Archivio per Dicembre 2007

172. Fasto satrapico.

28 Dicembre 2007

Per far fuori Benazir Bhutto ci sono voluti, ad un calcolo approssimativo, ca. 160 morti e 630 feriti, che dovrebbero essere, in totale, circa la metà degli elefanti carichi d’oro di Aurang Zeb. L’Oriente dà ancora, talvolta, qualche sussulto di favoloso.

171. La legge di Lupo solitario.

27 Dicembre 2007

Se non avessi letto La donna che parlava coi morti di Bassini, probabilmente non sarei stato invogliato a leggere questa cosa qui, che s’intitola La legge di Lupo solitario ed è di Massimo Lugli, giornalista e conoscitore dei bassifondi di Roma. O della mala-Roma o comunque vogliasi chiamarla. Da una parte, è vero rischiavo comunque di leggerlo perché vi si parla di uno spostato — un mezzo barbone, non esattamente un delinquente, che gira per mense dei disperati e dormitorj, e quindi poteva essere interessante da conoscere per sapere come e che cosa si scriva attualmente di questo tipo di cose. Ma soprattutto è il fatto che è stato pubblicato nella stessa collana (“Vertigo”, Newton) di Bassini, e per un nonsoché nell’impostazione grafica e nel blurbo che mi ha fatto pensare ad una politica editoriale abbastanza individuata — ho pensato a una sorta di filone noir tendente al mainstream ma comunque riconoscibilmente noir o fatto-coi-materiali-del-noir, come mi era capitato di dire anche per Bassini.

Il cui romanzo aveva in esergo una frase di Marco Travaglio, che riguardava però la poetica di Bassini in generale. Lugli, invece, ha in esergo la frase di un’altra firma illustre, quella di Corrado Augias, che rileva: «Nel libro di Massimo Lugli il degrado della capitale diventata metropoli». Frase che ha un senso solo se il libro di Lugli è letto, in sé, come fenomeno e documento di un avvenuto cambiamento; mentre una valutazione più intrinseca deve necessariamente prescindere da qualunque sociologia, spicciola o meno spicciola, perché in sé il romanzo è solo ed esclusivamente un romanzo.

Vi si racconta — e non ci si deve far fuorviare dalla copertina, che del tutto inconsultamente riproduce le fattezze di un giovinetto stile Arancia meccanica, con un rivolo di fumo di sigaretta che gli esce dalla bocca – di un cinquantenne (mi sembra di vederlo, in effetti ne ho conosciuti di cinquantenni non cinquantenni, elastici e cazzuti — la vita di strada, se si comincia presto, mantiene giovani [anche se loro sostenevano che è la droga]), di cui non si saprà mai il vero nome, chiamato Lupo da tutti.

Se si eccettua la cornice, che consiste nell’apparizione di una pantera nera, dall’evidente significato simbolico, che scorrazza liberamente per la campagna romana, e che alla fine salva il protagonista permettendogli di andarsene lontano con molti soldi e una nuova vita tutta da vivere, le vicende di Lupo sono, prese una per una, piuttosto verosimili: è il loro accumulo, in meno di 200 pagine di testo, che denuncia chiaramente che l’intenzione dell’autore non era affatto quella di fare della critica sociale o della fotografia ma semplicemente di scrivere un libro d’avventure.

