522. PP su Sillabarj di Parise.

9 febbraio 2010 di anfiosso

http://www.youtube.com/watch?v=gJjaHvu96MM

Sbobinatura più d’altre auspicabile, forse, per lo stesso motivo per cui è stata difficile da fare; PP in questo caso è stato ripreso dalla platea con un telefonino, evidentemente, e l’audio è distante e non molto perspicuo. Sicché qualcosa, ma prevalentemente delle parole dell’intervistatrice, Silvia Bernardi, giornalista de “L’Arena” di Verona, mi è sfuggito. Peraltro sono impossibilitato, qui, ad ascoltare a tutto volume, e questo potrebbe aver avuto il suo peso: se qualcuno, comodamente connesso da casa, riesce ad afferrare meglio di me, buon per lui. L’intervista è interessante per il ricordo di Parise e di Pasolini, i “due professorini” che venivano dal Veneto; ma anche e soprattutto per il giudizio spiritosamente sprezzante dato al lavoro di Giovanni Pennacci, confezionatore di un libro-intervista che è poi l’ultima biografia, di pochissime, di PP, Siamo tutte delle gran bugiarde, Giulio Perrone editore, Roma 2009. Sicuramente PP meritava di più e di meglio; ovviamente datato, il miglior lavoro di qualche respiro dedicatogli rimane il libro di Rodolfo Di Giammarco, Gremese, Roma 1985. Come già per gli altri video, salvo il primo, ho la solita difficoltà a postare sul blog la finestrella di youtube, e quindi lascio il nudo indirizzo.

PP: Io ho conosciuto Goffredo Parise, era di Vicenza e che… aveva più di me… due o tre anni, sarebbe ora ottantacinquenne… L’ho conosciuto a Roma quando stavo in casa da Laura Betti con la quale si faceva una canzone televisiva, “La ballata del pover’uomo”, gnè gnè gnè. Era un romanzo a puntate – tredici puntate – e tredici volte si cantava quelle due o tre canzoncine, con la musica di Fiorenzo Carpi, e.. cambiavano le parole, e così..

Silvia Bernardi: E quindi lì ha conosciuto…

PP: E lì c’eran questi due professorini che venivano dal Veneto, Pasolini e Parise, che il giorno insegnavano nei licei cittadini e poi la sera tornavano nelle loro periferie, dove costava meno l’affitto di una stanza, e venivano a mangiare dalla Laura che faceva dei risotti bonissimi… e allora Parise non parlava mai. Però c’era un mistero nel suo silenzio. Lui a Roma – mentre l’altro scoprì questi ragazzi di vita, perché sai… lui era completo, Pasolini: amava quello che faceva. I film magari non sono belli come quelli di Lubisch o di Dreyer o di Kubrick, però si sente che son fatti con un lungo studio e un grande amore. Per fare qualcosa nella vita non si può fare così tanto per fare: ci vole un sentimento, insieme alla ricognizione mentale, ci vole anche un’adesione, un’adesione… affettiva. Io penso di sì – allora, invece, Parise scoprì la semplicità. Lui raccontava l’episodio di una bambina che ci aveva in mano un quadernetto che si apriva e c’era detto: L’erba è verde. E lui capì che quello era il segreto, di riscoprire di nuovo il racconto. E questi raccontini, che lui pubblicò sul “Corriere della sera”, si sperdevano un po’, perché sai, con le notizie che succedevano in quel momento, dal… ti dico, dal ‘37 al ‘57, ’somma… ne successe di tutti i colori. Allora… quando lui ha riempito il volume, ha avuto i complimenti di Garboli, di Italo Calvino… tutte persone che avevano la penna in mano. Era… fisicamente bellino – certo Pasolini, con quella faccia segnata… non era bello, ma faceva venir duro, soprattutto alle donne, pazze, che s’innamoravano di lui col cervello, che dura di più…

Silvia Bernardi: Lei invece in scena da solo. Nel senso, fa tutto a meno di compagnie, di registi, di attori…

PP: No, non è vero, sempre dei collaboratori… be’, soprattutto le donne, io passo per misogino, invece ho avuto chi m’ha ajutato a scrivere, chi m’ha ajutato a fare i movimenti, e chi fa i vestiti e chi fa la musica, ’somma…

Silvia Bernardi: C’è una squadra che lavora dietro, però poi ala fin fine…

PP: Eh, certo.

Silvia Bernardi: Sul palco…

PP: Sul palco eccomi qui, perché quegli altri so’ andati al cinema!

Silvia Bernardi: […] la passione per il travestimento, per…

PP: Mah, che vuoi, travestimento, sai, quando io ero un bambino erano tutti travestiti, io ci avevo… “balilla alpino”: avevo una corda che non si poteva disfare perché era finta, un salsicciotto di corda, un fucile che non sparava, tutto finto. Puoi fare la sfilata… sicché era come a carnevale oggi, era tutto così. Per fortuna siccome il mio babbo era carabiniere, non ci aveva la tessera fascista, e io non andavo mai alle sfilate, andavo al cinema. E io da bambino ho visto ancóra prima della seconda guerra mondiale tutti i film francesi, Katia regina senza corona, danielle tardieu in mutande, quel film francese ancóra un po’ osé prima che da noi… Clara Calamai che faceva i pirati di Sandokan, quelle robe lì, doveva stare nell’acqua con le onde sopra i capezzoli, perché il capezzolo non si poteva vedere. Eh, ma com’era bella, dio mio! Era la figlia del capostazione di Prato, e la mia mamma insegnava a Prato e allora io sono andato una volta con la mia mamma e c’eran quelle stazioncine che sui vasini di fiori scrivevan la data, sai, e c’era scritto 12 dicembre.. oggi è l’11?

Dal pubblico: E’ il dieci.

PP: Eh?

Dal pubblico: Il dieci. Oggi è il dieci.

PP: Dieci. Sì! E alzo gli occhî e sopra c’era l’appartamento del capostazione, e c’era lei, bella, viso da madonna, proprio come diceva Moravia quando intervistava le belle, dice: “Signorina, quanto ha di collo? Quanto ha di polsi?”. Perché è inutile fargli parlare – che gli chiedi a Claudia Cardinale, cosa ne pensa di Dante Alighieri? Meglio chiedergli le misure! E faceva come Policleto con le statue. Policleto è quello che ha scritto il… dice: le mani devono essere la metà della testa, la testa la quarta parte del torace: le misure della bellezza.

Silvia Bernardi: Non sono rimaste invariate nel tempo…

PP: No, tu non avresti… tu saresti bocciata! – La gente si ricorda il vero amore legandolo al motivo di una canzonetta, ecco perché io metto sempre le canzonette in mezzo la prosa. Con la loro sciatta letteratura, ricordano un periodo storico. Non c’è persona, per quanto modesta o poco… sentimentale che non ricordi un motivo… “Parlami d’amore Mariù…”. Dice: “Andavo con lei in quel bar, che ora non c’è più, a bere…” – ora non lo fanno più, il barolo chinato, eh, per dire. Anche l’uomo della strada meno preparato qualche motivetto l’ha sentito. E son quei motivi che ricordano un periodo storico, allora invece di fare la conferenza, che rompe i hoglioni, metto un motivetto, però cercando di mettere insieme delle canzoni che ricreino un quadro storico. Per esempio ora per la Spagna ho messo Cielito lindo che vuol dire “O mio bel cielo” – il cielo da cui sono cadute le bombe tedesche di Guernica: quindi, bello, ’sto cielo, ma vengono anche giù le pillole, eh, per dire…

Silvia Bernardi: Lei non è solo a teatro ma è anche nelle librerie con la biografia Siamo tutte delle gran bugiarde

PP: Macché, un orrore, scritto da una povera checca periferica! Sono rimasto in… in, in Umbria, a Foligno, e viene questo qui, un quarantenne coi capelli già bianchi… Dico: ma che fai di lavoro?

Silvia Bernardi: Giovanni Pennacci, vero?

PP: Sì, sì.

Silvia Bernardi: Diciamolo…

PP: “Insegno italiano agli arabi” – quindi affamato… Sicché ho fatto un’intervista di du’ ore, e ci ha fatto il libro. Gli ho dato un po’ di fotografie e gli ho raccontato un po’ di cazzate, e via. Ma che vvoi? E lui, emozione!, quando sono entrato in un negozio e ho comprato le ciglia finte… sta a vedere!

Silvia Bernardi: Allora, nel libro ci sarà un errore, però c’è una bella frase, me la son segnata…

PP: Dimmi, dimmi…

Silvia Bernardi: … di Natalia Ginzburg, che dice di lei: “Tra i suoi volti nascosti c’è quello di un soave, beneducato genio del male è un lupo in veste d’agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi”. È una definizione […]…

PP: Carina! Lei era buona. Quando mi bruciò il teatro, venne… tutte le volte che veniva a teatro mi comprava dodici poltrone, e mi portava un cesto con panettoni, come regalo di natale: carina. Perché io le telefonai, nel ‘47-’48, chiedendole il permesso di portare in scena Le piccole virtù. Lei aveva fatto un libriccino che mi commosse tanto, dice: ai nostri figlî s’insegna tutte le piccole virtù: il risparmio, la prudenza… No! Nessuno insegna mai l’amore, di buttarsi nella vita…

521. Ad Andrea Filippo Cunanan. Frammento.

4 febbraio 2010 di anfiosso

Ho ritrovato, per puro caso, due quadernoni, rimasuglio – risalgono a due anni fa – di un articolato e inconcludente zibaldone, testimone di un periodo, o un’epoca, in cui scrivevo molto più volentieri – poi, appunto, le sparizioni continue mi hanno disamorato, il fatto di non poter conservare nemmeno modeste cartacce mi ha reso sempre più sfiduciato. Tutto ne ha risentito, mi sembra che ogni giorno che passa sia sempre più morto del precedente.

Si tratta di un quaderno a spirale di Harry Potter – l’avevo trovato in offerta da Vagnino, 1 euro, così si spiega la scelta – e un quadernone con un’immagine puerile in copertina, forse ispirata a qualche cartone animato (la mia ignoranza in materia non potrebbe essere più abissale), a quadrettoni da un centimetro, parte di un pacco da dieci che acquistai per 4 euri a Napoli or è parecchio tempo. Il quadernone di Harry Potter mi accompagnò in un giretto per l’Italia di tre inverni fa, mentre il quadernone è quasi intonso, e mi è servito, a quel che vedo, soprattutto da portafoglio, dato che vi ho inserito stracciafoglî di vario tipo e scritti in tempi diversi; ed è forse tutto quello che rimane di un certo saccone di plastica bianco che a Grugliasco (oh l’incubo) tenevo sotto la scrivania (un’asse e due cavalletti), e che un giorno sparì per finire chissà indove.

Tra le carte inserite ci sono alcuni foglî che avevo cominciato a pasticciare proprio a Grugliasco, una sera, in particolare la sera del 23 luglio 2007, mentre alcuni ragazzi facevano festa e casino in cortile. Dato che in casa c’era un televisore, avevo ripreso l’abitudine di guardare il telegiornale, e in giornata non potei mancare una commemorazione di Gianni Versace, che era stato ucciso lo stesso giorno dieci anni prima. Io non mi sono mai interessato di Versace – non conosco la moda -, e, ciò che più conta, la mia conoscenza del nome dello spree killer risaliva a prima dell’omicidio del sarto; la folle corsa di Cunanan era stata seguìta dai telegiornali prima che raggiungesse Versace e l’uccidesse; fino a quel momento le sue vittime, tre in tutto, erano stati omosessuali benestanti, nessuno in vista oltreoceano. Nei dieci anni che intercorrono tra gli omicidî e la commemorazione di Versace che intravidi in televisione le tesi, anche quelle innocentiste, si sono sprecate. Dato che sono state tutte relative ai moventi più immediati dei varî assassinî, e non hanno preso ovviamente in nessuna considerazione motivazioni esistenziali più estese – che però non sono stato, sono convinto, l’unico a percepire – non mi sogno nemmeno di prenderle in considerazione. Tutto, però, è rimasto in sospeso. Cunanan, nato nel 1969 da famiglia modestissima d’immigrati, dopo una carriera scolastica apparentemente promettente ma che non l’aveva portato da nessuna parte (biglietti, lettere, cartoline e testimonianze raccolte dai postumi biografi denotano vivacità ma anche lacune), aveva cominciato a frequentare locali gay per abbienti, dove si era prostituito, o meglio aveva cominciato a frequentare persone più o meno mature dalle quali si faceva mantenere; aveva però avuto nel corso del tempo relazioni più durevoli anche con coetanei, specialmente professionisti. Quando aveva diciannove anni, la madre, tale Shillacci (di evidenti origini meridionali italiane, alla faccia di certe trascrizioni anagrafiche) aveva scoperto tutto quello che c’era da sapere circa le sue tendenze e la sua condotta di vita; e AFC aveva reagito sbattendola contro il muro e lussandole una spalla. I rapporti con la famiglia si erano troncati lì. È certo che assumesse sostanze psicotrope, più che occasionalmente, meno che compulsivamente, e che negli ultimissimi anni avesse mostrato qualche preferenza per il sadomaso, o per estenuazione sensuale o perché il fisico, interessato da un inedito enbonpoint in via di trasformarsi in cicciuzza, non addicendosi più al moscardino mantenuto che era stato sembrava avviarlo naturalmente all’attività di master: regole di mercato. Quando morì, suicida, in una houseboat, o casetta galleggiante, a Miami, facendosi trovare cadavere dalla polizia, aveva trent’anni. La tesi, molto succintamente, era che fosse impazzito in séguito alla scoperta di essere affetto da HIV, ma in primis egli non ne aveva mai parlato, nessuno gliel’aveva mai diagnosticato, e dall’autopsia risultò HIVnegativo. Si era detto che avesse ucciso nel tentativo di raccogliere quanto più denaro fosse possibile, essendo avido e interessato, ma l’inventario dei suoi beni non comprendeva molto, a parte parecchî tubetti di idrocortisone (da wikipedia, non me lo ricordavo) e una quantità discreta di romanzi di C.S. Lewis, l’autore delle Cronache di Narnia. I furti che aveva commesso (specialmente auto) dopo gli omicidî erano ovviamente dettati dalla necessità di seminare la polizia.

Lungi da me l’idea di mettere il naso in questioni che non mi riguardano – il mio interesse per AFC era infatti dovuto alla percezione, sempre meno confusa, che la sua storia riguardasse anche me; non lo stesso per quanto riguarda le sue vittime –, né potrei mai forzarmi a dilungarmi sui particolari della fine di Versace, che per me è rimasto solo uno dei quattro ammazzati, meritevoli tutti e quattro della stessa umana pietà e considerazione; se qualche strascico mi è meglio noto dipende esclusivamente dalla sua fama. Ma un decennio dopo la sua scomparsa mi capitò tra mano una pubblicazione riguardante una persona vicina allo stilista, nella quale si esprimeva la convinzione che l’autore del delitto non fosse AFC (di cui peraltro non sono mai riuscito a capire esattamente se avesse o no conosciuto, in precedenza, Versace), definito “un bravo ragazzo”. Eppure pare che fosse stato riconosciuto, per quanto la conoscenza in tempo reale dei suoi precedenti delitti e il vano inseguimento di giornalisti e polizia potesse aver creato qualche psicosi e falso convincimento.

La sua tetra e irrisolta vicenda è stata puntualmente riflessa da tre pubblicazioni, che, grazie ad una spedizione via amazon stettero per qualche tempo in poter mio: si tratta di tre libri di cui uno solo ha le caratteristiche pulp dell’instant book, e ormai si sarà fatto rarissimo, non avendo alcun interesse storico nel suo riprodurre, tagliando & cucendo & inferendo, in maniera sudaticcia (di sleazy parlano infatti gli americani per questo genere di pubblicazioni) e sensazionalistica vicende su cui ancóra non s’era fatta piena luce. Altri due libri avevano altro interesse, benché alla prova dei fatti presentassero svantaggî del tutto assimilabili di eccessiva tempestività e ideologismo. Uno, Three Months Fever, era dell’omosessuale Gary Indiana, scrittore di discreta fama che ebbe ovviamente buon gioco a mostrare attraverso le vicende di Cunanan a che cosa portino la mancanza di determinazione e di cultura (riproduceva diverso materiale notistico di mano dell’assassino, rilevando spietatamente gli errori ortografici in inglese e francese, e persino la sua biblioteca, dimostrando l’occasionalità, spesso interessata, della sua raffazzonata cultura). L’altro, della giornalista Maureen Orth, Vulgar Favors, prendeva occasione dal vivo della cronaca; essendo suo lettore affezionato, Cunanan stesso l’aveva più volte contattata telefonicamente, cercando un contatto diretto; rimane il fatto che era Cunanan a conoscere gli scritti della Orth, e non la Orth a conoscere direttamente Cunanan, e nella sua trattazione, che ricordo molto prolissa, la Orth metteva particolare rilievo sulle dinamiche del mondo della prostituzione.

