3. Bel titolo, neh? No, niente, non è né un fogliettone né il soggetto di una miniserie. Sono solo osservazioni che faccio così, en passant, incidentally, senza troppo impegno.
Io non parlo volentieri dei contemporanei. Prima di tutto ci capisco poco, perché ho letto pochissimo Novecento, e il più delle volte mi mancano i presupposti. Secondo, sui contemporanei facilmente ci si accapiglia, e la cosa potrebbe anche starmi bene, non fosse che non ci si può accapigliare con gusto su cose che non piacciono e non interessano granché. Infatti (terzo) a me il Novecento non interessa quasi per niente. Duole dirlo, ma è così.
Però ultimamente, già che sono sofferente per via di tutta una situazione che ha cominciato a pesarmi insostenibilmente, non so se ad abundantiam o proprio per ultraraffinazione di masochismo, ogni tanto mi metto a seguire un contemporaneo. La cosa ha anche i suoi vantaggi, per un culo di pietra come me: il materiale è abbondante e facilmente reperibile, e poi le discussioni che si fanno sono normalmente istruttive circa le condizioni della cultura, per quanto, in prevalenza, limitatamente a questo o quell’autore, appunto, &c.
Ultimamente si fa un gran parlare di Roberto Saviano, questo scrittore napoletano, classe 1979 (è quindi un giovane di 27 anni, beato lui — benché i giornali abbiano riportato in massa che ne ha 28), che ha scritto un romanzo, o romanzo-inchiesta, o romanzo-saggio, dal titolo Gomorra. Scelta che, per la sua mera assonanza con “Camorra”, mi sapeva un po’ di pretesco (i preti, che per la più parte non sanno quello che si dicono, tendono ad essere sicuri più del suono che del significato delle parole, è per questo che sono usi a questi giochini di parole e rispondenze foniche), e infatti prende spunto da una predica di d. Giuseppe Diana, un sacerdote di Casal di Principe (patria dello scrittore) ucciso dalla camorra. Ho seguìto la vicenda personale di Saviano sui giornali, e ho tentato di capire che cos’avesse detto di tanto sbagliato, per finire minacciato dalla camorra.
Ho cominciato a leggere di sfroso il libro alla Mondadori e alla Fnac (alla Civica doveva esserci, ma è o fuori in prestito o è fuori posto, e comunque è irreperibile). Mi affascinava stranamente questo fatto per cui Saviano aveva inserito nella narrazione i veri nomi e cognomi dei camorristi, che si chiamano Zagaria, “Sandokan” Schiavone &c. Mi è parsa una cosa altamente originale, quella di mettere personaggi del tutto veri in una narrazione che si suppone finta (non falsa, non menzognera: finta, che è diverso). Poi, alla fine di settembre, al termine di una manifestazione anticamorra durata quattro giorni, nella natìa Casal di Principe si è rivolto direttamente ai capicamorra, sempre per nome e cognome, dicendo “Non valete niente” e “Se ne devono andare da questa terra”. Non so e non posso sapere, nella mia ignoranza, quanti altri veri nomi-e-cognomi abbia fatto nel libro. A questo punto sono cominciate le difficoltà; le quali (secondo la Repubblica, l’Espresso, l’Unità, il Corriere e varii altri giornali da me spulciati in biblioteca) consisterebbero in: 1. un certo isolamento ambientale; 2. il rifiuto da parte di un ristorante di servirlo (“Lei qui non è gradito”); 3. la preghiera di un panettiere di non servirsi più di quell’esercizio; 4. telefonate mute; 5. lettere anonime (dal contenuto non specificato). Si aggiungono altri due fatti, che, se veri, sembrano di gran lunga più dolorosi, ma il fatto che siano stati riportati solo una volta potrebbe renderli sospetti, cioè il fatto che i genitori gli abbiano tolto il saluto e la parola e il fatto che il fratello sia stato costretto a trasferirsi al Nord. In séguito a questi fatti, certamente spiacevoli, le autorità gli hanno messo a disposizione la scorta. Questo nonostante, per quanto è stato detto, non sia affatto scontato che sia stata la camorra a minacciarlo. Per quanto posso aver estratto io dalla lettura dei giornali, potrebbe anche essere stato il panettiere (posto che sia stato nominato, e non ne so nulla).