Con stile spigliato e scorrevole, seguiamo Lupo che è accolto in casa di una donna, ricca e satanista, che il marito farà fuori per convivere coll’amante rumena; Lupo che, ricoverato in ospedale, penetra (guidato da un gatto!) nei sotterranei della morgue, dove ci sono orge necrofile e sono custoditi i favolosi guadagni derivati dalla vendita sottobanco di farmaci; Lupo che va a vivere nella stamberga di un vecchio mangiatore di topi, il quale ha un figlio mentecatto e impotente che ucciderà una vecchia prostituta; Lupo che per racimolare qualche soldo partecipa a combattimenti clandestini, e rimane massacrato; Lupo che salva dall’amore opprimente di un barbone una tossica en travesti (en travesti perché nessun altro se la trombi), permettendole di tornare in seno alla famiglia. Lupo che alla fine smaschera il ricco signore e si fa dare dimolto oro con gioje, da aggiungere al bottino precedentemente accumulato dalla sua capatina nei sotterranei dell’ospedale. Lupo che smette di dibattersi in un mondo di violenze iperboliche e vicende incredibilmente intricate e sordide, appestato dalle scorregge e assordato dai rutti (se avessi con me la copia conterei tutte le volte che qualcuno sgancia una pirita, nel breve giro di 180 pp.: credo siano centinaja). Non un eroe del nostro tempo, non il protagonista di una storia vera e romanzata — non esattamente un uomo, insomma, ma il protagonista di un romanzo. Un romanzo in grandissima parte già scritto, di lettura scorrevole (ma quanti sono quelli che sanno tenere la penna in mano, o ammaccare i tasti della tastiera, ma non hanno poi tantissimo da dire?) e anche piacevole, ma del tutto privo di originalità e di nerbo.

Se, allora, la frase di Augias ha un senso abbastanza preciso, può essere in termini di — diciamo — sociologia della letteratura? Cioè a dire: è questa la letteratura “che va” adesso, o che può andare?

Massimo Lugli, La legge di Lupo solitario, Newton “Vertigo”, sett. 2007. Pp.186.

170. Nick ancestrale.

24 Dicembre 2007

E’ una cosa che ho trovato sul blog del marinajo. Ignoro chi sia il prof. Pinetti, ma il responso mi pare assolutamente calzante:

169. Un consiglio ad azur & rael.

23 Dicembre 2007

Uscite da quel foro di deficienti.

A parte il fatto che non mi piace che abbiano copincollato da qui la mia “recensione” (?) al romanzo di Bassini senza chiedere uno straccio di permesso — sarebbe quantomeno buona norma, o semplice cortesia, intesa come mancanza-di-rozzezza –, ma questa è cosa da nulla, la questione fondamentale da mettere in chiaro è che lì girano troppi pirla, con cui è inutile pensare di ragionare.

Che ce l’hanno con rael perché tiene botta, e con azure perché odiano l’idea che le capacità scrittorie non si assorbono frequentando fora — l’osmosi telematica non l’hanno ancora inventata.

E’ un branco di malati, malati veri (hoover, boycotto [per quanto ci andiate d'accordo], cla & chi più ne ha ne metta), il cui còmpito è limarvi via un tot di neuroni al giorno. Non hanno altro mezzo per indurvi a spapellarvi intellettualmente se non accerchiandovi, fingendo di fare i simpatici, rubandovi tempo ed energie. Sono vampiri, ascoltatemi. I coglioni sono pe-ri-co-lo-sis-si-mi. Ancòra un mese di quella roba e sarete completamente rimbecillite. Datemi retta. Scappate. Prima che sia troppo tardi.

168. Hotmail.

22 Dicembre 2007

Oggi è l’ultimo giorno utile per spedire qualche mail, dopodiché il diluvio.

Purtroppo, però, quando tento di accedere, mi si dice che è impossibile accedere “da questo sito” perché non è dei tre siti da cui si può accedere.

Forse c’è un guasto, forse è colpa del tecnico [?] pirla che hanno qui alla Nazionale.

Spero solo che prima o dopo la mia casella di posta sia accessibile, e che nulla sia perduto.

Riprovo più tardi.

167. Lo Sgargabonzi.

19 Dicembre 2007

Lo so: sembro un leccaculo di prima sfera; cosa tanto più ridicola quanto meno ce n’è, considerando razionalmente le cose, bisogno (o anche solo possibilità, volendo). Ma non resisto alla tentazione e comunque un post originale, oggi, l’ho già messo (è di un tedio incomparabile, ma questo è tutto un altro pajo di maniche).

[E comunque la mia è invidia nera, che è diverso].