Questi tre libri e la rete, dal 1999, come già la televisione in quell’estate 1997 in cui i fatti si erano rapidamente consumati, costituiscono fonti di documentazione, a cui si possono aggiungere le notizie, comunque sempre le stesse, riportate da varî dizionarî specialistici su serial- e spree killer. Tutto materiale indispensabile, fatto salvo il contatto medianico, a lèggere una figura che è certamente importante considerare nel suo contesto, dato che la sola pressione negativa esercitata dal contesto può spiegare l’esplosione di una violenza omicida così ad ampio raggio; ma di cui, paradossalmente, ho trovato e trovo molto più interessante la figura ‘in sé’ che il contesto in cui si trovò ad agire e reagire. Sembra una prospettiva, messa in questi termini forse non del tutto corretti, completamente irrealistica; basti allora invitare a considerare quanta differenza intercorra tra una ricostruzione biografica che ricrei il personaggio attraverso le sue relazioni con l’ambiente e una (presunta) ricostruzione biografica che tenti di desumere il personaggio dalle dinamiche, del tutto astratte, che regolerebbero gli ambienti in cui è vissuto e con i quali è entrato in relazione. Ecco, ambo le due ’serie’ ricostruzioni biografiche, dell’Indiana e della Orth, appartenevano alla seconda categoria.

Non che fosse tutta colpa loro, chiaramente. Anzi, la difficoltà oggettiva, in un’epoca che si avviava rapidamente all’onnina diffusione del telefono cellulare, al satellite come occhio di dio, al monitoraggio capillare delle nostre vite, e in cui era già possibile – non come dieci anni dopo, ma quasi – sapere praticamente tutto della vita di una persona, fino a coglierne, almeno dal lettore intelligente, la sostanza esistenziale più individuata, la vita di Cunanan pareva come essersi affossata, salvo talune emergenze, che però non spiegavano nulla. Non si tratta solo della naturale strategia reattiva, che distingue l’uomo contemporaneo dall’umanità naturale dei secoli precedenti l’invenzione della metropoli e del capitale, e può portarlo ad una neurotica o deliberata contraddittorietà di comportamenti, ma di un problema a monte, strutturale, che riguarda l’osservatore. Un mondo osservabile capillarmente è un mondo in cui solo le emergenze – posto ce ne siano ancóra di vere e proprie, in una società finalmente, brutalmente democratica – possono risaltare; ma è soprattutto un mondo in cui, tutto potendosi registrare, nulla lascia, in fondo, alcuna traccia.

Non che di Cunanan mancassero segnali teoricamente rilevanti: di lui gli ex-compagni di scuola dissero che era decisamente il compagno più difficile da dimenticare: esibizionista, insicuro, discontinuo nel rendimento, poco serio. Nulla che comunque rendesse conto della raccomandazione del professore di proseguire con gli studî al college; scrivendo, il professore, che era a real thinker, un insicuro e un rompicoglioni ma di qualche spessore e curiosità intellettuale, dunque; ma non di più, nel senso che questo thinker non lasciò nessuna traccia rilevante di quello che gli passava per la testa, e optò assai per tempo per frequentazioni superficiali nel migliore dei casi, consacrandosi ad una specie di culto del corpo che, in gradevole contrasto con la fisionomia pulita (spesso occhialuta), ne fece poi un’icona ossimorica. I rapporti con la famiglia erano per converso da escludersi completamente come fonte d’informazione: la madre Shilacci non solo non aveva accettato l’omosessualità del figlio, determinando una rottura con lui e chiudendosi a qualunque comprensione, ma, come incresciosamente rivelò l’incontro con i giornalisti nei pressi della casa in cui l’assassino aveva trascorso l’infanzia, pareva avere un rapporto limitato in genere cól mondo; e, stando a quello che traspariva del suo aspetto mentale (“I’m the actress, okay?”), sarebbe stato presumibilmente lo stesso qualunque figlio avesse avuto e in qualunque dei mondi possibili si fosse trovata a nascere. Quanto al padre filippino, peggio che andar di notte: aveva lasciato la famiglia troppo presto, i suoi ricordi riguardavano solo il figlio adolescente, come altar-boy e come quel portentoso tredicenne che lesse tutta un’enciclopedia, from cover to cover.

Difficilissimo, probabilmente, compulsare a questo scopo le amicizie e la clientela: non tanto per protezione della privatezza, quanto proprio per la natura, del tutto meccanica, delle relazioni che possono essere intercorse tra Andrea Filippo e tutti gli uomini con cui intrattenne relazioni sessuali. Rimanevano i quattro ammazzati; il più giovane dei quali, un architetto, aveva per la verità già una relazione stabile con altro uomo, pure professionista; definito dall’Indiana come hard-working e perbene, fu ammazzato proprio in un periodo in cui stava discutendo con il proprio compagno circa la possibilità di continuare a frequentare AFC, che gli era parso ravveduto sulle pregresse scelte sbagliate.

Eppure, alla vigilia di uno degli ammazzamenti, AFC e un ex avevano avuto una discussione tremenda, durante la quale AFC aveva chiaramente mostrato fino a che punto potesse perdere il controllo nell’ira. Fortunatamente si era trattato solo di una telefonata, della quale la ventura vittima aveva detto che la voce di AFC in quell’occasione era sonata come quella di una bestia braccata, o come quella di un essere la cui vita è seriamente minacciata. AFC era, presumibilmente da sempre, una polveriera che una piccola scintilla poteva far esplodere, seminando, come in effetto fu, morte e distruzione; ma non è questo che importa. Come non importa nemmeno molto il fatto che avesse una personalità repressa; la landmistress, la padrona delle houseboats dove AFC aveva fissato l’ultima dimora, ricordava quanto fosse sempre compìto & educato, e fosse tutto uno yes, madam, thank you, madam. Quello che maggiormente colpisce è che nell’ira era come un animale che lottasse per la propria sopravvivenza. Ed è questo contrasto con l’architetto, che aveva trasferito nel lavoro qualunque possibilità di realizzazione esistenziale – posto che sia la soluzione – ad essere in qualche illuminante: da una parte lo hard-worker in teoria ci si presenta come un omosessuale che ha provveduto a costruirsi un’esistenza il meno minacciata possibile; dall’altra AFC, inesorabilmente perduto in bassi commercî, non è forse proponibile come segnacolo vivente – finché visse, è chiaro – di quello che può minacciare l’equilibrio di un omosessuale se non si vota ad una vita di hard work? Naturalmente, lo hard-worker e il bagascio si frequentavano; ciò che vien facile attribuire ad una scarsa propensione da parte di entrambi ad accettare le proprie condizioni esistenziali, come condizioni ingrate e diverse da quelle di persone più fortunate – cioè eterosessuali: è pieno così di uomini che campano alle spalle di donne, magari non onorevoli, ma non così minacciate come può avvenire per un Cunanan: AFC poteva benissimo avere rimpianto per una vita regolare, per una posizione ed entrate sostanziose e sicure; l’architetto poteva avere rimpianto dell’abbandono alla corrente, della sfida al mondo, della fiducia nonostante tutto nei confronti del proprio simile. Sono tentazioni in cui chiunque può cadere, e cade in effetto purché ne abbia motivo; ma la posizione pericolosa di AFC, la sua compromissione, la mancanza di un calcolo, di una strategia di sopravvivenza rendono il suo rimpianto in qualche modo eroico; mentre è proprio la strategia messa in atto dall’architetto, il debito pagato alla società per la propria omosessualità, l’accettazione delle condizioni magari non direttamente avverse ma più faticose e in ombra, a rendere il rimpianto, per parte sua, borghese, con tutte le implicazioni possibili quanto a pelosità, ad ambiguità, a contorsioni anfibologiche, a – insomma – doppiezza sostanziale, data la capacità borghese di rimanere sempre in bilico tra ammirazione a denti stretti e disprezzo temperato di pietà. Anche quel rapporto, pare, era qualcosa a cui sopravvivere.

Non stupisce il fatto che gli omicidî di AFC non abbiano suscitato reazioni particolarmente risentite dall’altra sponda: i quattro morti fatti da AFC erano tutti omosessuali, pareva più che altro una questione interna. Quindi non stupisce nemmeno che le manifestazioni di più becero furore, prima e dopo la morte dello spree killer, siano venute da parte omosessuale. Facilissimo dire che AFC era un omosessuale che non aveva accettato, specialmente caduta la tesi dell’AIDS (ma non quella della perdita della freschezza giovanile – che mi pare anche un po’ una stronzata, non tutte le fotografie lo mostrano in forma ideale, ma AFC era piuttosto fresco anche da cadavere), la propria omosessualità, o le conseguenze della propria scelta estrema, che poi è la stessa cosa; ma non è la facilità di questa lettura che m’ha indotto a respingerla. Che AFC avesse qualcosa di diverso, portasse implicazioni non riconducibili a nulla di facile, è stato evidente a tutti. Di qui l’interesse riscosso da una parte e dall’altra dell’oceano ben prima che Versace cadesse sparato a Miami; anche se non tutti se lo sono spiegato razionalmente.

Non che AFC abbia lasciato traccia solo in me, stando ai bollettini che inseguirono AFC per una buona fetta di USA, alle reazioni di molti, a caldo e a freddo, in rete, e anche a quel telegiornale del 15 luglio 2007, in cui lo spazio dato alla morte dello stilista e all’assassino era praticamente lo stesso. Mi sono fissato mentalmente il 23 seguente come data in cui buttar giù poeticamente qualche noterella circa quello che di AFC ricordavo. Dieci anni prima, quando ancóra tutti i miei equilibrî familiari ed esistenziali erano intatti, l’intenzione era stata un’altra, e cioè quella di dedicarmi lungamente ad AFC, con un’opera, nientemeno, di qualche respiro. Le profondità che mi sembrava di scorgere nella sua figura, e soprattutto le implicazioni metafisiche della percezione di una profonda duplicità del fatto – l’antitesi, quale potevo percepirla allora, cioè confusamente –, tale per cui l’atto compiuto, ributtante e brutale, assumeva automaticamente una sua ragion d’essere profonda e vitale in un’altra dimensione, non affatto o meno percepibile, mi parve del tutto ispirante. Impossibile, chiaramente, persistere nell’interesse per la vicenda senza lasciare in giro qualche traccia di un mio evidente coinvolgimento morboso, sicché stetti abbottonato; e cominciai, ed è la cosa peggiore da fare, da un punto di vista strettamente pratico, a concepire quest’impegno [ma mica era il solo!] in prospettiva ovviamente futura. Mi limitai a raccogliere ritaglî di giornale, a buttar giù qualche considerazione scritta e a chiudere tutto in un cassetto. Non so nemmeno se mi rendessi conto che sia la mancanza di esperienza sia la mancanza di elaborazione mi avrebbero messo immediatamente alle corde; ma non essere in grado di affrontare un argomento non vuol dire non rendersi conto della sua rilevanza. E il come mai questo stralcio di vicenda, dolorosa e violenta, fosse in sé rilevante, mi era tutto sommato visibile già allora, benché non come adesso che non mi pare più il caso di tornarci sopra.

Due anni dopo gli equilibrî suddetti erano andati a farsi benedire, e vivevo in modo che solo esteriormente poteva sembrare senza soluzione di continuità rispetto a prima; eppure, tra altre questioni che continuavano a premermi, quando scopersi le possibilità della rete, riservai qualche spazio anche ad AFC; il progetto, piacevole perché delirante, una barocca sfida, di affrontarne poeticamente la figura si rivelava semplicemente fatale: la stessa natura profondamente antitetica, a tutti i livelli, delle problematiche che sollevava non poteva essere affrontata in prosa, nemmeno analiticamente – se fossi stato un saggista o un giornalista, chiaramente, avrei scelto quella strada, ma, appunto, non era la mia. Come già detto, via amazon mi feci spedire gli unici tre testi che lo riguardavano, e che naturalmente sarebbero rimasti gli unici e i soli, li lessi con l’intenzione di procedere – non conosco a tutt’oggi nessun altro metodo – allo spoglio dei nudi dati e al loro ordinamento crudamente cronologico, dopodiché avrei proceduto ad elaborare, prendendo la cosa da varie angolature, secondo che mi veniva fatto. Se non ne feci nulla non dipese affatto dal taglio a tratti ributtante ed antipatetico delle narrazioni, ma dalla loro oggettiva povertà d’informazione. Chiaramente non m’interessava affatto che le analisi sociosessuali dei trattanti non fossero all’altezza: la mia analisi era quella che premeva. Purché ci fosse qualcosa su cui lavorare: e non c’era quasi niente, se non le opinioni delle poche persone normali che l’avevano conosciuto: del suo recours à l’abîme non c’erano tracce di qualche spessore. La necessità di risolvere ogni questione su un piano simbolico è talmente prepotente, in poesia, che sicuramente mi sarebbe venuta ispirazione ad inventare, se solo avessi imparato a conoscere AFC sufficientemente, fino a farlo muovere e parlare davanti a me; ma altri progetti mi risultarono più immediatamente fattibili al momento; un’esperienza odiosa di servizio civile (2000) mi riavvicinò nuovamente a quei poveri tre libri, che mi confermarono nel primo interesse e che poi accantonai dopo una veloce rilettura. Fino al 2007, se l’idea è riaffiorata in me, è stato sempre nei momenti in cui m’occorreva penetrare lucidamente le modalità, più che le cause (arcinote; che altro c’è da sapere?), di una discrasia con l’ambiente; nel 2007, in quella casa di merda a Grugliasco, si determinò la concomitanza tra una discrasia a varî livelli da una parte e, dall’altra, il memento costituito dal necrologio al telegiornale; ma da almeno quattro anni i libri e le stampe e i ritaglî che mi sarebbero potuti servire, posto potessero ancóra, erano andati dispersi.

A quel punto potevo solo rendermi conto di quanto la vicenda essenziale di AFC fosse a sua volta invecchiata – fosse cioè comprensibile e dabile solo in quegli anni ‘90, e dieci anni dopo fosse diventata altamente improbabile, fuori contesto. Mi resi conto che sarebbe dovuta essere una tappa della mia maturazione, o una delle scelte fondanti, e anche definitive. Se non m’ero deciso, allora, nonostante l’importanza simbolica di questa vicenda di cronaca, a portare a compimento nulla di mio in merito, è perché questa scelta non era stata fatta; scelta radicale che allora non mi sentii di fare, non per la scelta in sé, ma perché non volevo precludermi altre possibilità, evidentemente. O fors’anche perché il mondo stava cambiando più rapidamente di quanto io lucidamente registrassi, e conferendo importanza, al momento tutt’affatto meritata, a quella cosa, avrei corso il rischio di rimanerci legato, se non per sempre, per un tempo troppo lungo.