Alla gente, credo, non piace essere messa così, nome-e-cognome, in un libro, senza essere stata prima consultata. Alla gente, parimente, non piace l’eventualità stessa di poter essere, un giorno, nominata col proprio vero nome-e-cognome, e ritratta a tinte fosche in un romanzo sensazionalistico. Fin dove giornali ed ebdomadarii m’hanno potuto educere, potrebbe essere non la camorra, ma un comitato, o un semplice concorso, di ciane annojate, beghine diffidenti e vajasse sospettose con l’ausilio di piccoli amministrativi marginali e qualche ginnasiale un po’ sfigato, che hanno subodorato il rompicoglioni e lo vogliono stupidamente punire. Non sarebbe la prima volta che ci si espone è messo alla berlina perché si è esposto. Vero è, anche, che Saviano ha pubblicato presso Mondadori, e che i ballatoj, i ristoranti e le panetterie di Napoli sono lontane assai da Milano, Segrate e Arcore.
Rimane il fatto che io il romanzo (posto che sia un romanzo — Wu Ming ricostruisce con flaccida erudizione la complessa genealogia di un libro del genere, che dichiara comunque una novità assoluto) non l’ho finito, e non so se ce la farò mai. Nonostante in molti siano di parere contrario, trovo le digressioni in materia economica del tutto indigeste, per quanto esposte con chiarezza fors’anche eccessiva (non so quanto sia da prendere sul serio in materia economica uno che mette insieme, e quando meno te lo aspetti, Marx, Ricardo e Stuart Mills — ma, appunto, non me ne intendo) .
Per quanto riguarda la novità della struttura, essa è abbastanza evidente: solo che non è una novità rispetto a un libro-inchiesta come lo intendiamo oggi, ma è una novità rispetto a quello che mi sembra essere il vero modello del libro, vale a dire la narrativa sociale (e sensazionalista) ottocentesca. Ha destato sensazione il capitolo dedicato al “vestito di Angelina Jolie”, in cui il bravissimo sarto Pasquale, schiavizzato dalla camorra per fare e insegnare a fare vestiti di lusso in sordidi scantinati, vede in televisione la famosa attrice con indosso un vestito da lui confezionato, e si dispera. C’è qualcosa di fin troppo simile nei Misteri di Parigi, Pasquale ricorda la presso la patetica figura del giojelliere e i suoi meravigliosi manufatti, ahilui destinati ai ricchi & ai potenti, laboriosamente confezionati al bujo, al freddo, di notte, e in una squallidissima soffitta condivisa con la sposa disperata e la prole famelica.
La digressione è nata come lettera di nobiltà della narrativa socialeggiante: digressioni fa Disraeli nella Sybil, dove mette a frutto la sua esperienza di politico, digressioni disordinatissime fa Sue nei Misteri di Parigi, stupende digressioni, prima fra tutte quella sulle fogne di Parigi, fa Hugo nei Miserabili. Tutti modelli che Saviano sembra avere molto più presenti (non so se abbia letto Disraeli, ma che cosa importa?) rispetto a Stajano o alla Cederna, che ha nominato, o a tutta una serie di scrittori-giornalisti di scuola americana o anglosassone o che so io — nei cui lavori non ci sono intenti letterarii. Solo che Saviano non sembra essere in grado di inventare quanto, proprio, di rielaborare quello che ha appreso dai giornali, dai libri e dalle carte processuali su cui ha potuto mettere le mani; ed è proprio nel riproporre, con tensione espressionistica più che con ‘passione civile’, questi materiali preassunti la sua più grande abilità — se non l’unica. Non ha grandissima tempra di narratore, se non per quanto riguarda i singoli episodii, che tinteggia da romantico putrefatto, con paste acerrime, come un piccolo, valoroso Guerrazzi guappone, mentre l’organizzazione del testo come una ‘nebulosa’ di diversi fatti ricorda assai il Mastriani sociale dei Misteri di Napoli. Insomma, è come se il materiale digressivo si fosse portato via una fetta un po’ troppo consistente del romanzo, sbilanciandolo verso qualcosa che sembra per larghi tratti un saggio e non è — e questo non è un aspetto positivo.
