra carne lo stato di prostrazione psicofisica di un uomo del secolo smisurato. Nel suo caso la malattia, del tutto incurabile ai tempi suoi, invalidante e dolorosa, erano i calcoli renali.

Ed è proprio questa malattia, con i suoi dolori e le sue intermittenze che lasciavano, pure, lo spazio e la lucidità non per opere di ampio respiro, ma sì per il componimento, veloce e succhioso per lunga consuetudine ed espertezza di mano, di un sonetto di tanto in tanto — il componimento che, per antonomasia, il poeta si lasciava “cadere di penna” ad intervalli, e che secondo la morale retorica dell’epoca era della categoria degli epigrammi, e doveva avere l’aculeo in punta, ossia il concettino, in funzione del quale, come retorico-moralisticamente ha notato qualcuno, spesso l’intero componimento era congegnato.

Ciro non si sottrae a nessuna, ma proprio nessuna delle regole esistenzial-letterarie del secolo e della maniera, ma si distingue da tutti gli altri per alcune scelte forti che opera, che ne fanno indiscutibilmente un poeta e non un rimatore ingegnoso sotto cui può essere nascosto un poeta. Prima di tutto non è ossessionato dallo stile; non dà in stravaganze per paura di non risultare troppo esile armonicamente o troppo poco scelto (anche se all’occasione era in grado di concepire cose in perfetto esperanto, anzi battendo sul loro terreno i più vacui e tonanti versificatori coevi; vedi per esempio il secondo sonetto “Per i moti di Transilvania”, dove “moti” vale “turbolenze”, “sommosse”, “sollevazioni” — è, di tutti i non certo molti sonetti che ricordo a memoria quello che ripeto più volentieri tra me e me, e proprio per quella pienezza di suono, quell’orchestrazione magnifica, satura: “D’incendio marzial ferve l’algente / Tibisco, e mentre da’ destrier bistoni / Imparano a nitrir gli antri pannonj…”); in un raro, per l’argomento, sonetto rivolto a un giovane arriva persino a dire che poetare, cioè, come dice, “cantare”, non è difficile, e lo esorta — diremmo — a lasciarsi andare. Che la sua poesia sia ricca di abbandono è un dato di fatto; e questo fatto si deve all’impossibilità psicologica da parte di Ciro, nobile dilettante e uomo d’armi a riposo, di cedere alla tentazione assolutizzante propria del secolo, cioè all’impossessamento del mondo con armi poetiche, all’ “enciclopedia impazzita”. Le sue Poesie contengono componimenti più lunghi ed elaborati, tra cui una Italia calamitosa che sarebbe piaciuta ai nostri Romantici indispettiti (assai giustamente, per verità) dagli schifosi, vigliacchi versi dei tardivi Filicaja e compagnia eunucoide sull’Italia serva, se solo avessero mai letto Ciro; ma un suo poema, un poema-mondo come l’Adone, o l’Endimione o Della guerra trojana sarebbero inconcepibili (ma anche solo un “normale” canzoniere a cassettoni della specie più tipicamente marinista). Il Pers, come il solo Dotti alcuni decennj più tardi, è un poeta autobiografico, che non ama mediazioni troppo coprenti: la sua musa, essenzialmente lirica e personale, si aggira tra le urne di cimiteri non troppo tetri, s’inchina a una gentildonna certamente di carne e d’ossa (Taddea Colloredo), medita sugli orologj, sul tempo che passa, sui fiori secchi — ma rifiuta le derive da “ometto curioso”, da collezionista barocco. Non ha problemi di categorizzazione, perché non ha una quantità di oggetti così soverchiante da gestire. Non ha curiosità scientifiche. Non ha incarichi cortigiani. Non deve leccare i piedi a nessuno. Non ha emuli e non ha rivali. Non deve arrivare da nessuna parte: è padrone in casa sua. Corrisponde con Salomoni e signori di nome Sbrojavacca e simili. Non sta molto in città, dove si ha “sdrucita l’alma”; non ha aspettato di patire l’inferno cortigiano e nobilesco, gli è bastato leggere, bene, Orazio, e qualche coevo meno abbiente e titolato di lui.