Dato che sono condannato a riallacciare le fila con tutti i progetti che abortisco, anche questo l’avrei affrontato per senso di dovere e insieme con senso di liberazione. Chiaramente un poema heroico a questo punto sarebbe stato del tutto fuori luogo: in primo luogo non ne avevo né il tempo né la lena – anzi, non avevo lena affatto, e stavo combattendo per qualcosa d’altro, che ai tempi del progetto di AFC non potevo nemmeno supporre. Essendo un progetto morto, potevo rappresentarlo, appunto, da morto. Un’ode funebre è quella che ne è uscita: per AFC e per quello che su AFC avrei voluto scrivere, o di AFC avrei voluto fare; e questo dovrebbe spiegare le campane (appunto) a morto delle anafore – ne manca una, peraltro, come si noterà, e ci sono buchi anche nelle strofe, che dovevano essere 49, divisibili in 7 gruppi di 7 in base alle iterazioni iniziali, secondo lo schema ABaBCDCEED. Non ci fu il tempo di celebrare nemmeno questa specie di funerale privato, perché la scoperta della scomparsa di un cumulo di miei scritti, per un dispetto o una disattenzione – ma credo più per un dispetto, perché nessuno in quel periodo aveva accesso alla stanza, che dividevo con un ragazzo valdostano molto brutto, e non c’era nessuno che venisse dall’esterno a fare le pulizie o cose del genere – mi rese proprio in quei giorni incapace di scrivere. Sembra l’impegno più semplice, e i suoi frutti sembrano i più facili da conservare – anche perché un’invenzione non dovrebbe interessare nessuno; e invece la strana vita in cui mi ritrovo a vivere comporta anche questa difficoltà, a tratti impossibilità.

La tentazione narrativa è rimasta percepibile nel componimento, che fu steso per la prima metà la sera del 23 luglio, e per l’altra metà – dico della parte superstite, ovvio – la mattina seguente, del 24. Non so che cosa avrei fatto, entro la fine della xlix strofa; ma mi tenni aperta la possibilità, fino ad un certo punto, di poter riutilizzare in un secondo momento le 49 stanze come proemiale di un più lungo lavoro, cioè di trattare l’ode come un’unità interna dell’auspicato poema; l’impossibilità contingente di arrivare fino in fondo a questa prima unità naturalmente fece svanire qualunque velleità circa la possibilità di prolungare indefinitamente. Ma l’idea dell’utilizzo della strofe, che bene o male è in sé lirica, come strofa di poema non era da buttare; perché se c’è un problema, a riguardo del verso narrativo, è proprio quello dell’unità strofica, che paradossalmente può essere, dipende da come la si gestisce, meno monotona quando è ridotta all’unità minima che quando è una strofa articolata – la quartina e l’ottava. Sennonché il distico presuppone appunto un trattamento estremamente vigoroso e brillante, che certe umbratilità del mio modo di impostarmi mentalmente il tema rendevano fuori registro – si può benissimo impostare un poema dedicato ad AFC come una giostra degli orrori, o una sequela d’immagini dalle paste acide, ovviamente, ma non era mia intenzione farne un piccolo monumento tardogotico, dato che preponderante, nella mia maniera di accostarmi al tema, era una quantità di riflessioni abbastanza sconsolate. L’ottava decisamente è troppo rigida, e impone una poesia fatta di cose, totalmente materica; e io volevo riservarmi spazio sufficiente al ragionamento, svincolandomi quandunque ne sentissi la necessità da istanze troppo pressantemente narrative, e materiche, e fattuali. La più flessuosa strofe di pindarica poteva avere una sua ragion d’essere, dunque, anche in un poema o un poemetto: automatico pensare a un tot di “canti” da 49 strofe, ognuna di 10 vv., ovvero ciascuno di 490 versi; 10 soli canti avrebbero voluto dire un poemetto di 4900 versi; un componimento di 49 canti, secondo una progressione del tutto aritmetica, non avrebbe portato a più che 24.010 versi, che è circa la dimensione dell’Innamorato o del Morgante, ed è un po’ più della metà di lunghe avventure poetiche come il Furioso o l’Adone. Il tutto, mi affretto a precisare, nel mio solito disinteresse circa l’esser letto o non esser letto – non è quello, certo il problema; ma con la preoccupazione, quella sì, che l’argomento fosse eviscerato come ritenevo dovesse. Quest’obbligo di realizzare un’esatta intenzione non avrebbe rappresentato una difficoltà accessoria, per quanto potesse rallentarmi nell’esecuzione del disegno; sì poté rappresentar ciò tutta quella serie di incidenti. Da ultimo, avendo interrotto la composizione, pensai almeno di copiare e salvare su dischetto il manoscritto; non portai a compimento nemmeno questo modesto progetto: sul vecchio Mac esisteva un file dal titolo AD ANDREA FILIPPO CUNANAN, ma era rimasto vuoto. Poi sparirono, in successione, e il manoscritto, e il Mac, rubatomi in biblioteca in un momento di distrazione.

Un problema che non mi sono posto è quello del mio tipo e grado di coinvolgimento con il personaggio di AFC. Riconoscere in un personaggio il portatore di una problematica, e in quel personaggio il portatore di massima risonanza, per così dire, non costituisce di per sé ispirazione poetica sufficiente: ci vuole un moto di simpatia, un senso di condivisione, per quanto combattuto e dolente, che nel suo caso non mi è mai mancato, sin dal primo momento che passarono per tv la sua fototessera, nel primo telegiornale da me visto che desse spazio alla sua vicenda. Semmai, frustrata rimase la mia intenzione di procedere in senso analitico su un materiale certo e ’storico’, cioè cronachistico, rigoroso; avrei voluto avere tutto il necessario a disposizione, e poi tappare i buchi, come i vecchî romanzieri cinesi, complementando in base a quello che mi sembrava verosimile quello che nei resoconti mancava. Ma, ripeto, la pubblicistica in merito non m’ajutò affatto; e inventare sarebbe stato per converso inutile, dato che la mia intenzione era proprio quella d’indagare sulla realtà. Fu ingenuità, la mia, perché le problematiche non sono mai eviscerate per filo e per segno, e nemmeno per l’essenziale, finché si stanno producendo; l’unico che avrebbe potuto enucleare la questione, risalendo alle emergenze più significative della propria vita, poteva essere solo lo stesso AFC, o una persona a lui vicina dotata di straordinaria capacità di penetrazione. E la letteratura che lo riguarda, legata per giunta alla notizia ancor fresca, è stata, del tutto prevedibilmente, troppo modesta, superficiale e insulsa per permettere una simile ricostruzione, per quanto circospetta, scrimitosa e paziente. Si trattava, poi, di distanza culturale, esperienziale. Non nego alla mia capacità di penetrazione l’eventualità di un successo in questo senso nel caso in cui avessi avuto la possibilità, non del tutto a caldo ma nemmeno a troppa distanza dai fatti, di verificare di persona gli eventi attraverso le persone più o meno direttamente riguardate: ma non è ufficio mio, e sarebbe stato da una parte troppo pretendere e adoperarsi, dall’altra un uscire di tema: avrei potuto confezionare un ottimo resoconto, tanto più illuminante quanto più inconciliabile con qualunque poesia. I casi della vita, come in tante altre circostanze, hanno congiurato a non farmi pervenire a nessun esito definitivo; ma la possibilità materiale di arrivarci mi avrebbe dimostrato che era comunque impossibile.

AFC, in tutto questo, rimane un’apparizione improvvisa, una meteora impazzita, in grado di sollevare un rilevantissimo problema in modo plateale e in certo senso, in questi anni, perché no?, addirittura ’superato’ – temo più per un deciso peggioramento delle circostanze che per un progresso effettivo. È stato, non l’unico e il solo, ma certo l’ultimo, a ben guardare, che abbia portato l’intollerabilità della sua condizione esistenziale all’attenzione del mondo tra schizzi di sangue, e la sua vicenda ha ancóra uno strascico amaro e realmente tragico; dove la condizione eroica coincide con la solitudine – ipo-, e non apo-geica –, garantita dalla condizione esistenziale e dalla mancanza totale di un retroterra e di validi punti d’appoggio, in compresenza d’un orgoglio satanico lasciato inutilmente al mondo perché lo calpestasse; dove il destino tragico è costituito dal pregiudizio, quel dover-credere-così-perché-le-cose-siano-così, ed è questo che ne fa l’unica efficace sopravvivenza della magia nera nella contemporaneità; dove il turbamento di uno status quo ante è garantito dalla tenacia con cui un ricordo, almeno nei casi più direttamente implicati, rifiuta di precipitare nell’oblio, mantenendosi anzi ben inciso in talune memorie.

Ma AFC, come figura, è fatto solo per sollevare il problema, nel suo brutale grado zero, non certo per risolverlo. E, no, non è un limite suo: io credo che solo una feroce lucidità, una spaventosa consapevolezza possano averlo condotto a compiere più volte il gesto estremo, e non una presunta incapacità di trovare “soluzioni” in altre direzioni (quali? Chi mai ha “risolto” il problema?). Volgendo le armi contro chi condivideva, apparentemente da posizioni più privilegiate, parte del suo modo di essere, non ha né dato prova di non-accettazione della propria sessualità, né ha inteso punire alcun ipotetico tradimento: ha ribadito, per l’ultima volta prima di cedere al peso del proprio, la presenza esclusiva del vuoto esistenziale ed essenziale in un numero casuale di omosessuali, a lui noti o ignoti, imponendo nel modo più esecrabile possibile, e quindi il meno ignorabile, la questione tabù della nostra infernale dipendenza – di tutti, nessuno escluso – dal gioco delle opportunità – come porta che può aprirsi una volta, poche volte, mai –, dall’opinione corrente, dalla scelta altrui. Il tempo stesso gioca a vantaggio del pregiudizio, selezionando una dorsale sempre più sottile di tipologie sempre più compatte, e rassegnate, di outsider sempre più solo nominali: tutti gli altri, eccettuati i pochissimi che uccidono (beh, per fortuna), scivolano, semplicemente, fuori dalla vita, diventando invisibili in molti e non necessariamente incruenti modi. Rimane sempre la possibilità, per lo hard-worker, di ovviare a quel vuoto con un compagno mite e stempiato, e con l’intossicamento aziendale; ma ho detto ovviare a, non colmare. AFC è stato l’ultimo a diventare un mostro come conseguenza esclusiva di una condizione sessuale, e – per conseguenza profondamente non voluta – esistenziale. Per quanto ripugnante sia il crimine, una volta commesso è data solo una cosa più ripugnante ancóra: vanificarne la scandalosa portata, l’orrore, sciogliendone il significato in una diagnosi di sociopatia, di follia omicida, di compulsività paranoide – rendendolo, per giunta, di nuovo e di nuovo possibile, solo che il solenoide dei probabili torni nuovamente, come farà sempre, prima o dopo, a incurvare in giù o ad innalzare la propria linea, mutevole e sempre uguale a sé stessa.

È un caso-limite, e ha tutti i – chiedo scusa per il bisticcio – limiti del caso-limite: da una parte non può assurgere a regola di nulla, dall’altra però è universalmente significativo perché rappresenta l’esasperazione di qualcosa che riguarda tutti.

Tutto questo più per concludere un discorso molto tempo fa iniziato, in anni che sembrano distanti ère geologiche da GayPride varî, e dibattiti su pacs e dico, ma non affatto perché questi abbiano segnato un mutamento positivo nel costume, ma, al contrario, perché rappresentano tanti piccoli spostamenti dell’attenzione dal problema fondamentale, che è un problema disperato: l’unico cambiamento dirimente per gli omosessuali non essendo affidato a loro, alla loro capacità di elaborare modelli di comportamento, di fare scelte di vita funzionali o di mutare il proprio atteggiamento nei confronti della comunità di cui sono a varî titoli parte, ma alla piena accettazione da parte del contesto: una circostanza dalla quale siamo lontanissimi, non nel senso che essa paja indefinitamente lontana nel futuro, ma nel senso che, assai peggio, appare totalmente fuori contesto, al punto da non parere nemmeno auspicabile da parte di molti omosessuali, che condividono con il contesto la sensazione, diffusa a tutti i livelli nei nostri anni, di giochi ormai conclusi, di conquiste ormai sostanzialmente conseguite – tanto da lasciarci liberi anche di optare, a volontà, per una leggera, superficiale involuzione. È un’umanità, in genere, ormai del tutto stanziale, propensa alla costruzione di reti private di rapporti interpersonali e intesa in genere alla comunicazione di segnali di rassicurazione: preventivamente, cioè, vôlta ad eliminare il problema dal proprio campo visivo più che, veramente, dai proprî orizzonti, o ad abbracciare nelle proprie prospettive solo modelli e schemi limitati e funzionali alle esigenze più elementari e immediate. Normale sistole di una tendenza, durata anche fin troppo, all’adozione se non all’elaborazione di schemi di ampia portata, è una tendenza che tuttavia lascia tutto quanto non è stato risolto in precedenza allo stato di magma incontrollato. Il timore preventivo che un’attenzione troppo pronunciata a certi meccanismi sia foriera di conseguenze violente o incresciose, quasi che esse non fossero nei fatti, ma in chi li investiga – anche se alla presa di coscienza dovrebbero sempre o quasi sempre conseguire azioni – trasformano certe questioni, che si credevano solamente vecchie, in roba da preistoria; senza che da allora si sia fatto un passo in avanti.

Ma anche per chi scrive tutto questo, al meriggio pieno, abbacinante in cui si è consumato il suo crimine privato, è subentrato da anni il crepuscolo dell’assuefazione, quella penombra che sola è in grado di far distinguere con chiarezza gli oggetti: ma è chiaro che è il meriggio l’ora giusta, non il momento che precede di poco il declino del giorno.

Quanto ho scritto in merito è troppo lungo e articolato per poter essere considerato un semplice ‘cappello’ a quello che segue; che non merita assolutamente, peraltro, troppo approfondite precisazioni e inquadramenti, giacché si tratta di cosa modestissima. Gli è che mi correva l’obbligo di mettere in chiaro, più per me – mi dispiace! – che per chi passa di qui le ragioni, non per le quali un simile argomento m’è parso poetabile – poteva essere solamente un capriccio, se è solo per quello –, sibbene i motivi per cui mi ha accompagnato per tanti anni senza peranco portare ad alcun risultato sensibile.

Se non quel mazzetto di versi, brutti, va da sé – quali versi miei non sono brutti? – che seguono. Mi sembra infatti doveroso, per quanto sia totalmente inutile, far presente che essi non sono affatto all’altezza di quello che avevo in mente; ma riflettono i precedenti e altri ragionamenti, e poi sono frutto di un fortuito ritrovamento, a cui volendo potrei anche riferire alcunché di fatale. Dopo aver tutto e regolarmente perduto, mi parrebbe ὕβρις allo stato puro risbatter via quello che contro ogni speranza ho ritrovato. Per me è come salvare quel mazzetto di foglî superstiti, innanzitutto; che decifrerei, trascriverei, salverei anche se avessero contenuto tutt’altro, e di rilevanza ancor minore. Trattandosi di questo, a maggior ragione decifro e trascrivo e posto; senza ovviamente correggere le asimmetrie o smussare le asperità o integrarlo in alcun modo: dato che il destino ha voluto, questa è la forma in cui questa cosa deve fatalmente comparire, sia che qualcuno (e ne dubito; ma non importa, affatto) sia interessato, sia che no. Inoltre mi sarebbe impossibile, ormai, metterci le mani in qualunque modo.

Ad Andrea Filippo Cunanan.

(31 agosto 1969-23 luglio 1997)

1. Sì; è questa sera: scorsa mezzanotte,
Mentre il frastuono – dura da due ore,
Tre ore –, e ininterrotte
Le vibrazioni dell’unz-unz, l’ardore
Falso, o alcolico, di motti e di risa,
E vaga e onnipresente la funesta
Ombra dell’impotenza quasi uccisa
Han surretizia volontà autoimposta
(Che poco può, ma molto sangue costa)
Già vessata dal re dei mal di testa,


2. È questa sera, in cui al patimento
Della felicità greve, infelice,
Anche il caduto vento
S’aggiunge, e l’afa aspra tormentatrice;
In cui l’aere, che ha il piede incatenato,
Fa sì che al foglio riempia ogni vivagno
Variando il carme sempre riniziato,
Nell’amarezza mia, cupo ristagno,
Che alle basi corrode il tralicciato
Tenue dell’equilibrio risicato;


3. È questa sera, in cui torbida vena
Aprendo in faccia al mondo, il mio disdoro
A due pagliuzze d’oro
Prese nel mezzo alla melmosa piena,
Premendo in cuore l’astio ed il sospetto,
Non ascoltando il disinganno atroce,
Di scongiurare timido commetto;
E sciolgo incerta & arrochita voce;
E ancóra grazie, se infiochiti i canti
Scordan la scaturigine nei pianti;


4. È questa sera in cui, stizze volanti,
Anche i mordaci insetti noje aggiungono
Mentre a frotte mi pungono,
Attratti dai grafemi sfarfallanti
Sullo schermo racceso spesso, e spento,
Giusta le intermittenze della musa,
O quando a toglier virgole, o un accento
A porre, o intorno a un giro che non s’usa
Più da quasi un millennio a interrogarmi
Non sto; è questa: potrei mai sbagliarmi?