Ed è singolare, questa serie di somiglianze, anche se il risultato, chiaramente, è puro Saviano. E può anche darsi che la camorra abbia tutti i motivi di mobilitarsi per un libro del genere, io lo metto in dubbio, ma che ne posso sapere io? Io non conosco camorristi (dico sul serio, ho conosciuto di sguincio solo qualche vecchio mafioso scoppiato) e non ho mai fatto sforzo alcuno per entrare nella testa, come suol dirsi, di un camorrista. Non so come ragionino, e francamente non so nemmeno se ragionino. So che il libro risente in maniera molto, molto pesante delle sue origini strasuperate, che denuncia in modo fin troppo scoperto; il fine è sensazionalistico, ed è raggiunto in modo retorico. Non si tratta del libro scritto da un osservatore della camorra, è il romanzo di un romanziere che ha colto nella violenza camorristica un fatto letterario — e lo sforzo di documentazione ha una sua economia persino nell’estetica di questo genere di narrazione. Ci si trova di fronte a un risultato che è un po’ come il “barocco” di Manganelli o Gadda; francamente, continuo a preferire le Dicerie sacre, il Cannocchiale aristotelico e il Cane di Diogene. Hugo lo fa meglio.
Il risultato, il risultato, il risultato. Il risultato è come un brutto film di Pasquale Squitieri, la fotografia sgranata, crasso, lutulento, umido, grondante, splàncnico. Insomma, mi ripugna. Capisco Rosa Russo Jervolino, che l’ha chiamato “fissato strabico” (riconosce lui tesso di essere “sporco dentro”, ma lui lo riconosce con civetteria) e ha tentato (poveraccia, non gliel’hanno né passata né perdonata) l’anfibologia (“simbolo della Napoli che denuncia” — della Napoli ‘che non ha paura di denunciare l’illecito’ / di quella Napoli ‘che lui stesso denuncia, essendone parte integrante). In effetti operazioni del genere sono fatalmente molto ambigue (come ambigue sono le origini politiche del giovane scrittore, all’inizio attivo presso le sedi locali tanto dei comunisti quanto del Mis — esteticamente è, in effetti, molto fascista). Eppure il romanzo (il romanzo-saggio, il romanzo-inchiesta, o quello che è) ha avuto effetti, pare, benefici, spronando le stesse autorità a mobilitarsi, di più e meglio, nelle direzioni in cui già stavano agendo. Posto che non si tratti, a livello istituzionale, di un caso analogo a quella specie di isteria collettiva che ha travolto Enzo Siciliano (che morente lo designa vincitore del prossimo Viareggio, qualcosa che mi ricorda la zarina Alessandra che, condannata, incide la svastica sul vetro) e anche Umberto Eco, sul cui rincoglionimento (anche a prescindere dal suo intervento al TG1) mi sembra non sussistere più nessun ragionevole dubbio.