Dopo una vita presumibilmente ricca e piena, appunto, la morte comincia a bussare alla sua porta. Lo fa sotto forma di calcoli renali, come si è detto. Basta il sonetto che dedica a questo evento infausto, che il Pers mira con occhio lucido ma non lagrimoso, e non certo per rispetto alle convenienze, per capire che cosa lo renda così straordinario, con la sua loquela pacata e un po’ triste, ma sempre sostenuta, stoica e in fondo serena (Pace Pasini forse a tratti gli somiglia, ora che ci penso, ma escludo anche lui perché è uno di quei tacitisti coll’anima tutta cicatrizzata) in mezzo alla folla dei poeti contemporanei.

Facendo un passo indietro, proporrei a chi volesse fare il punto della questione la lettura di un libro che, sì, per me è stato vagamente sconvolgente, l’in fondo stranissimo ma rilevantissimo Per Marino, del 1976, di Marzio Pieri, massimo marinologo vivente; specialmente quando considera i componimenti, tra i più belli del Re, dedicàti alle (vere, e lunghe, e ripetute) esperienze carcerarie: il Camerone, bellissimo capitolo in terzine dalla prigione napolitana, e un capolavoro come la lettera a Ludovico S. Martino d’Agliè dal carcere torinese. Basterebbe, dice il Pieri, che GBM si guardasse, per un attimo da fuori — che dimenticasse la necessità di comunicare e recuperasse una sua necessità di esprimere — e potresti avere tutto il tragico della situazione, l’ehi della vita nessuno mi risponde. Mentre e il capitolo e la lettera sono due grottesche favolose, due incubi da apprendista stregone affollati da topi danzerini, carcerieri deformi, legulej pederasti, chiassi malcoperti: cose che forse facevano sorridere le corti e facevano ammirare lo stoicismo “diverso” dell’autore. Oppure si recuperi il lambiccato sonetto, ancòra giovanile, “Apre l’uomo infelice allor che nasce”, del tipo che proprio al provinciale Salomoni (con esiti però davvero troppo risibili) piacerà emulare: un GBM moralista che deve continuamente smussare gli spigoli dei luoghi comuni perché stiano dentro la stretta griglia di rispondenze logiche e foniche — senza, però, infine riuscirci, perché il geometrico sonetto rimane difettoso, e la punta è rintuzzata da una falla logica peraltro abbastanza madornale. E’ del tutto ovvio che, con l’enorme problema costituito dalla trasmutazione alchemica di tutto un universo intorno a lui e ai suoi simili, a GBM interessasse sperimentare un esempio di “poesia nomica”, ossia ritagliare un’altra tessera da inserire nella “sua” enciclopedia; e che, molto giustamente, della poesia propriamente intesa, come la intendevano i Greci, le tre corone, i Romantici e noi, non gliene fregava proprio niente.

Il Pers non ha queste preoccupazioni, perché non è poeta di professione; ergo può permettersi la poesia. Paradossale, no? No, ovvio che no. Da qui viene fuori un sonetto che di autoironico non ha nulla, un piccolo Quevedo appena più lambiccato nelle forme, ma anche nelle sue forme lambiccate, giusta l’argomento, caratterizzato da una sua bella rocciosità:

Son ne le reni mie dunque formàti
I duri sassi a la mia vita infesti,
Che fansi ognor più gravi & più molesti,
Ch’han de’ miei giorni i termini segnàti?
S’altri con bianche pietre i dì beàti
Segna, io segno con esse i dì funesti;
Servono i sassi a fabricar, ma questi
A distrugger la fabrica son nati.
Io posso ben chiamar mia sorte dura
S’ella è di sasso. Ha preso a lapidarmi
Da la parte di dentro la natura.
Io so che in quelle pietre arrota l’armi
La morte, & ch’a formar la sepoltura
Ne le viscere mie nascono i marmi.

E a ben considerare, in effetti, questo certamente bel sonetto, venato di malinconia grottesca quanto si vuole ma di sapore molto appropriatamente tragico, rivela proprio nella sua struttura non organica la sua sincerità: è vero che tutte le immagini, di una certa piacente rozzezza, vertono sull’idea della pietra: ma la pietra è anche il problema, letterale, che affligge il Pers; e tutte le, a questo punto presunte, immagini rimangono irrelate, giustapponendosi con grande naturalezza l’una all’altra: Nelle mie viscere si sono formati sassi che mi porteranno alla tomba. Si vanno facendo sempre più pesanti e dolorosi. Ecco: le pietre bianche servivano a segnare i giorni fausti. Le mie pietre sono pure bianche, ma servono a segnare i giorni infesti. Io sì che posso chiamare “duro” il mio destino: sfido, è segnato dalla presenza dei sassi che ho nelle reni. E’ come se il decorso della malattia prevedesse che cominciassi ad essere murato nella mia tomba a partire dall’interno. Quei sassi sono la cote su cui la morte arrota la falce. Quei sassi sono i marmi della mia sepoltura.