5. È questa sera, in cui steso stremato
Sul letto, intendo funebri rintocchi,
Né oso girar gli occhî,
Benché dai ritmi l’aere saturato
Sia dalle ingrate solfe popolari;
E dimentico infine del fracasso
Di sedie smosse e rudi conversari,
Mi sento il cuore, benché già di sasso,
Opprimere di pena. E poi m’appari,
Ombra a cui domandare altro non vieta
Che inanità, ben tutta ombra segreta.


6. Questa è la sera; in cui tutto mi dice
Che non soltanto questa che trascino,
Ma, dato il mio destino,
Ogni esistenza avrei tratta infelice:
Che non saperi, genio no, non forma
Proporzionata, non pietà, non forza,
Non facoltà d’imprimere fond’orma,
Non quanto non inscrive questa scorza
Fragile, e nata pronta per la morte,
Nulla avrebbe mutato la mia sorte.


[7a.] <…>


7b. Eri l’eroe di certa sconciatura
Di mio poema heroico – altra protesa
Sul mondo ombra inattesa –,
Mi parve ineditissima fattura:
Sfondo di palme verdi e mura bianche,
E auto di lusso e lùbriche avventure
E inconfessati abissi d’idee stanche,
Speculative incòndite torture:
E avevi in volto sufficiente vuoto
Da animarlo a pro mio, secondo il noto.


8. Eri l’eroe della mia miniserie
Preferita in tivvù – all’ora dei pasti
Io puntualmente i tasti
Premevo del comando, e le miserie
Familiari inseguivo, e la tua forse
Pazza madre, e fallito il padre, e ontosi
Ricordi dei compagni, e le risorse
Superiori alla media, e (i teste ombrosi
Concordavano in ciò), a quel che pare,
Su cui dev’essere obbligo contare.


9. Eri l’eroe i cui promettenti giorni
Striò d’accidie con ombrie di lutto
La Vanità del Tutto,
Non estranei può darsi i primi scorni;
Il tuo tesauro letto integralmente,
I filosofi amati, tutto, invano
Compulso e meditato ingenuamente,
Prima di dar risposte, di tra mano
Ti sfuggì, salvo un foglio o due negli anni,
Pirausta in forgia dei tuoi disinganni.


10. Eri l’eroe che in sé l’émpito enorme
Sentendo, in sé lo volse, e in vesti chiare
Cól servire l’altare,
Le brame occultò oscure, e non difforme
Dai dettami del prete, al suo sacrario
Approfittò per chieder qualche lume
All’ente superiore immaginario;
Di vino zuccherino tutto fiume
Vide scorrere, e le ostie sbriciolate
Duemila salme avrebbero colmate;


11. Eri l’eroe che appese alla fredd’ara
Ogni perché, e risposta attese; e il cielo
Con silenzio di gelo
Gli rispose; e gli fu del pari avara
Di lumi l’evangelica finzione:
(Sferiche perfezioni, alme e feconde
Non sanno di pietà, o consolazione;
E a notte alta, splendide e profonde
Le azzurrità dei cosmi a te rapito
Richiamo ripetevano, & invito).


12. Eri l’eroe, tu, che intuì nel cuore,
Innocente e spietato, delle cose
Le forze poderose
Mosse ed avvinte dal comune amore;
Che non sanno precetti, che a comandi
Non sottostanno, che hanno insciente e forte
Crescita senza téma, e fatte grandi
Son tutte vita, e muojono ogni morte,
Vampa che pure spenta il Tutto alluma,
E inconsumabilmente si consuma.


13. Eri l’eroe che ad ingrandire accinto
L’anima incontenibile e felice
Dall’invida pendice
Fu assorto nei suoi crolli, e al masso avvinto,
Ennesimo Prometeo preventivo
Senza saper perché, tra pianto e sdegno,
Semimorto captivo ossia malvivo
Mai diede corpo al flammeo disegno;
Negli occhî degli altri uomini, ahinoi, sono
Vita, speranza, slancio ed abbandono.


14. E i tuoi occhî che in trono in biondo viso
Eran capaci dei più intensi lampi,
Gli occhî che i campi
Scorrevano del fondo paradiso
Quasi ogni notte aperto a noi nei cieli,
Gli occhî aperti alla vista e alla visione
Volgesti in occhî altrui, specchî di geli,
Plumbei veli, maestri d’oppressione,
E, come già tropp’altri, avvinto al masso,
Li fissasti solo alti, o troppo in basso.


15. E i tuoi occhî gentili, affascinati
Per natura dal guizzo delle cose
Tènere e luminose,
E ad un tratto stornati e allontanati
Dal convincersi che, no, tra le belle
Cose prive di peso ed innocenti
Non c’è posto per te, e persino a quelle
Sarà insegnato a emettere lamenti
Quando d’avvicinarti farai prove,
Come fece Marpessa in grembo a Giove;


16. E i tuoi occhî severi, fatti all’uopo
Per sceverare il buono dal malvagio
E veglie di disagio
Destare all’atto reo, al meschino scopo,
Come abbassasti quando ti s’apprese
Che tra famiglia; circoli; commercî;
Istituzioni; popoli; e (sei) chiese,
Come i relitti umani, e dei più lercî!,
A malapena a due, tre appartenessi;
Purché gl’infimi posti vi tenessi.


17. E i tuoi occhî perversi, balenanti
Delle più smisurate cupidigie,
Le reprimende ligie
S’avevano di poi sempre davanti
Dei benpensanti a cui di snaturato
Nulla si vieta, e a cui ogni misura
Ridotta è al velo dell’impalesato,
E ai flati di famiglia, e di natura
(Le stesse, alle stessissime animacce,
Da stiparci empietà fruste bisacce!).


18. E i tuoi occhî pudichi, vergognosi
Di spettacoli osceni, ahimè oltraggiati
Dai nervi prolassati
Di preti obesi, e vecchî biascicosi!
Oh sconsolato Andrea, cui tenerezze
Deve l’aurora della vita amara,
Quanto anzitempo, largo di schifezze,
Ai suoi orrori il mondo ti prepara!
Quanto anzitempo spenti gli entusiasmi
Dal contatto obbrobrioso coi marasmi!


19. E i tuoi occhî curiosi, fatti apposta
Per cercare il perché di tutto, o quasi,
Ripiegati sui casi
Tuoi inestricabilmente – ah quanto costa
Neoplatonico more, quando unito
A basso ceto e povertà paterna!
Sicché lo sguardo edace impoverito
Sia di quanto ci dà vicenda eterna
Di bello e brutto immensurato il mondo!
Occhî acuti abbassati in cieco fondo!


20. E i tuoi occhî ridenti senza téma,
Senza passar dal necessario pianto,
Disillusi frattanto,
Perduta la felicità suprema
Di fissarsi sul Tutto ingenuamente
Con sardonico rictus le querele
Intime censurando ostile e ardente
Presero il lampo che idolo crudele,
Fissa sulle ostie, sicché il balenio
Pari negli occhî ebbe & l’offranda, e il dio.


21. Eri bello, di quell’essere bello
Ch’è fatto per brillare un’ora sola;
Come cosa che vola,
Come cosa che intorno a qualche avello
Fiorisce o aleggia, a consolare invano
Quella che avrà sua propria sepoltura,
Come cosa che l’incontrare è strano,
Sfuggita per un caso alla testura
Scrimitosa per solito del vaglio
Ch’arduo è travada mai per qualche sbaglio.


22. Eri bello, ma fragile, parvenza
Tenue di scolorito paravento
Sotto il falso ardimento
Di via via meno nitida evidenza;
Ché quanti più rodeva il Tempo gli anni,
Tanto più consumava un freddo fuoco
Dall’interno gl’inconfessati inganni,
Tanta meno allegria avvivava il gioco;
Fu morire avvedersi che alcun’arte
T’avrebbe schiuso asili in qualche parte.


23. Eri bello, ma l’inveduta soma
Dei popoli scaduti, o antico morso,
Ti gravava sul dorso;
Dalle periferie tu del genoma
Giunto; & in seno a libertà ineguale
Denunciava il tuo ceto ereditario
La stessa obliqua tua grazia orientale;
Estrazione e livello censitario,
Tutto era chiaro nei tuoi tratti infidi,
Subalterno retaggio d’altri lidi.


24. Eri bello; e le fumide promesse
D’un avvenire in aule polverose
In mezzo a carte annose
Null’avevano in sé che t’attraesse;
Spontaneo amore attratto aveva invano
La precoce attenzione all’erto vanto
Di slancio alzate dall’ingegno umano;
Altro non c’era che gettarlo a un canto,
Reso necessità: venne in sospetto,
Dovendo mendicar vita e rispetto.


25. Eri bello: a che pro al tempo commessa
Una felicità d’ora negata?
Investire a che pro, se è già passata
Virtualmente la vita a te concessa?
Perché amare, se, eterna ombra alle terga
Traendo, ti rammenti quel motivo
Per cui solo odio dentro un cuore alberga?
Perché vivere, quando non è vivo
Se non ciò che avversione mai non priva
Di dignità, & di libertà nativa?


26. Eri bello, e il sorriso era uno squarcio
Nel volto a te, come squarciare suole
Nembo aggrondato il Sole;
Avevi il cuore tutto secco, o marcio.
E l’anima insensibile al tormento
Che si voleva infliggere nel mondo,
Escogitò sottrarsi al patimento
Cól rifugiarsi in irraggiunto fondo;
Così per vendicare inulti torti,
Nel tornare, si mascherano i morti.


27. Eri bello, e lo sguardo ardimentoso
Del primo pelo e quello acre impudico
Proprio del vizio antico
Già si perdeva in te, non speranzoso
D’altro che di sollievi ai patimenti
Del possessore dei medesimi occhî:
Oh non represse spasimi violenti,
Oh non guaì gemendoti ai ginocchî
E gioventù e canizie? Ed il tuo cuore
Non tacque forse al tuo parlar d’amore?


28. D’odio feroce esulcerato il petto,
Lo stomaco ed i lombi, glubescente
La puerizia fiorente
E la vecchiaja, ai sordidi costretto
commercî tutti, nei torbidi istanti
In cui rovescia al giudice interiore
Gli scranni impulso ardente negli amanti,
E nel lago degl’incubi il rossore
Affogando risveglia il non confesso,
Sempre in non-te mutasti, oh dio, te stesso!


29. D’odio feroce inebriato allora
In impeti, in sussulti la primeva
Rabbia si traduceva
Che il senno annebbia, e il volto discolora;
Infojato vampiro, ai tuoi diletti
Chiamando le agonie delle tue prede,
Tra laccî i membri torturati e stretti,
Di pene eletti capricciosa sede,
Infine tu il padrone, infine forte,
Dispensavi la vita, in uno, & morte.


30. D’odio feroce, mai lenito, in notti
Allucinate intossicato, sfatto,
Tabescente ritratto
Di Ganimede, tossici corrotti
Altrui mescendo in coppa, sterminata
Serie d’estenuatezze concependo
Sempre nuove, una folla strambasciata
D’ostie all’oscuro dio frante adducento,
Ridevi; e a te, tra te, con muto suono
Dicevi: Ma te no; non ti perdóno.


31. D’odio feroce armato, non potendo
Dar sfogo ad esso sopra tutto un mondo,
Nell’abisso profondo
Del tuo inferno ogni grido reprimendo,
Quella parte di mondo a te concessa,
Di piaghe avida carne a te immolata,
Le anime schiave – e la tua carne stessa,
Aperta l’una, l’altra deflorata,
Tutta avocavi in tuo potere; e il vanto
Per sempre in te seccò l’urne del pianto.


32. D’odio feroce cinto inutilmente
Eri, dunque; ché un mondo in leggi & arti
Doveva ammaestrarti,
E le ardue strade schiuderti arduamente
Del merito, e assegnare alle conquiste
Le faticose roveri; ma spinto
Tra oscure case e vie, tutte non viste,
Per quanto atroci, e di latebre cinto,
Luminoso benché, le imprese e te
Rimanevate occulti; e ha il suo perché.


33. D’odio feroce spinto, al vero agone
Per sempre ignoto, invano audacemente
Cotest’empia missione
Perseguivi cól corpo e cólla mente:
Era tutto perduto: e la distanza
Dalle luci tranquille delle case
Industri, e una generica ignoranza,
Altro che questo, oh Andrea, non ti rimase;
Se non pena più forte, e l’accresciuto
Odio di decadente prostituto.


34. D’odio feroce vittima senziente,
Da pervertito impulso travestito,
Dall’orrido infinito
Della tua colpa verso te il veemente
Spirito distraendo, ancor più a fondo
Puntando disperando, estrema sfida
Plausibile per te (scarto del mondo),
Riscatto inverso & émpito suicida,
Chiedesti all’imo d’ogni odioso errore
Oblio alla mente, e fredda morte al cuore.


35. Tacque il mondo insensato; eguale terra
Arida e senza verde lo coperse;
Un ramo non s’aderse
Contro di soli immoti ustoria guerra;
Non diede frutto più l’avaro fianco
Dei colli brulli e delle piane aduste;
Non registrò mai più il porfido stanco
Nelle città deserte storie auguste;
Quanto di bello o grande aveva il mondo
La terra s’ingojò nel morto fondo.


36. Tacque il mondo insensato; avaro cielo,
Immoto al pianto, ingiusto o giusto, dardi
Non scrimitosi e tardi
Lanciava sopra lui, e il tenue velo
Delle atmosfere gli levò, lasciando
Che in cielo nero rifulgente enorme
La Morte l’esurisse, sgretolando
Quanto era vita in esso, e del deforme
Globo d’impurità l’empietà avita
Bruciando via cól bene, & cólla vita.


37. Tacque il mondo insensato; e il germe umano,
Memoria idealistica e fallace,
Svelò il fondo inferace
Di rozzo meccanismo opaco e vano;
Tolti d’usi, di razze, lingue, nomi
I veli mendicati, sopra il dorso
Del mondo stirpe identica d’automi
Seguiva, assorta in sé, l’usato corso;
Non uomo urlava alle latebre fonde
Dei cosmi: Ehi! Non c’è un dio che mi risponde?


38. Tacque il mondo insensato, e al nudo sguardo
T’apparve il nulla donde è materiato
Per natura il peccato;
Ovviamente, apparì troppo in ritardo.
Di squallida menzogna finalmente
Rivelando il suo vero fondo, innanzi,
Onore, Pietà, Amore nudamente
Carogne avesti, e puzzolenti avanzi.
Era vuota la Terra, e il disinganno
Mostrò più atroce il tuo inutile affanno.


39. Tacque il mondo insensato, e se una voce
Si levò, parlò a te, e parlò beffarda;
Dicendoti: Oh lì guarda
Lui che fu verso sé tanto feroce!
Che voleva fuggire, e via non corse,
Tanto che la sua lunga titubanza
Come il più greve fallo gli rimorse!
E adesso, oh Andrea, che tempo non avanza?
E adesso che farai? Guàrdati intorno
Al lume osceno, ormai, del vero giorno.


40. Tacque il mondo insensato, e il grido crebbe
Di mille voci ignote a te, d’accusa:
Anima però illusa,
Il Mondo ti sedusse, e per sé t’ebbe!
Questo è il Mondo, non vedi?, l’insensato
Globo dall’austo dorso senza vita,
Il Mondo inutilmente vagheggiato,
Felicità impossibile e proibita;
Solo odiandolo o amandolo il pensiero
Lo forma; eppure, e sempre, ah! non è vero.


41. Tacque il mondo insensato, ed un sussurro
T’accarezzò pietoso: Era struggente,
Di’, il cielo risplendente
Di mondi e soli d’oro in campo azzurro?
Di’, ti ricordi quanto prometteva
L’alba dei tuoi primi anni, e di rugiade
La primavera i campi, a te!, spargeva,
Soffondeva di luce, a te!, le strade?
Mai tutto ciò tra i cosmi vagì in culla;
Io fui; ma, fuor di me, c’è solo il Nulla.