A me lo sgargabonzi piace praticamente sempre, comunque e in tutte le salse.

Ma questo suo NAPOLETANITA’ mi piace troppo; l’ho letto e l’ho riletto; & quindi lo segnalo, in modo che lo leggano e lo rileggano anche tanti, tanti altri.

166. Una svista di Ladislao Mittner?

19 Dicembre 2007

Stavo scorrendo, nel tentativo di risolvere qualche mio dubbio, il I vol. della Storia della letteratura tedesca, strumento indispensabile, di Ladislao Mittner, in particolare l’unità V, “Il Seicento”. 

In particolare mi soffermo sul §185.2., che è uno dei paragrafi in cui si spiegano alcuni motivi per cui i drammaturghi slesiani (sostanzialmente Gryphius e Lohenstein), nonostante non fossero cattolici, fossero così influenzati dal barocco ispano-italiano. In realtà l’avevano trovato a Vienna, in occasione di missioni diplomatiche. La Slesia aveva come capitale Breslavia, una città repubblicana, e i fasti cortigiani vi erano vissuti molto di riflesso, o in maniera succedanea. L’Austria, all’epoca, non aveva né poesia né dramma proprj e riconoscibili: ma aveva una sontuosa architettura e aveva il melodramma di derivazione italiana. Sia Gryphius sia Lohenstein, tornati in patria, avrebbero recato con sé vivissime impressioni dell’opera in musica, e avrebbero tentato, enfatizzando al massimo l’uno le suggestioni profonde dell’intrigo, l’altro gli effetti e il tessuto verbale, di emulare l’inemulabile spettacolo — lo stesso, nello stesso torno d’anni di Lohenstein, doveva fare per non rimanere sommerso il povero Dryden in una Londra invasa dal melodramma, italianizzante quanto ctonio.

Questo, per la verità, riguarda più Gryphius direttamente che Lohenstein. Lohenstein appartiene alla generazione seguente rispetto a quella di Gryphius, e quando si reca in delicatissima missione diplomatica a Vienna, nel 1675, le sue 6 opulente tragedie sono state tutte scritte, e peraltro la (prematura) morte (1683) non è lontana. Quindi il suo eventuale modo di intendere la tragedia — sia Trauerspiel o sia Haupt- und Staatsaktion –  come succedaneo dell’opera in musica è un fatto non necessariamente così consapevole da parte sua: era più nello spirito del tempo.

Lohenstein, che come diplomatico ed erudito conosceva molte lingue, tra cui l’italiano, cita talora, abbastanza volentieri, il Marino, che era l’idolo di quello Hofmann von Hofmannswaldau che era il marinista più sfegatato e dotato della Germania di quel periodo, oltreché un amico di Lohenstein stesso. Circa i rapporti tra poesia e musica il Marino aveva dato nell’Adone indicazioni fondamentali.

Cito dal Mittner, Storia, vol. II, § 184. 2., p. 737:

Marino viede nell’impiego di concetti un’operazione immaginifica, che da una cosa molto concretamente visualizzata ricava un che d’inatteso e di acuto. Vi è quindi per lui sempre un connubio dell’intelligenza e dell’ispirazione, di un’idea illuminante e della sua precisa espressione visiva o musicale“.

Sembra più che evidente come Mittner creda in una circolarità ininterrotta tra la visione e l’elaborazione concettuale, insomma l’uso dell’intelligenza; la visione conduce all’espressione acuta, la quale trova nell’espressione musicale il suo ultimo compimento. Tra visione e musica si pone l’intelletto. Non so se il Marino fosse realmente di quest’idea, ma Mittner ne pare proprio convinto: visione arguzia musica.

Così prosegue il Mittner:

Non per nulla uno degli ossimori forse più caratteristico del barocco e del manierismo è l’indivisibilità della musica e della poesia. La musica sembra a Marino nobile più della poesia, perché Ritrovatrice è per sé stessa, cioè perché crea sé stessa soltanto da sé stessa e non da una qualsivoglia imitazione; tuttavia senza la poesia essa fora un suon senza concetto / Priva di grazia e povera d’intelletto. Nota: Adone, 67 e 68.

