(tutto quanto segue è veramente improvvisato
non mi rileggo).
E’ stato solo un momento: adesso la numerazione sbagliata di questo blog non mi ngustia più. Tra qualche secolo, quando rimarrà come un cadavere galleggiante tra il resto della spazzatura di rete, il mio errore potrebbe apparire come il non ultimo segno della mia originalità, una specie di sphregis del mio genio. Oppure potrò apparire un cazzone emerito, cosa che peraltro spero perché qualunque più lusinghiera alternativa mi riempirebbe di sensi di colpa, ma la cosa non avrà più importanza per nessuno, né per me né per chiunque abbia un cervello, e l’interesse dei telearcheologi che staranno a fare le pulci ai post fossili non faranno numero né costituiranno precedente. Pertanto vado avanti impavido — anche perché è qualche giorno che non scrivo più nulla.
Essere allo stato brado, cioè essere sfuggito al ricatto delle situazioni contenitive messe a disposizione dallo stato di diritto, significa sottrarsi alla pressione psicologica degli operatori del settore, nonché sottrarsi al peso, realmente insopportabile, della convivenza forzata, che si aggiunge ad una situazione già abbondantemente opprimente, fatta di mancanza di soldi, di progetti, di amicizie, di onorabilità, di voglia di fare, e di tutta una serie di altre cose. Ci sono tanti svantaggj, dal punto di vista pratico. Ma dal punto di vista psicologico è come passare dalla galera alla libertà. (Non ho bisogno di finire in galera e scontare la pena per saperlo. Lo so e basta).
Mi rendo conto, finalmente, di una conseguenza non immediatamente intuibile (almeno per me) della repressione psichica: lo schiacciamento sul presente. Costretto continuamente a dare più rilievo alle bollette non pagate del ‘99, dell’ ‘86, del ‘75, piuttosto che alla sua sia pur modesta persona, il barbone irregimentato non potendo tollerare l’oltraggio supremo dell’identificazione col proprio difetto nei confronti della società, o della società del telefono, o del gas, necessariamente finisce coll’occultare a sé stesso tutto quello che lo riguarda più profondamente e direttamente, raccontandosi le più spudorate menzogne anche sui proprj presunti «compagni di sventura» (normalmente se li rappresenta come disgraziate vittime della società, mentre in stragran parte sono o incarnazioni dell’imbecillità più nauseante o sono degli avidi furbi finiti meritamente male — ma sempre molto meglio di quanto meritino, e sicuramente lo sanno), e, ciò che forse è peggio, su quegli aborti di scimmia dell’echìpp degli operatori, l’idea della cui stessa esistenza in vita gli sarebbe insopportabile se fosse costretto a vederli per i porci sfruttatori che realmente sono, e non come figure autorevoli, letteralmente in grado di fornire ajuto e guida. Tutto questo non è solo deformante, ma favorisce nello straccione istituzionalizzato, appunto, quello schiacciamento sul presente che può risultare solo dalla perdita del suo passato.
Dopo un mese che ha perso (28 dicembre) il diritto di accedere ai dormitorj del Comune di Torino, quindi verso la fine di gennajo, pertanto pochi giorni fa ovvero una settimana abbondante, lo straccione da dormitorio comincia a sentire fortemente il giovamento della sua mutata, e in oggi libera, condizione. Dopo qualche timido tentativo, inizialmente abortito, il suo sistema nervoso centrale gli restituisce oggi senza disturbi di linea, secondo le solite più o meno logiche connessioni col suo vissuto in progress, le parti più cospicue o piacevoli o terrificanti del suo passato, gli anni più significativi, le immagini e i ricordi dei parenti più affezionati, qualche amicizia, sogni infantili, trame di libri, musiche, quadri; la luce violetta di un preannuncio di primavera, ancora nel cuor dell’inverno, del 1997, per esempio, un episodio di travestitismo maschile nel Cranford, la scena di Giove e Nettuno ne Il ritorno di Ulisse in patria, alcune stanze agoniche composte nel marzo 1999 ed una speranza di luna blu, una fabbrica abbandonata nei pressi d’un ingresso dell’autostrada dell’estate 1982, un’attesa in aeroporto nell’estate 1994, e molte altre cose, e soprattutto un senso generale come di sbigottimento e sospensione, una maggior profondità e spaziatura e risonanza dell’aria; qualcosa che, forse, potrebbe chiamarsi futuro, posto che non mi ostini a chiamarlo necessariamente “mio”.
6 Febbraio 2007 alle 23:49
ciao. conosci Giampiero Neri (in rete c’è: teatro naturale)? e cosa pensi di Dell’Orto?
7 Febbraio 2007 alle 08:58
ho letto – avidamente- Anfiosso. Capisco che ci sono dei vantaggi.
7 Febbraio 2007 alle 10:10
1. No, non conosco Giampiero Neri. Oltre al teatro naturale, che ancora non ho capìto che cosa sia, ho notato che la sua produzione consiste in raffinate plaquettes. Le raffinate plaquettes sono di per sé un motivo valido per scansare un autore da qui all’eternità, ma giuro che se trovo in giro qualcosa di Giampiero Neri lo leggo avidamente. Anche se mi costa sforzo, perché mi ripugna un po’ l’idea di leggere uno scrittore nato in provincia di Brescia (ammenoché non sia passato qualche secolo). [Ho visto in una vetrina un’edizione piccina picciò Il tenente dei lancieri del Rovetta. Hai visto che su wikipedia sta cominciando a far capolino anche lui, http://it.wikipedia.org/wiki/Gerolamo_Rovetta ?].