42. Era il Tempo; era il Tempo, che un istante
Solo, e per te, per tanto immenso errore,
In mezzo al muto orrore
Voce assunse, e parlò. Le ore rimpiante,
Le ore annojate, le ore torturate,
L’effimero tesoro dissipato
Manda simili voci disperate
Quando il presente è vinto dal passato.
Torna al Nulla la Terra; e che conforto
Chiederai ora, Andrea, che il Tempo è morto?


43. Era il tempo, la prima volta in vita,
D’assecondare il moto irresistibile
Del Tempo irreversibile,
Repente sulla Terra annichilita.
Tiranno incomportabile e severo,
Indifferente al fasto tributario,
Ma a cui si piega ogn’irto nonvolere;
Potere a cui piegarsi è necessario,
Perché il suo trono da infinita altezza
Se crolla sempre, mai perciò si spezza.


44. Era il tempo di chiederne ad Astrea,
Regina decaduta, e avvinta al trono
Non proprio, ma di Crono,
Giudice sempre della gente rea;
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520. Il barocco letterario nei paesi slavi.

2 febbraio 2010 di anfiosso
http://kodeks.uni-bamberg.de/aksl/media/S_Polockij_Bukvar_1679.jpg

Una pagina (1679) di Simeone Polockij



Il Barocco letterario nei paesi slavi, Giovanna Brogi Bercoff cur., La Nuova Italia Scientifica, Roma ott. 1996. Pp. 315.

Utile ad un discorso generale sul Barocco, e dunque non solo incentrato sull’Europa occidentale, centrale e meridionale, questo volume raccoglie 9 saggî di studiosi, italiani e stranieri, sulle letterature barocche della Dalmazia e Croazia (Francesco Saverio Perillo), Slovenia (Sergio Bonazza), Boemia e Moravia (Alena Wildová), Slovacchia (Eduard Petrů), Polonia (Luigi Marinelli), Rutenia (vale a dire Bielorussia e Ucraina, Oxana Pachlovska), Russia (Giovanna Brogi Bercoff), Serbia (Věnceslava Bechyňová), Bulgaria (Krassimir Stantchev).

In linea generale il panorama che offre questa carrellata, sui cui limiti si pronuncia chiaramente la curatrice e russista Brogi Bercoff – essenzialmente è una veste d’Arlecchino, il libro non è unitario e ogni studioso ha proceduto come meglio riteneva, pur garantendo un minimo lavoro di squadra –, colpisce il lettore slavisticamente analfabeta come me per l’unità granitica di fondo; nonostante per tutti questi paesi il Seicento, e anche il secolo seguente, sia stato un periodo importante nell’autodeterminazione, anche linguistica, ma soprattutto nazionale delle singole entità nazionali.

Tutte queste nazioni hanno avuto un riconoscibile Barocco, salvo forse la Bulgaria; la più tardiva è stata la Russia, dominata, dalla metà del ‘600 in poi, soprattutto dalla figura di Simeon Polockij, che significativamente è ruteno di nascita, e dal 1664, come via via altri intellettuali ruteni, si ritrova cooptato dalla corona della Moscovia a concorrere alla costruzione di una cultura propriamente russa. Ma, seguendo un prevedibile percorso, simile a un passaggio di consegne che dall’Occidente europeo porta, si dice, persino dentro l’impero Turco, la Rutenia è a sua volta debitrice della Polonia, che ha avuto decisamente la fioritura barocca più spettacolare e originale – oltre che la più ricca di opere, per quanto può trasparire dalle descrizioni offerte nell’ottimo saggio dedicato a questo paese, dall’intensa e ambiziosa progettualità, del tutto in grado di aggiungere, da una parte, un’individuata declinazione territoriale allo spettro, già amplissimo, del manierismo-barocco europeo, e dall’altra di dare contributi interessantissimi, con le sue personalità, all’opulenta retorica della temperie.

D’àmbito, per esempio, boemo, e tutto “locale”, il curioso testo di cui si dà breve conto a p. 106:

“Fra gli scritti di carattere storico locale si distinguono le Paměti kutnohorské [Le memorie di Kutná Hora, 1675] del gesuita Jan Kořínek, […]. Strutturato in capitoli separati, i cui titoli richiamano simbolicamente i nomi dei pozzi di questa città mineraria, è questo uno dei testi più interessanti e originali della narrativa barocca ceca. Gli episodi del passato, le leggende e i fatti raccolti nell’ambiente locale sono resi con uno stile vivace e un lessico assai ricco, che spazia dal livello letterario a quello popolare e specialistico; a beneficio dei lettori, Kořínek aggiunge poi un glossario dei termini dello slang dei minatori”.

In cui tuttavia si riconosce un chiaro programma, che secondo questa poetica ha sempre laboriose implicazioni catalogiche e sistematizzatrici, di poetizzazione del mondo: il discrimine tra presunto ’saggismo’ erudito e poesia è labilissimo, e infatti questo è un testo narrativo.

Lo stesso vale per due opere ancor più spiccatamente barocche come i due relativi capolavori di Polockij, il Rimologio e l’Orto polianteo, enciclopedie o dizionarj simbolico-analogici utili all’introduzione di un nuovo universo di significati nella cultura russa della sua epoca (p. 238), e altre opere di varj paesi, il cui grado di ambiziosità e di faticosità compilatoria in larga misura non sono apparentemente inferiori a quanto di più appariscente e voluminoso andava facendosi in Europa; segno anche di una tempestività della letteratura specialmente italiana, e specialmente meridionale, nel fornire al mondo modelli utili all’ordinamento della cultura, all’ampliamento degli spazj speculatìvi, alla generazione fisica di poesia, al ripensamento delle tradizioni letterarie, sia quella condivisa, umanisticamente intesa, sia quelle locali.

Va da sé che le zone, letterariamente descritte per prime, viciniori all’Italia, come la Dalmazia, la Croazia e la Slovenia (la Serbia, non per caso lasciata in fondo, prima dell’esposizione del “problema bulgaro”, rimane non affatto esclusa da questo movimento, ma ha una sua specificità), sono le prime a subire il forte impatto del manierismo e del barocco italiano, nelle due figure-chiave di Torquato Tasso e Giovan Battista Marino. Ragusa è lo spartiacque tra la cultura italiana, attraverso Venezia che è città votata al culto del Marino e insieme la patria del romanzo e insieme la prima industria culturale del Paese attraverso le sue stamperie; sono legate a questa città le figure innanzitutto di Ivan Gundulić, alias Giovanni Gondola, che, sulla scorta del Marulo (Marulić), primo ‘500, contribuiva all’epica locale, secondo moduli tassiani, e poi quella, fondamentale per tutto il mondo slavo, e portatrice di un messaggio panslavo a cui tutte queste terre saranno sensibili per molto tempo, di Mauro Orbini, pure raguseo, che stampò a Pesaro, 1601, il suo fondamentale Il regno degli Slavi. Tendenze centrifughe e centripete riguarderanno l’intera Sarmazia per parecchio tempo a venire – riguardano anche il nostro tempo, se è per quello – e significativamente il Seicento coincide anche con il momento della massima espansione, avvertibile in tutto l’Est dalla metà del secolo, della Russia, con la sua funzione di agente coesivo generale. Che poi questa funzione panslavista sia al giorno d’oggi abbondantemente rientrata si nota specialmente, e pesantemente, nel saggio dedicato all’Ucraina/Bielorussia, che appare meno equilibrato di altri nel rilevare sia l’indipendenza della Rutenia (della Rus’) dalla Russia, la sua più antica e superiore cultura, e il debito che la Moscovia sorgente contrasse all’origine con personalità bielorusse e ucraine. Anche perché tutta la produzione originaria della Rutenia appare di fatto scarsamente attraente, rimanendo legata alla Chiesa, esattamente come avviene per la Russia in un primo momento, e se è vero che è ad un ruteno – il citato Polockij – che spetta l’aver dato alla Russia un primo stile letterario moderno, esso si è espresso in Russia mentre la Rutenia andava rapidamente perdendo forza e prestigio in campo culturale – segno che in Rutenia difficilmente avrebbe potuto aprirsi, come fece, pure piuttosto lentamente e gradatamente, alla modernità.

http://univ.gda.pl/~literat/morsztyn/morsztyn.jpg

Giovanni Andrea Morsztyn

I casi più speciosi rimangono, appunto, quelli delle regioni orientali più prossimi all’Italia, che stampano in Italia, a Venezia e altrove, sia in italiano sia in lingue slave (e c’è persino un raguseo italianizzato, molto importante per la fioritura veneto-barocca del romanzo, Gio. Fr. Biondi, col suo Coralbo ben noto ai lettori di cose secentesche; personaggio di cui qui non si parla, perché appartiene tutto alla letteratura italiana); e quello della Polonia. La Polonia, quel paese che dalla metà del ‘500 ca. alla metà del ‘700 ca. amava dire di sé che il proprio governo si basava sul non-governo – circostanza che poteva, a seconda, esser presentata come un vantaggio o uno svantaggio – ed era dominata da una piccola e media nobiltà terriera che sostanzialmente curava gli affari proprî senza preoccupazione di quasi nient’altro, a partire dalle Diete, ha, a differenza di tutti gli altri paesi descritti, più fasi del Barocco, esattamente come l’Italia, o la Germania, circostanza che stupisce perché esso, nella sua declinazione più propriamente marinista (sopravvivono 17.000 anonimi versi della traduzione, “Adon”, del capolavoro mariniano), giunse assai presto nel paese, vi si diffuse, continuando la tendenza marcatissimamente tassesca della fine del ‘500, veicolata da traduzioni assai tempestive, ed ebbe una fioritura ricchissima, paragonabile ai maggiori centri barocchi occidentali data la copia di nomi e di titoli prodotti, oltre alla fecondità veramente smisurata di tutti i principali autori; e stupisce ancor più se si considera il fatto che essa maniera barocca, come avviene nella provincia dell’impero marinista, e non solo, alla fine del XVII secolo non s’interrompe affatto, ma prosegue, per quanto sia un tessuto connettivo che progressivamente si sfilaccia e perde omogeneità, per tutto il secolo seguente, toccando persino il primo quarto dell’Ottocento. Chiaramente, il marinismo propriamente inteso perdura fino alla fine del veramente barocco, per entrare in crisi avvertibile entro il primo quarto del XVIII secolo; questo, pur non implicando una fine del Barocco polacco o slavo, come s’è detto, impone alcuni nomi su altri: la prima fase del Barocco è tassista-marinista, ed è dominata dalla figura di Kochanowski, che è autore dell’altro testo di massima diffusione panslava, e che sarà poi introdotto anche da Polocki, di nuovo rimaneggiato, in Russia, e cioè la liberissima traduzione della Liberata, che si diffonde in tutta la Sarmazia col titolo di Goffred a partire dal 1618; consacrati al marinismo sono Lubomirski e i quattro fratelli Morsztyn, che accompagnano una buona parte del secolo con i loro componimenti, e anche le loro imitazioni – marinisticamente anche loro leggevano “col rampino”, o “ronciglio” che dir si voglia -; mentre la seconda parte del secolo è dominata da Kochowski (definito “un Kochanowski senza una sillaba” – per dire che ad essere un nuovo Kochanowski gli mancava solo quella) e da Wacław Potocki, ricordato su qualche lessico anche nostrale soprattutto perché antenato del ben più famoso Jan, l’autore del Manoscritto trovato a Saragozza.

Il Seicento polacco è definito il “secolo dei manoscritti”, dagli studiosi, proprio perché si stampava piuttosto poco: e pochissimo stampò Potocki, il quale è simbolo della decadenza della fase eroica del Barocco; a parte una sua Argenida, 1697, ispirata al capolavoro (relativo, ma ebbe un’influenza incalcolabile su tutte le letterature d’Europa; in Italia la sua latina Argenis fu tradotta dal dott. Francesco Pona, veronese) del Barclajo, Potocki, sociniano e caduto politicamente ai margini della sua epoca, scrisse una quantità incredibile di romanzi in versi e componimenti poetici, interessanti quest’ultimi perché costituiscono, in due enormi sillogi, di 1800 (Giardino di frasche, 1691 ca.) e 2100 (Moralia) componimenti, una specie di diario emblematico-spirituale, con funzione poetica affine, per fare un esempio non so quanto presente ma italiano, ai quaderni di madrigali con cui Giovan Battista Strozzi il Vecchio accompagnò saturninamente l’amarezza inguaribile dei suoi ultimi anni, la sua coscienza del fallimento e il senso di colpa per la propria mancanza di fede. Anche se sospetto che Potocki avesse più spirito revanscista che sensi di colpa, in questo assomigliando, sia pure smussatene le punte più salienti, a una specie di tardo Aubigné, che amava parlare di sé come le bouc au dézert – e ad un cane che abbaja ad una folla d’ubriachi Potocki si paragonò in uno dei suoi amari componimenti, e altrove comparò le sue opere ad uno scacciapensieri o ad una mosca ronzante nei deserti d’Ircania. È riferito al sarmatismo, ma la scelta dell’Argenide, le intitolazioni e l’emblematismo ne fanno un autore sicuramente da ascriversi alla più aggiornata corrente del Barocco europeo.

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Giovanni Amos Comenio in un francobollo celebrativo

La figura tuttavia più nota in occidente, anche a quelli che di letteratura sanno poco o nulla, non è né dalmata o serbo-croata, né polacca; è boema, ed è quella di Jan Amos Komensky, vale a dire il magister Europae Comenio, al quale dobbiamo l’impostazione pedagogica per stratificazioni successive, per cui in ogni ordine di scuole ricominciamo a studiare con crescente profondità sempre le stesse cose. E di cui ovviamente in Occidente, in Italia non parliamone, sono note essenzialmente le opere pedagogiche; ma Comenio fu un caso-limite, e uno scrittore versatilissimo. Uomo da affrontare lunghissime e ciclopiche imprese culturali, a causa dei rivolgimenti dell’età sua passò fuori dalla madrepatria quasi tutta l’esistenza, e subì per due volte nella vita la distruzione totale dei proprî archivj, con una perdita incalcolabile, oltreché d’anni di sua vita, per la cultura del continente (e dovette anche rinunciare, in un’epoca di vocabolarj quasi sempre limitati e difettosi, al sogno di un grande vocabolario boemo); ma lasciò anche un Testamento, che è una delle cose più alte del secolo (ne esiste un frammento in italiano, anche), e un Labirinto, romanzo allegorico-morale di cui qui si parla gran bene. Disse di essere stato costretto a scrivere latino più di quanto volesse, ma sicuramente il contatto con varie nazioni del nordEuropa soprattutto e l’uso della lingua comune dell’epoca, di contro alla scarsa diffusione del boemo, gli permisero di riferirsi ad uno sfondo culturale che all’epoca rappresentava, ed era – se si eccettua l’estremo oriente, che era tutt’altro mondo – l’universo della cultura all’epoca.

Insomma, il Barocco, specialmente nella sua declinazione marinista, cade come una bomba nel confuso e fervido mondo sarmatico, in cui la cultura si identifica con la Bibbia e i suoi diffusori s’identificano con il clero; impregnata di cultura religiosa rimane la Sarmazia, specialmente a mano a mano che ci si sposta ad Est, molto a lungo (in tutto il XVII secolo nella Moscovia furono stampati solamente 500 libri, e tutti questi, salvo 14 testi di mero servizio – codici di leggi, un volume di tabelline aritmetiche, &c. – erano d’argomento religioso). È nel corso del secolo, tuttavia, che molti scrittori, spessissimo di estrazione clericale, ovviamente, scoprono, imparano a dominare e impiegano via via sempre più intensamente tutto lo strumentario barocco, l’antonomasia, l’iperbato, soprattutto l’antitesi, e si cimentano nella poesis artificiosa, più o meno figurata, con bisticcj, allitterazioni, acrostici (l’ultima fase dell’attività dello stesso Polockij è riguardata dalla scoperta del carme figurato, di cui egli stesso, coi suoi seguaci, dà molti pregevoli esempj). Il Barocco convive, chiaramente, con l’epopea cosacca in Rutenia, come con tutto quello che di ascrivibile al sarmatismo esiste nel mondo slavo, di rado o mai associandovisi, com’è ovvio, in sintesi deliberate. Ma ripulisce le corti, ingentilisce le maniere, trasforma le sensibilità, allena il pensiero – in Moscovia, per un curioso accidente, il Seicento è il secolo in cui arrivano sia il sillogismo, peranco ignoto a quelle genti, e sia l’antitesi, che del sillogismo dovrebbe essere il sostituto moderno; e prepara, anche attraverso la produzione poetica meno digeribile di sempre, cioè quella encomiastico-panegiristica, la creazione di una coscienza nazionale grazie alla mitizzazione degli autocratori, come la zarina Sofia, paragonata ad Elisabetta la Grande e a Semiramide. E c’è da aggiungere che i 600 libri che costituivano, secondo un catalogo stabilito dagli studiosi russi, la biblioteca tipica dell’intellettuale russo del XVII secolo comprendeva, oltre a molti testi religiosi, tutto i capitale umanistico, specialmente latino, della tradizione, il fiore della produzione barocca occidentale, ma nessuna delle opere filosofico-scientifiche che si andavano producendo da Cartesio e Galileo in poi, benché queste avessero un’importanza fondamentale anche nella formazione dei letterati occidentali.