No, non credo che finirò Gomorra: non ce la faccio, lo sento inutile. Quello che poteva interessarmi di quel libro si trova già nelle prime cinque pagine — e non è niente che riguardi, nello specifico, dove vadano a finire i cinesi morti, o le gabole che fanno i cinesi vivi per portare avanti il contrabbando, e tutto quanto segue circa spaccio, cavallini, colate di cemento e quant’altro c’è o non c’è. Quello che più mi ha colpito è, alla fin fine, l’urgenza espressiva puramente ormonale, implacabile nelle prime 200 pagine (le sole che, ribadisco, io abbia letto), l’incredibile jattanza (lui stesso ha parlato dello scrivere come atto in qualche modo ’superbo’ e ‘arrogante’), la vana pompa — tutte cose che, a differenza di qualche malcapitato su Nazione Indiana che ha avuto l’imprudenza di dirsene allergico, io non condanno affatto. Anzi! Ho un’invidia blu. Il respiro, sapete. Quel macinare parole una più grossa dell’altra, ora quell’anfanare a secco frasi a mitraglia e ora quell’imbastire frasoni zeppi di tecnicismi (puro cultismo, si sa). Un modo di scrivere che sa anche molto di destrorso, sì, ma così invidiabile, per me, che non sono interessato né al tema che ha trattato Saviano (che ha detto di aver voluto scrivere un romanzo sul potere descrivendolo in una delle forme in cui è più riconoscibile, come camorra; e forse è più riconoscibile proprio perché è meno forte di altri poteri, che sanno nascondersi meglio per agire meglio) né ad altri temi, e quindi sono come un cane morto! La serva innamorata del titolo riguarda proprio questo. Si richiama a un librettino di Kierkegaard curato da Dario Borso, in cui si dice che una serva innamorata è più colta di un professore. Non so se si capisce … (non ho voglia di dilungarmi — ma ci viene, qualcuno, a leggere, qui?). Invece la metà superiore del titolo è una reminiscenza di quello che Tomasi di Lampedusa scrisse di Carlyle nelle sue “Letture” inglesi.
29 Ottobre 2006 alle 07:21
ehi, ragazzo, hai già 50 accessi… mi sa che sì, qualcuno ci viene a leggere qui!
io non ho letto Gomorra, ma dopo aver letto la tua opinione mi sa che lo sbircerò anch’io alla feltrinelli – qui la fnac non c’è –
splash!
30 Ottobre 2006 alle 09:05
Grazie per il “ragazzo”, sirenetta!
30 Ottobre 2006 alle 09:57
Ehi ragazzo, ora ti sistemo io!!

Sto giusto inserendo il libro gomorra nel parnaso, con di seguito la tua recensione, leggermente accorciata… (perchè, se aspetto te che posti… campa cavallo…)
31 Ottobre 2006 alle 15:44
Vabbuò, redazioneparnaso (non te l’ho detto prima, lo dico adesso).
30 Luglio 2007 alle 14:32
IL LAVORO.
La stanza era ancora buia, solo un barlume di luce fredda, invernale filtrava tra le persiane socchiuse. Certo, questo non bastava a rischiarare l’ambiente, ma solo qualche granello di polvere che danzava oscillando, come sospeso in un campo magnetico. Eppure ciò bastava a capire che in quella stanza c’era qualcosa di grandioso, che aspettava solo di essere svegliato.
Il Maestro Igor si destò: diede un’occhiata furtiva alla stanza, ancora pieno di sonno, come per assicurarsi di trovarsi nello stesso posto in cui si era coricato la sera precedente. Effettivamente era ancora lì, senza dubbio, poteva riconoscere il grande letto a baldacchino che lo sovrastava: Sua Maestà era stata molto generosa con lui, un letto così era un luogo in cui vivere, pomelli dorati luccicanti, drappi di seta turchina, candide lenzuola e un materasso morbido anche più del cuscino, che, rigonfio di piuma d’oca, avvolgeva la testa come cotone, rilassando piacevolmente il collo.
Eppure era ora di alzarsi, di mettersi al lavoro come al solito, più del solito, perchè oggi tutto doveva essere terminato alla perfezione, curando il minimo dettaglio: Igor ci teneva alla sua reputazione e non per niente Sua Maestà aveva acconsentito di buon grado a pagare le reali spese per il suo alloggio al Grand Hotel Imperiale, il più lussuoso, il più raffinato, il più adatto ad una persona del suo calibro; sentiva che lì, immerso nelle stoffe e nei drappi, avrebbe potuto distillare al meglio la sua arte e donarla con magnanimità al mondo intero.