Non c’è rischio di contraddizione interna perché il sonetto non è “costruito” in un certo modo: il Pers non costruisce, propriamente — magari le odi lunghe, ma anche lì molto meno di altri.

Soprattutto il rischio di contraddizione interna non esiste perché, sostanzialmente, il problema non è il sonetto, ma il male che sta mandando all’altro mondo il Pers. La vita, calandosi nei quattordici versi, ha scacciato qualunque fossesi potenziale artista, e ha lasciato il poeta.

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11 Risposte a “206. Intorno a un relativamente noto sonetto di Ciro di Pers.”

  1. Alcor 9 ottobre 2008 a 16:59 #

    Assai bello.

  2. Alcor 9 ottobre 2008 a 17:00 #

    ma la categoria marinisti è vuota, a parte questo, eppure mi ricordo altri pezzi, forse nel vecchio blog, o frammenti mischiati a pezzi di altro genere.

  3. anfiosso 9 ottobre 2008 a 18:50 #

    Sì, forse c’è dell’altro, ma io devo ancòra finire di categorizzare un zacco di pezzi (se noti, nel cloud la non-categoria “Uncategorized” è ancòra la più piena).

  4. anfiosso 10 ottobre 2008 a 12:11 #

    Non so se sia colpa di Ciro di Pers, mia o di Nazione Indiana, ma oggi c’è un crollo verticale nelle visite.
    Prima non mi fregava, adesso mi sento vagamente orfano. :-(

  5. anfiosso 10 ottobre 2008 a 12:16 #

    A proposito di categoria marinisti, l’unico post inerente che ho trovato stava sull’anfiosso vecchio, quello di splinder, e risale a quasi tre anni fa (24/12/2005).
    E’ questo qui:

    CLXVIII. A margine de

    Si tratta di un testo che sto leggendo con attenzione; e su cui conto di tornare più estesamente quanto prima, come abbia organizzato minimamente le idee su carta. Nel frattempo, segnalo l’edizione di cui mi servo, l’unica moderna (ovviamente): Scipione Errico, Le Guerre di Parnaso, a cura di Gino Rizzo, Argo ed., coll. “Biblioteca barocca” n° 3, Lecce 2004, pp. 107. Avvertenza: mi sono scritto addosso. Suppongo ci si capirà poco, ma tant’è.

    Leggo:

    “E perché è proprio del vino il far con ogni libertà manifestare gli occulti affetti del cuore, che per giusta ragione si devono tenere raffrenati e racchiusi, non solo i dozzinali, ma ancor i più principali poeti, dal furor di Bacco sospinti, or dello stivale, or della chitarra, or dell’archibugio, or della scrimia, or della salsiccia cantando, spiegavano i lor mal celati desiri”, l. III (“… Bacco è fatto signor di Parnaso…”), p. 77.