Esattamente come in Occidente, il Barocco è individuato tradizionalmente come stile tipicamente cattolico, in specie gesuitico: ma anche in Oriente la situazione religiosa è talmente confusa, e talmente frequenti sono le conversioni per ragioni di convenienza, da rendere difficilmente sostenibile l’equivalenza; specialmente nel teatro, in genere, mi sembra, il genere più tardo ad attecchire, sono frequenti le imitazioni tanto del teatro gesuitico quanto dal teatro della seconda scuola slesiana, con Gryphius ovviamente in testa: e le due scuole slesiane annoverano praticamente solo esponenti protestanti. Allo stesso modo, come s’è visto, una delle figure più in vista del Barocco polacco, Potocki, era sociniano, e così via. Il Barocco si manifesta in tal modo, molto semplicemente, come la prima globalizzazione letteraria; sennonché una seconda non c’è stata, nel senso che non c’è mai stata una simile unità, non solo europea, nella poesia, nella letteratura; e lo stabilimento delle scuole nazionali, e la perdita definitiva del latino come lingua condivisa insieme della scienza e della cultura, ma anche del teatro, gesuitico, è cosa di cui a tutt’oggi si sentono fortemente le conseguenze. Quanto al teatro latino, che i gesuiti intendevano in chiave educativa in due sensi, cioè prima di tutto per quanto riguarda i piccoli attori, e poi per quanto riguarda il pubblico, c’è un paradosso interessantissimo, che è alla base di certa retorica attoriale gestuale; illuminante – perché, è del tutto scontato, non riguarda certo solo quello che succedeva in Boemia e Moravia – quanto Alena Wildová dice a proposito del teatro gesuitico in latino, mostrando come non necessariamente il pubblico capisse il latino declamato durante le recite:

Come altrove in Europa, la Boemia e la Moravia ebbero il loro teatro scolastico in latino: nei collegi dei Gesuiti le rappresentazioni costituivano un obbligo, stabilito per tutto l’ordine della Ratio studiorum (1591 e 1599). […] Come altrove, esso aveva poi precise finalità pratiche: insegnare agli allievi come comportarsi nell’alta società, mettere sotto gli occhi dei ricchi protettori l’eccellenza raggiunta nel corso dell’anno dai figli. Gli allievi aristocratici dovevano infatti saper parlare bene e senza timidezza, possedere un discreto latino, muoversi con signorilità e grazia (non mancavano lezioni di ballo e di scherma), essere dotati di buona memoria, dovevano insomma saper recitare un giorno con successo sul palcoscenico della vita. La stesura dei testi faceva parte dei doveri dei professori di retorica dei collegi; ricordiamo Karel Kolčava, cui si devono numerose opere rappresentate anche fuori dei confini della Boemia. Gli argomenti del teatro scolastico riguardavano le vite dei santi e dei martiri, episodi biblici e dell’antichità; spesso si ricorreva ad allegorie e personificazioni, portando sulla scena le virtù e i vizi, figure storiche e mitologiche, la Patria, la Giustizia. Mentre le declamazioni a cadenza settimanale e mensile erano a carattere interno e facevano parte del processo di apprendimento (come già avveniva nel periodo umanistico), i fastosi spettacoli di fine anno attiravano un vasto pubblico, composto sia da nobili che da borghesi e, soprattutto nelle città minori, dagli appartenenti alla borghesia minuta. A beneficio di chi non conosceva il latino venivano stampate delle sinossi informative in ceco, ma la comprensione dell’azione era mediata soprattutto dal tipo di gestualità, esageratamente espressiva, e coadiuvata dalla musica. Data la fitta rete di collegi retti da Gesuiti e da altri ordini religiosi che organizzavano recite pubbliche, la conoscenza dei temi e dei procedimenti usati nel teatro scolastico era diffusa e ha lasciato il suo segno anche nel teatro popolare” (pp. 112-113; corsivo mio).

Chiaramente, questo riguarda la tradizione teatrale di qualunque paese riorganizzato educativamente dai Gesuiti, compresa l’Italia. Questa gestualità esagerata, questa specie di diglossia, che si affida all’espressione linguistica non necessariamente perveniente e insieme alla segnaletica presuntamente sovralinguistica – e pertanto codificabile anche in modo rigido, è poi alla base anche di quello che chiamiamo “antica italiana”, dove la tradizione artistica, emancipata dalle sue origini religioso-educative, ha persino codificato – non a caso ho parlato di segnaletica – la semiotica del gesto, fino a trasformarlo in qualcosa d’intermedio tra il linguaggio del corpo, una coreografia e un vero e proprio linguaggio autonomo. Non solo il latino compreso e parlato e scritto ha reso possibile la comunicazione reciproca tra i virtuosi di un continente, ma anche nella sua incomprensibilità ha favorito una ricerca retorico-espressiva eccezionale e fecondissima di conseguenze, rilevabili praticamente da sùbito in studj accessori di grande importanza, come per esempio il linguaggio dei sordomuti elaborato assai per tempo da Giovanni Battista della Porta, ma anche l’Arte de’ cenni di Baldassare Bonifaccio, e che grazie all’osculazione continua tra teatro e teatro del mondo porterà ad opere curiose come La mimica degli antichi investigata nel gestire napolitano, un’opera compulsatissima, e Il teatro all’antica italiana di Tofano & Tinterri: e non si tratta affatto di interesse generale per il linguaggio del corpo, ma di attenzione, doverosa, a quel tipo di gestualità, codificato o codificabile, rigoroso e ritualizzato; nella sua comprensibilità sovralinguistica, da ultimo, ha avuto due conseguenze rilevanti nella figura del mimo, che prima del Novecento non ha molta fortuna, e anche nel cinema muto, ajutato o no da didascalie, ma retto soprattutto su quella gestualità esagerata, ma soprattutto perfettamente calibrata su una manualistica specifica, e licenziata da un’accademia – il prototipo della diva cinematografica è non per nulla Sarah Bernhardt, la più grande proprio perché la più “tecnica” e artificiosa delle grandi attrici teatrali ottocentesche.

Per quanto riguarda la letteratura polacca, l’estensore ha ritenuto opportuno dar conto anche di figure estreme, come per esempio quella dell’ecclesiastico Baka, i cui componimenti sulla vanità del mondo, ridotti a mero suono, risultarono molto interessanti per i poeti del Novecento; e Baka vive fin dentro l’Ottocento. Esplicita è poi l’ascrizione degli scrittori fondamentali del ‘900 polacco, Gombrowicz in testa, a un lungo filone barocco. Qualcosa di simile, ma dovuto soprattutto al relativo ritardo storico, è avvenuto in Russia, ma la Bercoff non ha pensato di riferire alcunché – se non che è, appunto, ascrivibile al Barocco – di Deržavin, il generale cantore dell’imperatrice Caterina e lirico pensoso, dei cui componimenti Puškin disse che erano più piombo che oro; indicato come espressione estremistica del Barocco russo, visse alla fine del Settecento, ma dovrebbe corrispondere a quello che Góngora fu per la Spagna, La Ceppède per la Francia, e Giacomo Lubrano per l’Italia. Nemmeno il Fiore del verso russo ne ospita esempj, e devo dire di esserne molto incuriosito (ma per la letteratura russa è facile immaginare che il discorso, nel ‘700-’800, si faccia incomparabilmente più articolato, ricco e complesso che per la Polonia, rendendo improponibile alcuna filiazione così esplicitamente – e soprattutto così esclusivamente – diretta da una stagione che fu più che altro di assorbimento di modelli foranei).

Il volume, nel complesso, riporta pochi esempj antologici, che quasi tutti gli studiosi si sono divertiti a rendere ritmicamente, invitando implicitamente ad un parallelo col mood più nostrano; benché le traduzioni siano di conseguenza molto traditrici, sono sufficienti per denunciare l’alto livello virtuosistico raggiunto da taluni (si segnala per l’alto sentire il metafisico polacco, della scuola cosiddetta “di Czarnolas”, Sęp Szarzyńsky).

519. Il problema heroico.

1 febbraio 2010 di anfiosso

 Berlusconeide. Poema cavalleresco

Prima di riprendere, appena possibile, il discorso su Salinger, do breve conto di un dilemma (appunto heroico) che mi s’è affacciato alla mente jeri, mentre, girellando per gli espositori della Mondadori, cercavo qualche titolo che mi suscitasse, non dico simpatia, ma almeno curiosità. Mi succede quasi sempre, che qualche titolo attiri la mia attenzione, ma anche di domenica non è sempre domenica; e questa domenica nello specifico non mi ha portato nessuno spunto interessante. Ho solo visto un volume, che dato il titolo poteva essere preso tranquillamente per una delle molte pubblicazioni, più o meno informative, più o meno satiriche, dedicate all’attuale presidente del Consiglio. Non che m’interessi lèggere altro di Berlusconi: trovo che se ne scriva troppo, e, dati i risultati, non abbastanza incisivamente, o quantomeno convincentemente. Non credo che scriverci sù sia la cosa giusta da fare, almeno non più.

Questo ha attirato la mia attenzione – si fa per dire – perché non si trovava nell’espositore dei saggj, ma in quello della narrativa, ciò che poteva indurre a prendere il titolo (la desinenza epica è ritrita, e da mo: e c’è anche un sito con l’identico nome) praticamente alla lettera – anche se speravo che così non fosse; e cioè che la sottotitolazione di poema cavalieresco non fosse semplice metafora ma ascrizione al corrispondente genere; ciò che, associato alla voluminosità del testo (che si è rivelato essere di 535 pp., a una rapida occhiata), era da solo causa sufficiente alla perplessità.

Si tratta effettivamente di un poema, epico o para-tale, scritto da un torinese sulla settantina, di cui leggo sul risvolto che è spesso ospite sul blog di Marco Travaglio; che dal Laganà curatore (cioè autore delle note, pure in versi, e dell’ìndice analitico) è stato incoraggiato a raccogliere gli svariati suoi componimenti dedicati al personaggio e ad inquadrarli in una narrazione unitaria.

All’inquadramento storico-retorico ha pensato invece il prefatore Filippo Ceccarelli. Il quale ha indicato con compiacimento la scelta illustre dell’endecasillabo piuttosto che dell’ottonario – anche se il signor Cornaglia o non ama o non domina l’ottava, e preferisce la quartina ABAB – e ha fatto una serie di nomi afferenti al poema heroicomico del ‘600, esemplificato attraverso la figura dell’inutilissimo Lalli (la Moscheide) e del Tassoni, ovviamente, de La secchia rapita; non mancando nemmeno di far riferimento alla vena comica del Marino (con riferimento implicito, si suppone, alla Murtoleide). Sono riferimenti che non capisco molto bene: i poemi del Lalli non sono satirici, ma comici – la satira è tutt’altra cosa -, il Tassoni se fa satira fa satira di costume, e per giunta in chiave storica, e comunque lo spazio grande del poema esclude, con tutte le sue inevitabili spinte centrifughe e le necessarie diversioni, la satira ad personam, che spinta oltre un certo numero di versi diventa o piatta compilazione o inconsapevole confessione d’amore. Da ultimo, il Marino se la prese con un pari grado: nel caso della satira archilochea, a cui il Marino si rifà, ma con grandi garbo e grazia, si ha un equivalente del duello all’arma bianca, mentre con la satira politica si ha una specie di rivolta, o almeno di vivace manifestazione contro.

Il signor Cornaglia cita, per conto suo, Giovenale come padre in spirito, unico nome tra quelli della tradizione che compaja tra i primi versi. Giovenale implica, automaticamente, tre cose: 1. satira contro i morti, non perché i vivi comportino un rischio (fu esiliato lo stesso), ma perché la sua è una satira che seppellisce, i suoi componimenti sono patchwork di epitafj, è la fama postuma che preme a Giovenale, non le malefatte che si vanno compiendo sotto i suoi occhj; 2. satira dal basso, voce dell’impotenza risentita, del rancore implacabile, dell’odio freddo e incrollabile; 3. impegno stilistico e retorico vorticoso, ricchezza massima possibile d’immagini, incisione, durezza e anche oscenità, se occorre, nelle espressioni, massimo del significato nel minimo giro di frase: acredine, rabbia che sfocia in riso velenoso, mancanza totale di rispetto per posizione sociale, titolo, carica.

Tutte caratteristiche che il signor Cornaglia NON possiede, e al massimo grado. Ma, appunto, a me, che non sono accademico, non interessa affatto star qui a disquisire circa gli statuti della satira, che per definizione – se può avere una definizione – non ha nessuno statuto, ma semmai una funzione, un fine che giustifica, dettando, i mezzi; né dar lezioni indirette di satira, posto che mai possano esserne date, e nemmeno valutare l’opera dal punto di vista della funzione che posso prevedere abbia nei prossimi giorni, mesi, o anni. Nemmeno la funzione, in questo caso, m’interessa – anche se, sia ben chiaro, mi pare del tutto scontato che questa patafiacca di alcune migliaja di versi – non particolarmente notevoli, piacevoli o arguti – non produrrà nessun effetto. A questo proposito, basti considerare l’accenno del prefato prefatore Ceccarelli circa il fatto che il poema a Berlusconi sicuramente non piacerà affatto, benché, dice, da esso non esca affatto distrutto.

E come ne esce, allora? Si suppone, dato che questo poema non è un peana, che ne esca garbatamente preso per i fondelli. Non bastava una quartina, a questo scopo (che magari perveniva prima, e meglio)? Tomasi di Lampedusa, a proposito del Lutrin di Boelò, che conta un qualche mille versi, disse a giusta ragione che in più di sei versi il satirista prende in giro solo sé stesso. Aveva ragione. Un poema di qualcosa-mila versi, anche un poema infinitamente più cattivo, aggressivo, crudele della slombata cosa del sig. Cornaglia, dedicato a un personaggio ignobile e meschino, fa pensare solamente a uno stercorario particolarmente stakanovista che si sia impuntato a raccogliere i sesquipedali stronzi di quell’elefante e solo di quello: un facchino di Pindo, un Sisifo autocondannatosi, e ad una pena nemmeno ridicola – far ridere la gente è funzione di cui andare fierissimi -, ma totalmente vuota di senso.

Confesso di essere arrivato al 1948 – il signor Cornaglia segue la vita del presidente del Consiglio dall’anno di nascita, 1936, all’ipotetico 2013 in cui diverrà, stante la profezia, presidente della Repubblica. A parte il fatto che la nomina a presidente della Repubblica, stante l’attuale legislazione, non sarebbe affatto un gradino superiore rispetto alla carica che Berlusconi già ricopre, e dunque il Cornaglia, invece di fiondarsi nel futuro,  avrebbe fatto molto meglio a fermarsi anche ben prima dei nostri giorni, è proprio la lunghezza a perplettermi, e a farmi chiedere se sia possibile, specialmente in assenza di quel wit sbarazzino necessario al satirista, imporsi tours de force di lettura simili – esclusi la coscienziosità del recensore, o il puntiglio del lettore arrabbiato – in assenza totale di poesia. Non è illecito, credo, aspettarsene, dato che si tratta di versi; già impegnativa è la lettura di qualunque narrazione in versi quasi interamente risolta in poesia, ma una narrazione in versi scritta solo per la soddisfazione di inanellare endecasillabi è insostenibile. E, comunque, nessuno ci ripaga del tempo perduto.