La prima notazione che viene da fare è: strano endecasillabo — in effetti non è un endecasillabo, e anzi la collocazione degli accenti impedisce di considerarlo anche solo un verso, nonché un verso di undici sillabe (cioè coll’accento sulla decima).

Prosegue Mittner:

Qui è specificamente manieristico l’accordo tentato fra musicalità ed intellettualismo“.

Dove quell’intellettualismo è sicuramente riferito a quel “povera d’intelletto” che chiude quello strano verso mariniano (?). L’unione non è, qui, tanto tra poesia e musica, quanto tra musica e un certo concetto di poesia, cioè il concetto. Il quale, come già detto, nasce dalla visione, &c., ma rimane esercizio intellettuale, o dell’intelligenza.

Se poi si va a verificare le ott. VII 67-68 dell’Adone si scopre che d’intelletto il Marino non ha parlato mai; ma, molto secentescamente, di affetto (e così va a posto anche il verso):

67.

Quella, ch’inanzi alcquanto a noi s’appressa, / E più nobil rassembra agli occhi miei, / Sebben ritrovatrice è per sé stessa, / E l’arte di crear trae dagli Dei, / Con la cara gemella è sì connessa, / Ch’i rithmi apprende a misurar da lei, / E da lei, che le cede, e le vien dietro, / Prende le fughe, e le posate al metro.

68.

Colei, però, che accompagnar la suole, / Ha del’aiuto suo bisogno anch’ella, / Né sa spiegar, se si rallegra o dole / Senon le passion dela sorella. / Da lei gli accenti impara, e le parole, / Da lei distinta a scioglier la favella. / Senza lei fora un suon senza concetto, / Priva di grazia, e povera d’affetto.

Dato che le cose stanno in questi esatti termini, mi chiedo che cosa rimanga, eventualmente, di vero della circolarità visione-concetto-musica e, in genere, del ruolo dell’intelletto, specificatamente, in questo tipo di poesia. E, se qualcosa rimane, sarà riferibile al Marino, agli slesiani, a tutti e due? E in che misura?

165. *SPOILER* “La donna che parlava coi morti” di Remo Bassini. *SPOILER*

17 Dicembre 2007

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Si tratta di un romanzo, uscito a ottobre 2007, dovuto al talento di Remo Bassini. Ora, giorni fa, rael mi aveva invitato, credo alla libreria di via Massena 28 (normalmente i “suoi” incontri avvengono lì) per un meeting con di mezzo lei e, soprattutto, Bassini. Avevo dato la mia adesione, ma ad una condizione: che riuscissi a finire di leggere almeno un romanzo di Bassini prima di venirci. Sennò mi vergognavo di comparire, com’è giusto. Avevo trovato alla Fnac questa sua cosa, La donna che parlava coi morti, e avevo cominciato a leggerla: poi, per motivi a me ignoti (credo per far spazio alle offerte, &/aut per levare spazio ai barboni che sotto le feste e con la neve incombente intensificano le visite), hanno levato i divanetti, peraltro scomodissimi, e io mi sono ritrovato a tentare di terminare il romanzo all’impiedi, piantato lì così, come un povero imbecillino. Non potevo aver successo nel penoso tentativo; & difatti, se nel giro di qualche giorno non avessi trovato una copia dell’ultima fatica di Remo Bassini alla Mondadori, dove le poltrone, peraltro scomodissime, ci sono sempre, e se non ne avessi trovata un’altra alla Feltrinelli, dove si trovano sempre i divanetti (molto comodi, peraltro, devo dire), non avrei avuto modo di finirlo.