Così, dopo una breve ma ossequiosa colazione (non importa cosa avesse mangiato, ad Igor andava bene qualsiasi cosa, purchè fosse dolce e mielosa, magari stucchevole, ma così armonica!), si mise al tavolino riccamente decorato con borchie ed intarsi barocchi e cominciò a distillare la sua arte, goccia dopo goccia, ora dopo ora: neanche si accorgeva dello scorrere del tempo, tanto era preso dal suo lavoro, perchè l’ Opera doveva essere finita e consegnata il giorno successivo al Direttore del Teatro di Sua Maestà Regale. Ci sarebbe stata una grande rappresentazione alla presenza dei più alti dignitari di Corte, era l’occasione buona per dimostrare ancora una volta il suo valore di compositore ed ottenere l’ambito posto di Direttore dei Concerti: sì, perchè Igor aveva ripiegato sulla composizione più per necessità che per scelta, ma il suo grande sogno, la sua massima aspirazione erano dirigere quell’immensa macchina organizzata che si muoveva davanti e dietro le quinte del Palcoscenico Reale, per dare disposizioni, per farsi sentire, per farsi ammirare lì sul podio, brandendo la bacchetta d’argento come una spada tagliente e precisa, pronta a salvare e a punire. Era stanco dell’anonimo lavoro del compositore, sempre chiuso in una stanza, anche se del Grand Hotel Imperiale, a rimuginare su se stesso per trovare un senso alla musica che gocciolava dalla sua penna, ma che era pura notazione, non suono, non arte. Eppure, sapeva di poter contare sul suo talento, per cui, anche se non aveva mai ascoltato una sola nota di quello che aveva scritto (e neanche gli interessava ascoltare, in fondo lui doveva solo scrivere), era sicuro che questa rappresentazione sarebbe stata un successo, e così avrebbe potuto finalmente fare quello che aveva sempre desiderato, il Direttore dei Regali Concerti di Sua Maestà.
Un barlume di luce stanca, invernale filtrava tra le persiane ancora socchiuse: era sera, ormai, la tempesta di neve aveva infuriato per tutto il giorno, ma ora pareva essersi placata: quello era senza dubbio un raggio di sole, scuro come il tramonto, ma pur sempre astro del firmamento, un buon auspicio, quindi. Igor non si disturbò nemmeno ad aprire l’enorme finestrone per godere di quello che doveva essere sicuramente uno spettacolo imponente e degno di lui, la neve ghiacciata che come diamante cristallino rifrangeva la luce vespertina in tutti i colori dello spettro e li proiettava sulla mistica Cattedrale, in modo che le vetrate decorate risultassero ancora più impreziosite e fragili in quel candido gioco di luci. No, non era il caso: l’Opera era finita, e tanto bastava a guadagnarsi lo stipendio.
Domani l’avrebbe consegnata al Direttore, cui presto avrebbe rubato il posto, per decreto di Sua Regale Maestà.
30 Luglio 2007 alle 16:05
C’ era un seguito lungo, e poi avevo pensato ad una terza parte. Ma mi si è cancellato tutto, e non ho la minima voglia di riscrivere. Fanculo anche i racconti.
31 Luglio 2007 alle 00:28
Ho scritto la seconda e la terza parte su word, ma visto che qui non si può copiare, non te le posso mandare. La terza parte è lunga: non ho voglia di ricopiarla tutta.
In due parole: l’ Opera è un fiasco, Igor se ne torna al Grand Hotel Imperiale, entra nella sua stanza, prende la pistola e si suicida. Detto così pare una cazzata, in realtà è molto più interessante. Mi dispiace che tu non possa leggerlo. Vedremo come fare.
Ciao.
7 Novembre 2007 alle 17:38
Beh, questo sembrava sempre meglio di quell’orridezza sulla Santacroce. Peccato non ci sia séguito, quasi quasi m’incuriosiva. Mi piacciono i racconti di argomento musicale, a prescindere. (L’ho letto solo adesso, questo, sia detto en passant, mi era totalmente sfuggito).