Non capisco l’andamento delle cose editoriali, ultimamente. Effetto inevitabile, e benefico, di una troppo facile invenzion tedesca diventata ancòra più facile, al punto che ognuno, oggi, può praticamente far da editore a sé stesso, doveva essere la scomparsa dei libri totalmente inutili, del vuoto in forma di foglj imbrattati. E invece non è così.

Questo per dire che non vorrei, sono sincero, che qualcuno si ponesse il problema dell’effetto indesiderato di certe scritture, della loro impreveduta pericolosità: quella, per essere espliciti, d’aver intessuto un inno laddove si voleva scagliare una maledizione, o di aver incensato chi si voleva riprendere. Casi del genere secondo me non si dànno. Anche se il signor Cornaglia è innamorato – e un po’ dev’essere, per forza - del presidente del Consiglio, non necessariamente leggendo il suo poema cadremo a nostra volta folgorati; quanto a Berlusconi, nemmeno lo leggerà, ovviamente, e farà benissimo – gli innamorati verbosi, si scopre alla fine, sono innamorati solo delle proprie parole. E così il cerchio si chiude: un cerchio di parole inutili.

518. Holden.

30 gennaio 2010 di anfiosso

Ho riletto, jersera, il Giovane Holden, per ri-farmene un’idea. Da una rapida ricognizione in rete, ma anche tra i commenti che sono stati lasciati quissopra, stando a parecchj consterebbe un pajo di cose:

1. Salinger difficilmente avrebbe avuto lo stesso successo se non avesse fatto vita così ritirata, rendendolo uno dei personaggj meno intervistabili della storia del secolo scorso, e di questo pezzo di secolo attuale;

2. Il giovane Holden, o The Catcher in the Rye che dirsi voglia, non è affatto il suo capolavoro, essendo più risolti in sé stessi i racconti.

Io stesso ho forse contribuito alla confusione, definendo lo Holden come il lavoro suo più perfetto – non ho spiegato che tale mi sembra proprio perché il più irrisolto, ossia il più aderente a quella irrisolta realtà a cui fa riferimento. Le figure più spiccate delle opere di minor respiro sono sicuramente più “perfette” di quella di Holden; ma quella di Holden è meno spiccata perché la volontà dell’autore nel suo caso era quella di ritrarre una personalità adolescente, di qua dalla formazione definitiva.

E’ perfetto, quel romanzo, e lo ribadisco fresco di lettura, proprio – insomma – perché è irrisolto.

Holden Caulfield è uno strano (perché tutti gli adolescenti sono strani) misto di goffaggine e sfacciataggine, sempre nel quadro di una personalità ovviamente umbratile, tendente all’introversione. Boccia, alla scuola Pencey, in quasi tutte le materie, salvo inglese; ha un colloquio con il professore di storia, Spencer, un uomo molto anziano a cui durante le lezioni cade continuamente il gesso, che dev’essere raccolto per lui da qualche studente che si dipanca appositamente, e glielo porge. Holden rimane soprattutto colpito, fastidiosamente, dal petto nudo e incavato del professore in vestaglia, e prova pena per lui quando cerca di buttare prima una rivista e poi il tema di storia di Holden, appena riletto, sopra il letto troppo duro su cui Holden è stato fatto accomodare. Si assiste ad una lettura integrale del tema di storia di Holden; si parla di Egizj, su cui Holden è marchianamente impreparato. Di più, il tema è concluso da una simpatica letterina nella quale Holden rassicura il professore, dicendogli di non farsi troppi sensi di colpa se lo boccerà, contribuendo a farlo espellere dalla scuola. Il professore si sente ugualmente in colpa: Holden è riconosciuto come un ragazzo intelligente e beneducato, ma troppo orso e confuso. Verso il finale, poco prima di rivedere in segreto la sorellina Phoebe, Holden stesso coopta due bambinetti riluttanti, e li porta a fare una specie di visita guidata, ovviamente molto sui generis data la sua preparazione in materia, ad un museo, dove sono custodite mummie egizie: dà loro qualche ragguaglio, abbastanza sguarnito e scorretto, circa il metodo di conservazione dei cadaveri, dopodiché i due sgattajolano via, lasciandolo solo.

Quando lascia Pencey, Holden prende il treno, di notte, che lo porterà dalla Pennsylvania allo stato di New York, dove poi si muoverà in tassì. Solitamente ama viaggiare di notte, dice che gli riesce possibile lèggere anche certi raccontini pulp da rivista (ne compra normalmente quattro, di riviste, più un panino dall’uomo che passa per i vagoni con la carrettella), ma quella notte, al pensiero di quello che succederà a casa, non riesce a rilassarsi o a lèggere, né altro. Anche a questo punto si nota una coincidenza tipicamente romanzesca – nel romanzo di formazione la coincidenza ha una funzione fondamentale di contrappeso, serve a stabilire un legame e un paragone con una situazione precedente, facendo risaltare il fatto evolutivo; ma qui non succede niente del genere -, e cioè l’ingresso di una bella signora sulla quarantina, che lascia il bagaglio in mezzo al corridojo (come fanno tutte le donne di un certo tipo, nota Holden) e si siede vicino a lui nonostante lo scompartimento sia vuoto; la signora riconosce lo stemma di Pencey sui bagaglj di Holden sistemati nella rete, e gli chiede se venga da lì. Holden risponde affermativamente, e la signora si rivela essere la madre di uno dei compagni più odiosi di Holden, uno che ama percuotere i compagni con l’asciugamano bagnato, che fa anche parecchio male. Dice di conoscere il compagno – dà intanto il nome del bidello, “Rudolph Schmidt”, e non il proprio – e ne tesse le lodi più sperticate. Quando la signora, felicissima di avere un figlio così dotato e benvoluto, scende, gli dice che venga a trovarli al mare, l’estate prossima. Cosa che Holden non si sognerà nemmeno di fare.

Sempre all’inizio, un suo brillante compagno di stanza, per cui tuttavia prova lo stesso fastidio fisico che prova per altri compagni – specialmente perché gli sembra sporco, nonostante l’apparente cura dell’aspetto – dice di uscire con Sally, una ragazza che nel romanzo non compare mai ma a cui Holden pensa continuamente. Al ritorno del compagno, Holden, ingelosito, lo provoca, finché è malmenato. Ha il cuore più tumefatto della faccia, ma guardandosi allo specchio le ecchimosi e il labbro spaccato prova un po’ di compiacimento per l’aria vissuta che gli dànno quei segni. A New York, riparato in una stamberga che non conosce – è una camera a ore; la scelta è stata obbligata perché sbadatamente ha dato al tassista l’indirizzo di casa, e non quello di un albergo noto, sicché ha dovuto piegare per quello che trovava in una zona facilmente raggiungibile dalla zona in cui abitano i suoi -, un po’ eccitato da quello che vede attraverso le finestre di altre due camere (un uomo che si mette biancheria intima da donna; una coppia che si sputa acqua o alcool addosso), acconsente alla proposta dell’omino del lift che gli propone una prostituta. Patteggiano 5 dollari per un quarto d’ora. Ma quando Sunny arriva, Holden vuole solo parlare. Trascorrono un quarto d’ora, alla fine del quale la prostituta pretende 10 dollari anziché 5; Holden si rifiuta di sganciare di più, anche quando la prostituta torna con l’omino del lift che vuole riscuotere a tutt’i costi. Finché la prostituta non si serve personalmente – di 5 dollari, non di più, perché non sono ladri, dice – dalla tasca della giacca di Holden, e l’omino lo picchia. Ma stavolta Holden, nonostante il carattere un po’ più avventuroso della faccenda, non si compiace affatto dei lividi; si piega in due e piange.

Holden doveva arrivare a casa un mercoledì per le vacanze di natale; torna il sabato prima, e fino alla data prevista ha a disposizione qualche giorno e qualche notte per assistere allo spettacolo della vita, rimuginare, e temporeggiare. Soprattutto per pensare a cose tipicamente adolescenziali: dove vanno a finire le anatre di Central Park quando lo stagno ghiaccia – completamente ubriaco, va anche nottetempo a verificare, e le anatre effettivamente non ci sono, e lui rischia di finire nello stagno mezzo ghiacciato e mezzo no – è l’esempio arcinoto del suo (?) peculiare delirio adolescenziale. Ma c’è anche il dialogo con le due suore, che gli fanno simpatia benché sia agnostico – la sua famiglia, a differenza di quella di Salinger che era ebreo, come denota il cognome Caulfield, è di origine irlandese, per cui spesso ha che fare con interlocutori che dànno per scontato che sia cattolico. Di fatto è ateo. Una delle due suore insegna inglese; parlando di letteratura, Holden si sente in dovere di dire che ci sono parti di Romeo e Giulietta che non gli piacciono; questo per venire incontro alla suora, che, essendo una suora, dev’essere necessariamente allergica agli scambj amorevoli tra i due amanti. La suora, per cui invece Romeo è il dramma shakespeariano preferito, non capisce molto bene perché Holden non ne senta la poesia. Incontra un ex-compagno di classe, per il quale non nutre poi questa gran passione, noto al tempo per la sua vasta esperienza in casistica sessuale. Ed è proprio questo l’argomento su cui lo provoca, irritandolo e affrettando senza volere il momento del congedo. Tra dialoghi in cui domina l’incomprensione reciproca, riflessioni al limite dell’ossessivo (il pianista nero Ernie che lo intimidisce, perché s’inchina con compiacimento forzato agli applausi del pubblico e ha l’aria di voler parlare solo con “pezzi grossi”; tutta la riflessione sul cinema, con una pagina e mezzo di descrizione di un film del quale le cose che più lo infastidiscono sono proprio la sdolcinatezza, il lieto fine, e le coincidenze artefatte, per cui tutto deve tornare), indecisioni, trascorre quest’esperienza di Holden, che in fase liminare già s’era rifiutato di partire dall’inizio secondo gli schemi dell’autobiografia in buona & dovuta forma (dall’”infanzia schifa” dell’infelicissima traduzione di Adriana Motti).

L’impressione di compattezza che se ne detrae non si deve affatto al nudo ‘contenuto’, ossia da una rispondenza a distanza di fatti: laddove si determinano coincidenze, esse non portano da nessuna parte, come spessissimo nella vita; laddove c’è un incontro, esso non prepara nessun evento immediatamente seguente, per quanto possa risultare memorabile (per Holden come per il lettore). Il giovane Holden non sembra, nonché un romanzo di formazione, nemmeno un romanzo in senso tradizionale; le contraddizioni sono segnali prevalenti sulle continuità, sulle conferme; i conti non tornano mai. Uscito nel 1951, destò qualche reazione indispettita per via della schiettezza di certe espressioni vernacole, tra cui anche numerosi “fuck”, che ovviamente si traducono con “cazzo”, in italiano – ma rimangono “c…” nella versione della Motti, 1961 -; e anche qui c’è una contraddizione testuale / extratestuale, perché la gran parte dei “fuck” Holden li vede scritti sui muri, un po’ dovunque, verso la fine del libro, ed è il primo ad esserne infastidito. Quasi che il personaggio si mettesse d’accordo coi censori prima ancòra che questi si mettano all’opera per tentare di oscurarlo. L’unico momento in cui Holden riceve segnali compiutamente rassicuranti è in casa del professor Antolini, un uomo generoso e coraggioso, che ha avuto come insegnante, e che ricorda in una specie di gloria d’eroismo, perché aveva preso sulle proprie braccia il corpo di un povero ragazzo, violentato da un gruppo di compagni per vendetta, e buttatosi dalla finestra. Antolini gli fa un lungo discorsetto, che sembra ancor più serio proprio inquantoché l’oratore è quasi completamente sbronzo, nel quale gli dice in sintesi, e glielo scrive anche su un foglietto, che il vero eroe non è chi sa morire per un ideale, ma chi sa vivere umilmente per esso. Finito il fervorino, che fa capire a Holden qual è il suo destino – quello dello studioso, perché ha curiosità – e che intelligenza e sensibilità devono unirsi a cultura e disciplina, lo mette a dormire su un divano. Poco più tardi Holden si sveglia di colpo: Antolini inginocchiato vicino al divano, “ammirato” della sua bellezza (poiché Holden, un metro e ottantanove, con i suoi milioni di capelli grigj, è molto bello, come dice anche un’ex di suo fratello B.D., scrittore, che adesso lavora a Hollywood), gli sta accarezzando la testa. Tutto si rompe, nuovamente, e Holden scappa, perdendo l’unico rifugio apparentemente certo.

Il fulcro del romanzo non è lo spostamento del nostro eroe dalla condizione essenzial-esistenziale A alla condizione B, come avviene nel romanzo di formazione, come, in maniera estremamente intelligente ma del tutto tradizionale, aveva fatto Twain con due opere spesso indicate come antesignane di Holden, Tom Sawyer e Huckleberry Finn: né gl’interessa mostrare in Holden un ragazzo particolarmente sventurato, come avviene in Dickens, dal destino segnato e dall’ascesa faticosa ed eroica. Né ha alcunché in comune con il patinato, sia romanzesco sia cinematografico ma comunque in specie influenzato dal visivo, alla West Side Story o, chessò, I ragazzi della 56a strada (che è tratto dal romanzo di una donna, peraltro, e si sente): Holden non ha nulla dell’eroe, o dell’antieroe. E’ semplicemente un adolescente, colto nel momento esatto in cui nessuno, come càpita in qualunque vita adolescente, sa che piega prenderanno le cose; nel momento, in più, della massima dispersione, quando cioè il diretto interessato non ha e non vuole avere le idee chiare. Coglie, Salinger, in maniera secondo me assolutamente unica – per questo il romanzo, che comunque no ha determinazioni storiche esteriori troppo individuate; c’è chi l’ha trovato anche “invecchiato”, ma si può dire tutto e il contrario di tutto, a proposito di un romanzo del genere -, nel senso che nessun altro c’è riuscito, il momento della massima sospensione, della massima esitazione, della massima dispersione. Nessun altro romanziere dell’adolescenza, nessuno di cui io sappia alcunché, è riuscito a resistere alla tentazione di fare del protagonista un adulto in miniatura, o peggio. Il merito di Salinger è stato proprio quello di cogliere, dell’adolescenza, esattamente la cifra dell’indecisione, il limbo, la sospensione, la dispersione, l’umbratilità, anche nell’inseguire i riposti, tortuosissimi pensieri di Holden – il pensiero adolescente è un pensiero che urge una sensibilità, anche fisica, esacerbata, dunque è sempre delirante -, e nell’immergerlo in una sequenza di avvenimenti a cui nulla consegue, proprio per l’incapacità del protagonista, che si affaccia per la prima volta alla vita intesa come solitudine esistenziale, a determinare eventi.