Invece, jeri pomeriggio, sono finalmente approdato a p. 240; non posso contrabbandarmi per grande intenditore dell’opera bassiniana, ma certamente posso dirmene un pochino meno ignorante. Va da sé che poco dopo che avevo chiuso il libro è arrivato un mess. da rael (18.20 o giù di lì) in cui diceva che non sarebbe venuta, il 20, alla libreria, per la presentazione, perché non le davano le ferie.

Per giunta, mi diceva che mandava in sostituzione Mario Bianco.

Mario Bianco? Ossignùr. Niente Mario Bianco per me. Grazie.

Peccato, mi dico, perché, pur dispiaciuto per la defezione (non volontaria) della povera rael, se non ci fosse stato Mario Bianco sarei volentieri andato alla presentazione, sapendo che non sarebbe stata cosa inutile.

Perché il romanzo è bello e godibile. Da un punto di vista meramente stilistico è sciatto — volutamente, suppongo, ma comunque sia non disturba — Bassini a lunghi tratti trascura l’interpunzione. La trama, poi, comprime una quantità di eventi in un numero teoricamente piuttosto bassino di pagine, mettendocene sempre più a mano a mano che ci si avvicina al finale. Si può forse eccepire che la figura di Anna Antichi, la figlia dell’anarchico Leone, donna piena di difetti e di affetto, selvatica e ipersensibile, sia con fin troppa vivezza, a tratti, delineata e ritratta (soprattutto nella parlata, molto volgare), a tratti ai limiti della caricatura. Si possono eccepire molte cose secondarie, dal finale piuttosto intricato, alla delineazione di talune psicologie minori.

Ma è anche un romanzo fatto con i materiali del noir, cioè un romanzo che racconta le vite mancate, sbagliate, fallite (?). E’ una narrazione che riguarda un mondo di relazioni e affetti e rapporti sfasciati o incerti; di prevaricazioni e cose sporche, se non sporchissime, talora addirittura ripugnanti. Un mondo in cui le buone intenzioni vanno quasi sempre a quel paese e in cui l’ombra lunga del passato si allunga sempre ad oscurare il presente (ma che splendore di frase. Dovrei dedicarmi al noir anch’io, uno di questi giorni, sissì).

Sicché, dato che è godibile, godiamo questo romanzo, che è scandito in 5 lunghi capitoli, e racconta di Anna che lavora in libreria ma vorrebbe fare l’investigatrice privata, e si ritrova costretta ad inverare il suo sogno quando scopre che il suo fidanzato, Fabrizio, è scomparso in circostanze misteriose. La donna che parla coi morti, Marta, che appare sì e no nelle pagine del romanzo, è la causa innocente di tanto sconvolgimento (che porterà alla morte Fabrizio), essendo lei che Fabrizio va a trovare per rimettersi in contatto, fosse pure illusione, con Cecilia, la moglie mortagli di un male incurabile anni prima. Ecco: il peso dei lutti sull’amore (vedi anche lo scrittore amico di Fabrizio, Mario, già brillantissimo scrittore e donnaiolo incallito, oggi, in séguito alla morte di un figlio, ridotto ad un mezzo vegetale…), e in genere del passato sul futuro dell’amore: questa potrebbe essere una chiave interpretativa.

Insomma, lo consiglio.