    La nota dice: “una degradata pluritematicità della lirica secentesca, ironicamente evocata ed attribuita ad avvinazzati poeti [...]“. E’ una notazione preziosa; proprio perché si recupera, della poesia berniesca, proprio l’aspetto insieme liberatorio e autocensorio d’un “parlare in cifra” (il mellone, la zucca, la fava…) apparentemente capriccioso, a nonsense, burchiellesco, di fatto licenzioso e ‘proibito’. Il dio cantato dal mariniano Nonno, ma anche l’enfant terrible di Euripide, ha il potere di far sorgere dalle profondità dell’animo desideri di cui è d’uopo dire che sono proibiti, inconfessati; e inconfessati perché inconfessabili, per l’appunto poibiti, da non esprimere perché da non provare. Come la sodomia, principalissimo desiderio proibito, che non ossessionò, per l’appunto, solo figure marginali, i ‘dozzinali’, ma anche, tra ‘i più principali’, lo stesso Marino, qui ritratto come guerriero feroce e volpino, il primo tra i poeti della sua età, il re del secolo. Ponendosi, solo tra i moderni (oggidiani) sulla scorta di Dioniso versus Apollo (e non solo e non necessariamente sulla scorta del sovraccarico Nonno di Panopoli, di cui il Marino non possiede né la potenza visionaria né la replezione), il Marino non fu quel “genio prepotente” che tutti sopravanzò, ma un grande sprigionatore di forze occulte, cioè un singolarissimo tipo di battistrada; non un genio volenteroso e stralunato, elfico, come un Puskin all’atto della rifondazione di tutta una letteratura finora fatto “privato”, dilettantesco, salottiero, e remoto; o un ‘facchino di Pindo’, telamone sudoroso e ringhiante, distillatore (ma all’ingrosso!) di poison, come un Southey, fatto apposta per essere spremuto e gettato via (lui vivo — vicenda tristissima, amarissima) dai genii della generazione immediatamente successiva, Byron Shelley Keats; ma come figura, appunto, di stregone-evocatore, impossibilitato ad essere, per la natura stessa delle forze sprigionate e in parziale misura maneggiate, totalmente stregone bianco come totalmente stregone nero; un mago dell’allusivo e dell’illusione, in grado di parare dinnanzi a sé, come uno schermo olografico, un’immagine struggente, febbrile, seducente non si sa se di sé o della poesia. Questo spiega l’infinita schiera di seguaci ed ammiratori, e insieme l’assenza di veri amici. L’amico intrinseco, che si firma svisceratamente suo, non vuole intrinsechezza nessuna, in realtà; si compiace d’ombre, di larve — di lemuri, dallo sguardo sfuggente, fascinatore e immancabilmente sinistro. L’Achillini si mostra addirittura sazio delle sue manierone bizzarre, commosse e confusionarie — tanto questo scafatissimo avvocato sapeva l’arte di figurare scapatissimo pasticcione alle prese con le sue metaforone, o traslatoni! — quando, con strana effusione, sorvabondante dolcezza, intona la cantilena d’invito in villa all’intrinseco Marino; altrettanto sbrigativo, addirittura indispettito, volutamente sarcastico, risponde alla risentitissima, tonante missiva del Marino reduce dall’attentato del Murtola (I febbraio 1609); tanto sbrigativo, superficiale, e di nuovo infastidito (si percepisce) risponderà al Preti quando gli annuncerà disperatamente della morte dell’intrinseco stesso. Il Marino che, mai stato tanto offeso in vita sua, mai tanto sicuro delle sue ragioni, presenta il conto ai contemporanei; il Marino che paga il suo debito alla terra — questo è inammissibile, essendo incompossibile con l’idoleggiato oggetto di quell’intrinsechezza — che poi è, come dicevo, tutta quanta estrinsechezza, semmai, come si conviene al predicatore dell’estenuazione amorosa, al cantore degli amori di pesci, al descrittore d’interni d’astrattissima eleganza, all’auscultatore delle voci più inconsuete e tenui, sfuggenti, incorporee o disincarnate. E’ l’incorporeo, il musicale, lo sfuggente — e l’oscuro, il lùbrico, l’acqueo, il sinistro della sua personalità panica, riflessa sorprendentemente in quel suo volto di fauno cortigiano, angoloso, lemùreo, alieno, — MA con licenza de’ superiori, e all’ombra dei gigli d’oro, &c., che affascinarono potentemente l’Europa coeva.

