Devo tener fede a quello che ho promesso / minacciato jeri, solo mi sento ancòra addormentato. Ne approfitto per postare un sogno che ho fatto la notte tra il 25 e il 26 aprile, e che ho trascritto appena mi sono svegliato.
26 aprile. Ero morto, mi avevano fatto la cacca sulla faccia (all’inizio del sogno l’ordine esatto era questo) e mi avevano inchiodato ad un muro. Detto così sembra terribile, ma il sogno non era opprimente. Il mio cadavere era inchiodato al muro di una struttura pubblica indefinibile, dal tetto di mattoni rossi, tutta su un piano, lunga, fatta solo di corridoj, sembrava una di quelle scuole materne o elementari che si vedono nelle periferie, con un po’ di verde intorno. Vagavo intorno in forma di spirito, ma non me ne rendevo ancora del tutto conto. Io mi sapevo nudo come un verme; ho smesso la disperata ricerca di un pajo di mutande quando mi sono reso conto che nessuno mi vedeva, né mi sentiva. A intervalli andavo a rimirare il mio corpo inchiodato: aveva gli occhi chiusi, forse la fronte un po’ aggrottata, e la faccia sparsa di goccioline di una cacca diarroica, giallastra. Mi chiedevo come mai nessuno avesse ancòra provveduto a staccarmi da lì; ho pensato che ci fosse in corso qualche indagine. Attraverso una finestra scorgevo, girando avanti e indietro per i corridoj, un’altra struttura, divisa da un pezzo di prato e alcune siepi basse; una struttura simile, ma più piccola che, come si vedeva dall’andirivieni di alcuni figuri in camice bianco all’interno, doveva essere una sorta di ambulatorio. Arrivavano due donne giovani, una con un bambino, e una donna anziana. Il bambino ero io. La donna anziana doveva evidentemente farsi visitare. Le due donne giovani lasciavano la donna anziana e il bambino nella sala d’aspetto, e si assentavano, si vede che avevano qualche altra commissione da sbrigare. Riprendevo i miei giri per la struttura, e mi ricordo che mi davano fastidio i molti crocefissi che vedevo appesi alle pareti (!). Più tardi, quando ormai la giornata era finita ed era già bujo, tornavo alla finestra, e guardavo di nuovo che cosa succedeva nella struttura di fianco. Le due donne giovani arrivavano solo adesso, trafelate: tutte le luci nell’ambulatorio erano state spente. Un vicino lampione projettava un po’ di luce all’interno della struttura, e vedevo in una stanza interna la donna anziana, in piedi immobile. Le due donne, nel vestibolo, scoprivano solo ora che il bambino era scomparso, e facevano gesti di disperazione. La vecchia, passivamente, sentiva le voci dal vestibolo, e rimaneva docilmente in piedi ad aspettare che la venissero a prendere; era rinsenilita. Più tardi ancòra, ripassando per l’ennesima volta davanti al mio cadavere appeso, mi rendevo conto di due cose; una, secondaria, che la successione in cui avevo ricostruito gli eventi era inesatta (non mi avevano ucciso e poi cacato sopra e poi attaccato al muro; ma mi avevano cacato addosso e attaccato al muro, dopodiché ero morto); la seconda, più rilevante, che non c’era nessuna inchiesta in corso, e che non mi avrebbero mai più staccato dal muro. L’idea mi dava profonde amarezza e malinconia.
15 Maggio 2008 alle 2:24 pm
E’ sempre brutto venire crocefissi. Dopo che hai passato un’esperienza simile, è chiaro che ti dà noia rivedere immagini di crocifissi alle pareti. Come se uno fosse impiccato, e il suo fantasma, o comunque la sua coscienza, girasse per una casa con dipinti di impiccati sui muri. Secondo me, a occhio, il sogno è molto politico. Ma questo cristo fascisticamente umiliato e ucciso non aveva nessuna voglia di staccarsi dal muro e di cavare gli occhi ai carnefici?
15 Maggio 2008 alle 7:47 pm
I carnefici, questa è una gran questione. Perché in effetti nel sogno i carnefici non c’erano, non si vedevano, e non avevano lasciato nessuna traccia di sé. O l’avevano lasciata?
Poniamo ci fossero ancòra. Chi erano? Erano i Giudi crudeli, i Caifi gelidi, i Ponzii vigliacchi, i Longini efferati, come quando quell’antico prototipo fu progettato, o erano altri? Non credo che per quanto mi riguardava fosse nulla di così lacerante; la vicenda dell’unto poteva essere inciampo solo la prima volta; da allora, tanta acqua, tanto sangue è scorso sotto e sopra i ponti, ormai tutto questo è rito. Non sono i cattivi a spargere il sangue dell’agnello, ci pensa direttamente la comunità, di concerto e in buon ordine. Anzi, ormai è un modo di essere talmente radicato, una condizione talmente coessenziale alla vita psichica, che l’avranno fatto quasi con nonchalance, con souplesse, oserei dire senza nemmeno pensarci. All’ultimo qualcuno, probabilmente un po’ impensierito dalla mancanza di fede che la ritualità inveterata necessariamente comporta, quasi distrattamente si sarà calato le brache e, sblarf, una bella cacazzata. A goccioline. Al posto del sangue, la merda. Anzi, lo squaraus.