164. Wagner.

12 Dicembre 2007

Ora che mi viene in mente, questo è il primo anno in assoluto che non mi preoccupo di sapere con abbondante anticipo con che opera si aprirà la Scala (magari per non sentirla nemmeno, poi — mi riferisco alla radio, non sono mai stato a un’inaugurazione della Scala, ma ciò va senza dire). Solo l’altrojeri ho saputo che hanno aperto con il Tristano, diretto da Barenboim e cantato da alcuni tedeschi tra cui si è distinta Waltraud Meier, una cantante che è molto assidua alla Scala da quando c’era Muti (e quando c’è Wagner, chiaramente). Seguendo i link di adlimina ho anche letto tre recensioni (una,  due e tre) assai competenti, pare a me che non so nulla di Wagner in genere e del Tristano in particolare. Ultimamente, quando non mi occupo di scrivere, leggo parecchia “critica musicale”; per esempio, ho considerato con attenzione L’opera in CD e video di Elvio Giudici (che qui è presentato come l’uomo che ha ascoltato tutte le opere di tutti i compositori incise su tutti i dischi e quant’altro; l’unica cosa che posso dire è che delle opere complete con la Callas che ha ascoltato [61, nemmeno tutte], solo 8 sono indicate come di riferimento) e poi gli scritti musicali e artistici (più quelli musicali) di Montale, che poi si riducono a una serie di recensioni, nulla di teorico, compresi ne Il secondo mestiere. Arte, Musica, Società, opulento Meridiano. Ma di Montale qui & ora non dico nulla, perché  ho raccolto uno zibaldoncino, più mentalmente che manualmente, di questa raccolta, e c’è una serie consistente di sue affermazioni – in materia appunto di Musica, di Arte e di Società – su cui vorrei soffermarmi come si conviene.

Io non ho sentito per radio il Tristano diretto da Barenboim (sarà perché non ho una radio). Credo di aver letto su qualche giornale, magari City Metro o Leggo, che ha diretto in calzini, quasi sempre seduto. Tutte cose che sarebbero andate benissimo in un “teatro di musicisti”, un teatro che sorge in un luogo con una sua tradizione e un suo gettito significativo di artisti di musica, mentre la Scala è sempre stata un salotto, e questo rende il suo gesto, nelle intenzioni così deliziosamente informale, piuttosto una melensaggine. Ma, appunto, non c’ero e nemmeno m’interessa proprio.

Qualcuno ha accennato alla liceità o meno di aprire la Scala con un dramma musicale di Wagner; non nei termini in cui si sarebbe accennato alla questione qualche annetto fa, quando il repertorio tradizionale, o quello che ancora di tradizionale si poteva trovare nel repertorio, posto che ci sia qualcosa di tradizionale nel repertorio, o posto che possa, in un repertorio, trovarsi alcunché di non tradizionale. A parte questo, credo che da qualche annetto si sia passati dal ritenere lecito aprire la Scala con la Valchiria al ritenere impossibile aprirla con La forza del destino. Di fatto l’opera ha un grande nemico, la noja del pubblico che la va ad ascoltare. Che poi si possa razionalmente pensare di combattere la noja con il Tristano, che persino a me che non trovo del tutto indigesto Wagner pare una rottura di coglioni monumentale, è assai dubbio. Piuttosto che aprire con Cianciafruscolo al Bivio o Partenofilo e Melloninfa, ha detto qualcuno, va bene anche il Tristano. Io non ho nulla contro l’idea di aprire la Scala col Tristano, intendiamoci, o in generale con un musikdrama di Wagner. Non ho nulla nemmeno contro l’idea di chiuderla, la Scala.

Ho letto in una delle recensioni surriportate che, come prevedeva la regia di Patrice Chéreau (che a suo tempo fece la regia di tutta una Tetralogia bayreuthiana diretta da Boulez, ed era un bellissimo spettacolo), a un certo punto il soprano e il tenore si avvinghiavano assai realisticamente, mimando l’atto sessuale, e che Isotta moriva con la faccia tutta impiastricciata di sangue. Che la scena era spoglia e la regia molto essenziale. Che il musikdrama di Wagner, proprio come le altre volte, durava quattro ore esclusi gli intervalli.

Non so, non ho idea di quale opera o dramma per musica o dramma musicale sarebbe la cosa più indicata per aprire la Scala. Fattostà che trovo tutto questo assai poco attraente. Dev’essere in previsione di questo progressivo sprofondare nella sempre maggior minor attraenza, che è cosa di questi ultimi dieci o quindici anni, che ho finito col disinteressarmi persino all’opera con cui avrebbero aperto la Scala il 7 dicembre.

163. Luttazzi.

10 Dicembre 2007

E’ quello che sogno spesso anch’io.

E dire che a me non hanno cancellato niente.