2. Non so chi sia Dell’Orto. (Ho appena finito di dirti che manco so che cos’ha scritto Aristotele e pretendi che il nome Dell’Orto mi dica qualcosa?). Trovo in rete, per primo, un Vitantonio Dell’Orto, fotografo e scrittore: è lui?
7 Febbraio 2007 alle 10:12
Sei enigmatica, toniq.
Comunque sia il Settembrini, che stiede tre giorni in cappella e fece nove anni di carcere duro, sostiene che nessuno, per quanto subisca i rovescj della fortuna, può essere infelice ventiquattr’ore su ventiquattro. C’è chi nota solo l’ebbrezza momentanea, e la pone a debito. Ma ne ha il diritto?
7 Febbraio 2007 alle 18:26
Non voglio essere enigmatica, ma sto attenta con te – per forza- a misurare le parole. Volevo dire che la lettura del tuo post mi induce a pensare che forse c’è qualche vantaggio a compensare abitudini scomode come quelle che tu pratichi. Ma non ” pongo a debito “l ‘eventuale ebbrezza momentanea:non è così difficile immaginarsi il “non detto” !
Su quel pensierino di Settembrini poi nutro fondate perplessità…
7 Febbraio 2007 alle 19:12
guarda che Neri è di Erba (CO)!
intendevo Giovanni Dall’Orto (non Dell’Orto come avevo scritto), presente in rete con recensioni ecc., di cui ho letto un saggio su PPP nel volume curato da Stefano Casi “Cupo di desiderio” (lì dentro c’è anche un saggio di Siti di cui non ho capito praticamente niente).
ho visto il Rovetta, ma prima di lambire il Sartriani, ce ne vuole!
stammi bene
db
7 Febbraio 2007 alle 20:33
a. Brava, toniq: stavolta sei riuscita completamente incomprensibile. Prima o dopo beccherò, in rete o fuori, il maledetto che diffonde su di me voci calunniose (tipo che ho un cervello, o quantomeno un comprendonio) e gli faccio il mazzo (sempreché riesca a prenderlo alle spalle e di sorpresa). Solo l’ultima frase me la capisco. Solo, in che senso perplessità?
b. dibbì, sono mortificato: ti giuro che avevo letto Erbusco, sarà che sono colla testa ancora al Dotti. Avevo letto Dall’Orto, in prima istanza, essendomi familiare il nome dell’abbastanza celebre omosessuale. Conosco solo alcune cose storiche, di Dall’Orto, di archeologia omosessuale, tutta roba che si trova, anch’essa, in rete, mi pare curata benissimo. Solo non capisco come mai non abbia mai introdotto tra i suoi profili qui, http://www.giovannidallorto.com/biografieindex.html , la vita del Marino (mentre per converso trovo che il Settembrini, nonostante autore del più celebre, o comunque del più bel, testo omoerotico italiano, c’entri come i cavoli a merenda — ma lo dico solo perché l’ho appena nominato sopra). Ma non ho mai militato gay e ho cominciato a leggiucchiare di cose omosessuali solo poco tempo fa (e ho anche già smesso, sostanzialmente. Quindi non faccio testo). Dalle fotografie che si trovano in rete sembra abbastanza un bell’uomo.
8 Febbraio 2007 alle 05:48
1) “C’è chi nota solo l’ebbrezza momentanea, e la pone a debito. Ma ne ha il diritto?” Certamente ho equivocato questa tua frase… Se credi che ne valga la pena, spiegamela con altre parole. Altrimenti non importa, eh…!
2) Non sono d’accordo con il fatto che non si possa soffrire 24 ore al giorno : ricordo testualmente la frase di una suicida che, prima di diventare tale, mi spiegava -con queste parole- il suo stato ( e diceva che anche nel sonno stava malissimo)
8 Febbraio 2007 alle 10:08
Risposta unica: anche uno che ha subìto nel giro di ventiquattr’ore la perdita della madre schiacciata sotto una pressa, del padre sciolto nell’acido, del fratello vivicombusto, della sorella garrotata, del cane avvelenato, del pappagallo strangolato, che ha perduto il lavoro, la casa, la libertà può mettersi a ridere, sia pure per soli venti secondi, per una barzelletta in un momento qualunque di quelle ventiquattr’ore. Dipende se qualcuno gliela racconta, ovviamente. Ma può ridere, o sorridere, o sentirsi sollevato per qualunque altro motivo, sia pure per brevissimi istanti. E’ un’osservazione che faccio a sostegno della tesi che un momento di distrazione, di sollievo, di felicità, è un fatto meramente fisiologico, che non mette in discussione il dato oggettivo. Con tutto il rispetto per il suicida, la sua scelta non è dettata da una sofferenza così tenace e costante, perché una sofferenza del genere non può esistere, ma dalla semplice volontà razionale, e dalla decisione, di non vivere più.
8 Febbraio 2007 alle 10:42
uhmfff…
8 Febbraio 2007 alle 11:19
eh.