Il clima del sogno era tranquillo, disperatamente. Era un luogo che sapeva di scuola materna, sagrestia, clinica pediatrica. Poteva esserci odore di etere come d’incenso, o di tutti e due. Una luce gialla, stanca e sostanzialmente malata entrava attraverso le finestre, filtrava attraverso le persiane. Era triste, sconsolato, rassegnato e morto, come un ufficio pubblico in qualche città della più remota provincia.
(Non era Eli Roth che avrebbe voluto girare un film in cui il cristo si vendica dell’iscariota?).
Comunque il sogno deve avermi effettivamente cambiato qualcosa dentro; infatti ho scritto una “Conversione” in quartine.
L’ho fatta leggere a un collega (poeta) e mi ha detto che ci si sente un vero afflato religioso!!!
17 Maggio 2008 alle 12:24 am
“(Non era Eli Roth che avrebbe voluto girare un film in cui il cristo si vendica dell’iscariota?).”
La scopro ora, e la trovo un’idea geniale.
“Non sono i cattivi a spargere il sangue dell’agnello, ci pensa direttamente la comunità, di concerto e in buon ordine.”
Effettivamente ti capisco.. sembra che a parole i tempi contemporanei siano tolleranti, ma in realtà siano come ieri pronti al linciaggio, all’additamento del mostro, alla lapidazione o crocifissione. però a me mi farebbe una voglia, di prendere uno o due lapidatori/crocifissori,anche a caso, e portarmeli con me…
17 Maggio 2008 alle 10:08 am
Beh, sappiamo quanto siano malsane certe fantasie. Io stesso ammetto di aver avuto un pajo d’ideucce a proposito della mamma di Ponticelli, ma rimane il fatto che vagheggiare di buttarla nella fossa dei serpenti o di darla in pasto ad una mandria di scrofe inferocite è coessenzialmente barbaro. (L’acido, piuttosto: incomparabilmente più veloce e meno doloroso).
Anche se è difficile ascoltare un giornaleradio come quello di stamattina e rimanere con i nervi saldi.
17 Maggio 2008 alle 10:19 am
Ma forse era uno scherzo quello di Eli Roth: http://www.horrormagazine.it/notizie/2007/
Il link mi sembra un po’ balogio, vedo se è il caso di copincollare –
17 Maggio 2008 alle 10:21 am
No, pare funga.
18 Maggio 2008 alle 10:07 pm
“quanto siano malsane certe fantasie”
secondo me queste idee meno sono elaborate meno sono malsane. per esempio, sfigurare uno con l’acido, un certo tipo di acido, o comprare dei serpenti apposta in un negozio di animali, per buttarli in una fossa scavata appositamente con certe misure, è malsano perché appunto prevede fredda e lunga premeditazione. invece è meno malsano il saltare addosso, il mordere e graffiare.
io comunque, anche se nelle mie fantasie premedito poco, sono lo stesso abbastanza malsano, e me ne rendo conto. per esempio, qualche giorno prima di sapere dell’idea di Roth, con un mio amico si parlava dell’inferno dantesco, è venuta fuori l’idea di scendere nell’inferno, aggredire verbalmente Caronte, picchiarlo col bastone, rovesciargli la barca, etc. si potrebbe scrivere infatti una versione dell’Inferno con un’ ottica del tipo: Dante vs l’Inferno.
19 Maggio 2008 alle 9:58 am
Sono d’accordo: in un modo o nell’altro, o magari in diversi modi, la Divina commedia è da rifare.
19 Maggio 2008 alle 10:05 am
E’ vero questo fatto della premeditazione, che è in molti casi immorale. Ma anche la fantasticheria è una specie di premeditazione, solo che non ha séguito. In taluni casi la premeditazione è d’obbligo: dipende dai mezzi di cui si dispone al momento. Se si è sguarniti, o una forma di preparazione è comunque d’obbligo, la premeditazione è inevitabile. Chi ha potenti mezzi a sua disposizione finisce coll’essere più morale di chi non ha mezzi? Mi sembra una morale un po’ classista. Certi atti distruttivi, eseguiti alla meno peggio e nell’émpito dell’istante, sono sommamente ineleganti, e quindi non esattamente morali. Un sotterfugio ingegnoso li rende più estetici, e quindi accettabili anche moralmente. Anche questo fatto arreca amarezza: una persona di scarsa immaginazione risulta, proprio per la sua povertà di spirito, immorale e antiestetica, ammenoché non si rassegni all’acquiescenza — che però è sommamente immorale.
Non è così semplice.