    Le Guerre di Parnaso sono, appunto, un esempio di letteratura di Parnaso. Cioè si tratta grosso modo di un romanzo, per la precisione in quattro libri, che dovevano costituire la prima parte di un romanzo più ampio (ma la seconda parte, continuamente annunciata, non fu mai scritta, forse per più gravi cure dell’autore, forse per raggiunti limiti d’età per quanto riguardava certi motivi ed eventi della cultura, ormai non più contemporanea ma sistemata a sua volta all’interno di una storia letteraria che deve pur sistematizzare, smussare, spegnere — forse per ambo i motivi). Gli spunti critici non sono proposti come indagine, ma come trama; esiste anche un’ambientazione, ovviamente, e su sfondi talora descritti si muovono autori di ogni età, sorpresi in quotidiano commercio, quasi fossero tutti contemporanei. Ora, queste Guerre si svolgono quasi interamente sullo sfondo cupo e allucinato di una perpetua notte profonda, e sono guerre vere (giusta il meccanismo di letteralizzazione, reificazione, del dato metaforico — per cui la disputa si trasforma in duello — ma non era vera la pistola che il Murtola scaricò addosso al Marino, a suo tempo? Non erano vere le spade con cui il Davila trafisse lo Stigliani, con cui lo Stigliani azzoppò il Davila?), intramezzate di litigiose ambasciate e sacrifici cruenti; il riposo del guerriero è uno scatenato ribollire orgiastico di “occulti affetti del cuore” (ma non è il cuore di zucchero dei confettieri arcadi), di quelli “che per giusta ragione si devono tenere raffrenati e racchiusi”. Questa violenta trivialità parentirsa non travolge solo “i più dozzinali”, cioè i più sprovveduti, e quindi meno spiritualmente educati e raffinati / rifiniti / raffrenati; ma anche “i più principali”, tra cui principalissimo è il Marino, di cui è occultamente citato, in pole-position, il capitolo “dello stivale”, pseudoberniesco (ma che più pseudo- non si poteva), riportato per noi contemporanei primamente da Borzelli 1898, ma verosimilmente noto in soverchiante copia di copie manoscritte prima di giungere ad arricchire dei più inebrianti, potenti tossici il cumulo di “escrementi d’ostrica” (che pure, rammenta l’editore secentista, sono perle) di qualche mazzetto d’extravaganti.

    Ed è poi, quel capitolo “dello stivale”, il più precoce e bello e liricamente intenso, illustre e preciso esempio di descrizione di erotismo (?) feticista che si sia mai dato; segno (non incontroverso) di come si possano diversamente identificare i fastidii espressi a Lorenzo Scoto 1615 per i molti non-cavalieri tuttavia stivalati incontrati in Francia — come dire: benissimo il corpo virile dai muscoli guizzanti fasciati / esaltati &c. &c. &c. da cuoio, pelle &c., ma uno che faccia risonare i tacchi dei grossi stivali, e non sia mai montato nemmeno in vespa aut scooter, che cos’altro è, se non un truzzo? — o più precisamente un tamarro; o (peggio ancora) un semplice ricchione? Ma quel capitolo è da leggere, con grande attenzione; è una specie di manuale.

    “Benché alcuni di essi senza tanti simboli e figure, con semplici e proprie parole cantarono ciò che mal potevano tenere nascoso nel petto”. La letteratura, col Marino (poiché il Marino fonda la modernità — come lo faccia è tutt’un altro pajo di maniche), rinasce come veicolo di pulsioni. — Con le pulsioni nasce il contraposito delle passioni, il pendolo inarrestabile dell’atrazione e della ripulsa, del trasporto e della nausea. E’ quello che ci fa uomini, a dispetto delle tentazioni quietiste, dal molinismo all’ “India” nirvanica. Céladon si vantò, di fronte al druido di turno, di aver raggiunto la perfetta pace: “Ho smesso di provare sentimenti”, gli disse grosso modo il pastore galante. “Hai smesso di essere uomo”, gli rispose all’incirca quel saggio.

    Di qui, anche (in queste Guerre), la sceneggiata dello Zinani, alias Gabriel Zinani da Reggio nell’Emilia, che nello stesso 1623 dell’Adone e della Secchia parigina e della Babilonia distrutta dello stesso Errico, stampò un’Eracleide poema sacro-eroico per cui ebbe a sostenere le sue brave guerre contro il Bracciolini della Croce racquistata per ragioni di priorità (come anche, sempre col Bracciolini — l’altro faticatore tra le muse insieme all’Errico, per intenderci — lo stesso Tassoni); lo Zinani pornografico esplanatore / dichiaratore, ma proprio come simbolo, segnacolo vivente, del grande tabù / malattia del secolo. Il contraposito, lui, lo porta in faccia, metà dipinta di bianco, metà di nero; autore di un poema ed heroico e religioso che lo poneva insieme sulla linea del Tasso e in contrapposizione al maestro, aveva corredato i versi con una raffica di giudizi sull’opera, sotto pseudonimi, che alternandosi esaltavano la presente fatica al disopra del Gierusalemme, o la deprimevano tra gli esiti mediocri. Tutta opera di questo dozzinale (forse; chi l’ha più letto?) dolorante, spaccato in due tronconi. “Il tuo volto, in due diviso / m’innamora, e orror mi fa”. La folla plaude e sghignazza al vedere questo Giano “al contrario” che ora commenda e ora tassa la propria Eracleide, la propria poesia, il proprio sé; ma alla fine è il suo stesso termine di paragone, anch’esso e a sua volta diviso tra il controverso Tasso e l’ufficiale mestierante Bracciolini, a finire la pagliacciata maledetta zeffonando il poeta, sdoppiato o diviso che fosse, con interiora marce e puzzolenti, tra i fischii e il lancio d’immondezze. Infatti, come ricorda il Maragoni prefacendo astrusamente la Sferza e il Tempio, le due operine più meccaniche dell’ingegner Marino, l’approccio splàncnico si adatta malissimo al Re del secolo, il più principale proprio perché il miglior accozzatore di segni, l’arma evocatrice dell’impartecipe (o del partecipe lucidissimo — ecco perché stregone, ecco perché oscuro, sinistro, forse malvagio); ma — l’Errico, che lo sa benissimo, ce lo fa capire con questa splendida giustapposizione — per i più dozzinali come questo Zinani da Reggio Emilia, tale divisione più splàncnica di così non poteva essere. Un professore del liceo teorizzava che Lucia Mondella e la Monaca di Monza reggevano poco, come personaggi, perché procedevano da due momenti di un personaggio solo, l’Abbesse de Castro di Stendhal. Questa divisione in due di un personaggio solo è segno di scarsa, fredda ispirazione. L’Errico non è giunto, purtroppo, a identificare Dioniso e il Marino; sarebbe stato un bel colpo, narrativamente — ma soprattutto criticamente. Dioniso sconvolge, ma non è mai ubriaco.

    Comunque sia, l’Errico ha capìto bene la funzione del Marino in quel tempo di fondazione. E l’ha capìta, questo scrittore tutto sommato eccezionale, non solo perché ha visto e conosciuto i più principali e i più dozzinali confusi nel calderone indiscriminato della contemporaneità, ma perché ha occupato, in quel contesto, una posizione piuttosto unica, quella anfibia del più dozzinale tra i principali e del più principale tra i dozzinali: ingegnere e fabbro anche lui, anche lui ambizioso ragionatore in poesia, ma pure scrittore sempre scosso dall’emozione, sempre partecipe. Dunque non un incantatore a freddo, non un principio informatore, ma il miglior recettore del marinismo “ortodosso”, ben distinto dal “rancido pastone” etc. etc. da diversi decenni, ormai. Dove l’arte mariniana è per lui quel purissimo distillato, immune da calce, che possa preservargli dai guasti l’intestino.

  6. anfiosso 10 ottobre 2008 a 12:17 #

    (Peraltro, dai commenti, pochissimi, che furono fatti allora mi sembra di capire che è proprio l’argomento a dispiacere).

    ((Già, non può non essere così. Come ho fatto a non pensarci prima?)).

  7. Natàlia 10 ottobre 2008 a 14:20 #

    ti leggo ogni giorno.
    post interessante, che verrò a rileggere stasera con calma.
    ciao Anfiosso.
    stima.

  8. anfiosso 11 ottobre 2008 a 09:59 #

    Cia’.

  9. Alcor 11 ottobre 2008 a 10:34 #

    E’ senz’altro colpa di Ciro di Pers:-)

  10. Francesco 15 ottobre 2008 a 13:26 #

    L’argomento non dispiace, anzi, ho stampato il post (si dice così?) e me lo sono letto con calma, un paio di volte, dimentico del noiosissimo lavoro, e ricordandomi del libro delle poesie di Ciro che comprai ai tempi del liceo (quando lessi anche tutto l’Adone di GBM nella bellissima edizione Mondadori, con le pagine sottilissime e profumate) e che poi purtroppo prestai a mia cognata (la quale, casualità, abita a pochi chilometri da Pers, ed è ella stessa appassionatissima di barocco).
    Saluti e a presto rileggerti.

  11. anfiosso 15 ottobre 2008 a 19:07 #

    Beh, meno male non dispiace (e grazie per la doppia lettura).

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