Un’ultima cosa: Andrea Cipolla faceva notare che Holden gli pareva smorfioso. Devo dire di trovarmi perfettamente d’accordo: ma temo che sia un problema dovuto alla traduzione: ho già ricordato l’”infanzia schifa”, si possono aggiungere anche l’insopportabile “e compagnia bella” (unitamente a movenze similari, tutte impiegate per il molto più opaco, e accettabile, americanissimo “, … and all” (“, … e tutto”). E’ stato un problema rilevante per i traduttori italiani, fino, credo almeno al 1970 riuscire a tradurre testi di registro colloquiale-triviale con una lingua che non sapesse di campagna o non ricorresse alle dubbie risorse del dialetto – che è, nuovamente, un riprecipitare nel rurale. Se è per quello, non è solo un problema di versioni dall’americano o dall’inglese, anche Sanguineti traducendo il Satyricon (ma quella Roma era l’America di allora) ricorse ad una lingua che sapeva molto di stalla. Altro romanzo, molto più di nicchia ma anch’esso resistente al tempo, come il mio dilettissimo Auntie Mame, di Patrick Dennis, del 1955, è stato ritradotto, in particolare da Codignola, per Adelphi, ed è un po’ l’anti-Holden, da questo punto di vista: nonostante la proposta baricchiana, nessuno mai ha pensato di ritradurre il capolavoro di Salinger, mentre La zia Mame, che nel 1960 aveva avuto una stupenda versione per cura di Henry Furst, è stato adesso ritradotto (con una Bubbole che parla, effettivamente, una specie di italianazzo vagamente dialettizzante). Furst (coadiuvato dalla Orsola Nemi) però aveva che fare con un testo in cui lo slang si mescolava a molte altre terminologie più o meno rigorose, e tutte impastate all’insegna di un gremito flamboyant – che nessuno lo definisca camp, è come definire camp Paolo Poli o la Callas (a questo punto è camp anche la Gioconda) -, coltissimo e brillante, che il traduttore ebbe ottimo gioco a tradurre con un italiano opulento, illustre, rilevato e mescidato, tutto sul pedale del forte. Benché non si addica quasi per niente allo Holden, sarebbe sempre stato molto meglio di quello che la Motti ha messo, peraltro abbastanza svogliatamente, insieme. Insomma, leggiamocelo in originale, o aspettiamo pazienti la nuova, necessaria versione (laddove Adelphi benissimo avrebbe fatto a ristampare il capolavoro di Dennis nella vecchia versione, compresa di note a piè di pagina – una settantina!, e contribuiscono al fascino del libro, perché v’impiantano felicemente un’ajuola barocca, che si addice benissimo a una Mame italiana -, e a non affidare ad altri alcuna nuova versione). Solo a quel punto si potrà decidere se e quanto sia smorfioso, o lezioso, il vero stile – o un suo valido succedaneo – di questo grande libro.

517. Salinger.

29 gennaio 2010 di anfiosso

Risale a pochi giorni fa la notizia, per me inquietante, che Jack Frusciante è uscito dal gruppo [per chi non sapesse - perché si ha anche diritto di non sapere - capolavoro relativo e giovanile di Enrico Brizzi], è il miglior romanzo generazionale mai scritto. Risale invece a jersera la notizia, per me altrettanto inquietante, che Salinger è morto; e Salinger è noto per aver scritto un romanzo generazionale che è noto come il più importante tra tutti i romanzi generazionali mai scritti, e io sono di quei polloi che pensano proprio questo.

Salinger e il suo libro sono due paradossi: è paradossale per uno scrittore così secretive aver scritto un romanzo finito in mano a tutti, ma proprio a tutti, ispiratore per adolescenti che non avrebbero mai scritto una virgola, scrittori in età, assassini e scuole di scrittura creativa: un romanzo notissimo, un fatto pubblico. Ed è paradossale che un romanzo generazionale, per definizione con un hic et nunc tutto suo, abbia attraversato più generazioni oltre a quella a cui si riferiva strettamente – per finire col rivelarsi semplicemente un capolavoro che, dunque, solo fenotipicamente può definirsi generazionale (in qualche modo Salinger doveva averlo previsto: il giovane Holden aveva milioni di capelli grigj). Qualcosa di assoluto deve per forza aver attinto. Ha scritto, oltre al Catcher in the Rye, anche altre cose, tutte atmosfericamente similari ma meno perfette: Franny e Zooey, per esempio, erano più grandi e meno innocenti e troppo sofisticati rispetto al giovane Holden; e, quando la smania di segretezza dell’autore investì anche parte della sua scrittura, e mi riferisco a Hapworth 16, 1924, il personaggio intorno a cui ruotava la narrazione (Seymour, settenne, che scrive una lunga lettera da un campo estivo) pare un filino mostruoso, per intelligenza acume sensibilità, e in odore di salingerismo – ossia dà il sospetto che l’idioma dell’autore fosse diventato ormai maniera, o almeno tendesse a diventare tale.

Suppongo che Salinger difendesse il suo privato e il suo diritto a scrivere esclusivamente “per sé stesso” – che è un ossimoro, e dunque un’espressione da prendere con le molle – perché la coscienza di star scrivendo per un pubblico ben preciso, quale si era ormai manifestato attraverso le vendite del suo libro più importante, l’avrebbe inesorabilmente spinto giù per la china del formalismo. Salinger ebbe una coscienza delle forme come nessun altro scrittore della sua generazione, scommetto, specialmente nella sua famiglia letteraria, quella degli eredi del realismo americano: è rarissimo, quasi impossibile, trovare altri scrittori, del suo paese e no, della sua espressione linguistica e no, e della sua temperie, che nel giro non dico di una pagina, ma di una frase, magari casualmente incontrata su un’antologia, senza necessariamente denunciare a chiare lettere la mano dell’autore, riverberi quello splendore di bronzo alessandrino, quella bellezza così oggettiva, così armoniosa, così compiuta. Uno scrittore capace di quella perfezione vive di equilibrj delicatissimi, e deve necessariamente stare attento a come mette mano a qualunque sua opera, e al contesto in cui agisce; e dunque, anche, a chi lo sta guardando mentre scrive.

Si scrive per comunicare, e Salinger non ha fatto eccezione, ne sono del tutto convinto. Se, da un certo momento in poi, si è rifiutato di farlo, e nei due sensi [sia personalmente, rifiutandosi anche di comparire in fotografia (famoso questo scatto rubato quassopra), sia in stampa] è stato proprio a salvaguardia di una perfezione.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 gennaio 2010 di anfiosso

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest'invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

515. Varie.

26 gennaio 2010 di anfiosso

Ho cominciato da pochissimo a frequentare il Cottolengo, familiarmente Cutu, per via che ogni tanto, almeno, dovrò pur lavarmi. E dato che dànno la possibilità di cambiarsi i vestiti e di lavarsi, e dato che da altre parti sarebbe possibile o solo lavarsi o solo avere i vestiti, non mi è parsa una cattiva idea ricorrere alla gloriosa istituzione per i miei sporchi fini.

Sennonché li capisco sempre meno. Quattro settimane fa ho scoperto per puro caso che si poteva fare la doccia il mercoledì mattina, e ne ho fruito. Tre settimane fa ho scoperto che la doccia si poteva fare anche il giovedì, e ne ho fruito. Due settimane fa ho scoperto che il mercoledì non si può fare la doccia, è solo per gli stranieri, e avevano già fatto entrare due persone e fratel Claudio aveva già avuto tre crisi isteriche (?) sicché era il caso di tornare il pomeriggio, munito di biglietto datomi dal fratello di turno; ma attenzione: perché il mercoledì la doccia è solo per gli stranieri, per gl’italiani è il martedì e il giovedì.

Chiaro: sicché sono tornato nel pomeriggio, ho fatto una doccia, e il volontario maghrebino che m’ha servito — ci sono molti volontarj maghrebini che affiancano i varj fratelli cottolenghini nel servizio, corre voce (anzi: corrono molte voci, e belle insistenti) che siano cooptati in base ai bucchini che fanno ai fratelli, come criterio unico — ha insistito affinché prendessi due capi di ogni articolo, due mutande, due magliette, due camicie, che poi non sapevo dove cacchio mettere e sono rimasto carico come un animale da basto — ma almeno ero pulito. ù

Poi, questa settimana, che poi è oggi, puntualmente alle 9.00 (ho persino corso un po’) mi sono presentato al portone del Cutu per fare la doccia — è o no martedì? Ma ho trovato fratel Naldo, che alla mia domanda se fosse possibile fare la doccia ha detto Oggi credo di no, e comunque è andato a chiedere a fratel Stefano, che aveva un’aria molto scocciata, come — credo — sempre (l’avrò visto tre volte in vita mia, ma anche a distanza di anni ha sempre la stessa aria molto scocciata), e gli ha risposto controvoglia che la doccia si fa il mercoledì e il giovedì.

Che mi stiano prendendo per il culo? O vogliono un bucchino (dubito; sono convinto che prediligono un tipo più ruspante)? Tengo le dita incrociate per domani, per un domani con doccia, e senza bucchino.

***

Ho visto conoscenti, giorni fa, una lei e un lui. La lei mi ha detto se sapevo qualcosa della nuova iniziativa di cui un gruppo di volontarj era stato incaricato dal Comune. Mi ha spiegato che tre sue amiche, che non sono Operatrici sociosanitarie ma hanno seguìto un corso per mero interesse personale, le avevano detto che i volontarj sarebbero venuti a giorni per farsi un giro tra i barboni svaccati nelle varie parti della città, con lo scopo di tentarne un censimento e migliorare il servizio. Le ho chiesto: “E’ a questa cosa che ti riferisci?”, e ho prodotto una busta, arancione, contenente un foglio su cui è stampato:

Buon giorno,
alcuni volontari di Torino stanno cercando di capire meglio le esigenze
dei cittadini senza dimora.
Servirebbe anche il Suo aiuto per migliorare i servizi della Nostra città.
Domani sera (19 gennaio) per le vie della città, questi volontari
cercheranno di raccogliere anche la Sua testimonianza. Tutte le
informazioni saranno riservate.
Per ringraziarLa della mezz’oretta che passeremo insieme le offriamo
un buono che Lei può spendere dove preferisce tra supermercati,
ristoranti, bar e negozi.
NON BUTTI VIA QUESTA BUSTA FINO A DOMANI SERA.
CI VEDIAMO IN QUESTA VIA, DOMANI 19 GENNAIO, VERSO LE ORE
20.00.
A domani, il Suo aiuto è fondamentale!

Mi era stato lasciato durante la notte scorsa, quella tra il 18 e il 19, accanto al giaciglio, insieme ad un’arancia sistemata dentro un platoncino di cartone, un piccolo yogurt da bere, una merendina Kinder, un panino (secco) in una bustina di plastica trasparente, e una dozzina d’ovetti di cioccolata pure in bustina trasparente, pinzata alla busta. (Che avevo aperto più che altro nella speranza di trovarci dei soldi, speranza legittima, dato che la colazione lasciava tanto a desiderare). L’ho mostrata a questa lei, che ha detto doversi trattare per forza di qualcosa del genere, se non della stessissima cosa. Lei era dubbiosa circa la bontà dell’operazione; lui era sicurissimo che fosse un’invadenza e un modo per estendere e rafforzare il controllo. Io, che non imparerò mai, ho solamente detto che ci sono molti vecchietti andati di testa che probabilmente potrebbero essere assistiti molto meglio, come per esempio il narcolettico, quel vecchietto che in mezza giornata va da p.zza s. Carlo a p.zza Carlo Felice, dove stende la mano e si addormenta, così, a mano tesa, ché tanto chi vuole sa dove lasciare la moneta; e ho detto anche che un censimento sarebbe grosso modo necessario, perché è dal 14 marzo 2000, quando fu la fondazione Zancan che se ne incaricò, che non s’è più fatta la conta generale dei barboni; e questo è sicuramente indispensabile ad approntare un servizio. Per quanto gli enti locali ormai da decennj stanzjno sempre meno soldi, e sa di controsenso che non ci sia posto per tutti nei dormitorj, e poi si vadano a cercare gli straccioni col rampino collo scopo di “migliorare il servizio”.

Poi, per la verità, poco dopo le 20.00 io mi trovavo proprio nel posto in cui i volontarj m’avevano trovato, ma stavo passando per andare, con la coppia prefata, in un locale di S. Salvario; e li abbiamo visti, i volontarj, tutti con giacche arancioni fluorescenti — facevano pandàn col colore della busta — e molti colla spilla della Croce rossa, andare e venire. A me il buono faceva gola, ma, intimorito dalla mezzoretta di intervista prospettata, e troppo infreddolito per volermi trattenere all’aperto, ho preferito andare con loro a bere un cognac e a mangiare un piatto di patate al forno, peraltro molli e bisunte. Proseguendo lungo i portici di destra di p.zza s. Carlo, ho visto due gruppetti di tre-quattro volontarj arancione che conversavano con l’uno e con l’altro degli abitanti fissi della piazza. Che dormono sulle panchine, perché Torino è una delle poche città che vantano panchine al coperto, sotto i portici — le quali, ovviamente, sono occupate quasi tutte dai barboni durante le ore notturne fino alle prime ore del mattino.

Trascorsa la serata, dopo la mezzanotte sono tornato col sacco alla mia postazione, e ho dormito tranquillo. Non c’era ombra di passanti — il martedì notte non è come il sabato –, né di volontarj in divisa.

Ho trascorso la sera del 20 insieme con un amico, che accompagno a casa verso le 22.00, e al quale tengo compagnia fino alle 24.30, dopodiché esco, prendo l’autobus, e torno nella solita zona. Stavolta, recandomi da lui, ero un po’ preoccupato, perché solitamente nascondo il sacco in certe paratie che hanno messo in galleria s. Federico, che coprono le impalcature — ci sono lavori in corso, ristrutturazione; ho sempre fatto in modo che il sacco s’incastrasse tra i tubi, in cima, in modo che, al momento debito, bastasse allungare la mano per recuperarlo. Un’altra volta, non conoscendo ancòra quell’opzione, avevo buttato dentro il sacco, ed era stato molto complicato recuperarlo anche perché ero reduce da un brutto colpo della strega. Poi, però, avevo scoperto che quella che sembrava un’asse ben inchiodata fungeva in realtà da porticina, che si poteva tranquillamente aprire, bastava aprirla come un’anta e i chiodi si sfilavano senza problemi dalle loro sedi; poi si richiudeva, facendo una leggera pressione, e tutto tornava come prima. (Finché non avevano notato – lì è comunque pieno di videosorveglianza – quest’andirivieni, e avevano trovato modo di chiudere ermeticamente la porticina con due manici di scopa e quattro buchi attraverso cui far passare dei piccoli fascj di fil di ferro, assicurati da una parte alla porticina, e dall’altra all’impalcatura all’interno. Donde il mio espediente di incastrare il sacco tra i tubi in alto, l’unica alternativa al trascinarsi esso sacco tutta sera dietro).

Beh, la sera del 20 avevo per l’appunto un piccolo problema da risolvere: giunto all’1.00 e rotte in galleria, mi sono ricordato che qualche ora prima, mettendo il sacco al posto solito, m’era sfuggito di mano, ed era caduto con un gran tonfo su un ripiano sottostante. L’unica cosa che, qualche ora più tardi, potevo fare era appunto scalare la paretina di compensato – che è sempre un bel po’ più alta di me, e io non ho gran forza di braccia, per quanto sotto altri profili abbia invero un fisico della madonna -, calarmi, o lasciarmi cadere, all’interno; recuperare il sacco; buttarlo oltre la paretina; e seguirlo (magari un po’ meno alla bersagliera, ma si fa quel che si può). Mi sono issato, con sforzo che comprenderà chi mi conosce di fisico, mi sono lasciato cadere all’interno (un casino), ho recuperato il sacco e l’ho buttato fuori; fin qui tutto bene. E’ stato quando ho fatto per uscire che la paretina, evidentemente già provata dal mio peso all’andata, ha ceduto, spaccandosi a metà. Non ricordo più dove mi sono appigliato, ma l’atterraggio è stato morbido: ero pieno di polvere, credo, di gesso o quel che di similare con cui hanno tinteggiato le paratie per renderle più gradevoli all’occhio, ma indiscutibilmente intero e inescalfito.

Il bello è venuto dopo, quando ho pensato bene, per una volta tanto, di andare in p.zza s. Carlo a dormire – era parecchio che non ci andavo, il freddo era intenso, ma se la relativa maggior esposizione alla bisa della piazza era uno svantaggio, vi s’opponeva il vantaggio di trascorrere le ore notturne sollevato da terra. Sicché ho attraversato la galleria, e sono andato in piazza. Non m’è occorso altro, dato che gli occhj sono i nostri postiglioni, che guardare davanti a me, oltre il passaggio pedonale, per vedere il deserto. Non c’era S, non c’era C, non c’era nemmeno S1, che di tanto in tanto si fa vedere, né X che mi saluta dicendo “Ciao, papà” (è sulla cinquantina, ad occhio e croce; le fregnacce che dice). C’era, è vero, il vecchietto che dorme sempre davanti alla s. Paolo; ma questo si doveva esclusivamente al fatto che la s. Paolo c’era ancòra, completa d’ingresso e di zerbinone.

Quello che mancava erano le panchine. Le avevano portate via tutte, e fino ad oggi non ce le hanno rimesse.

***

Quest’anno il fisico — che è della madonna, come ho detto, per alcuni versi (basta saperlo prendere) — non m’ha sorriso. Da ottobre ho fatto due influenze di fila, con quella terrificante infezione batterica che m’ha fatto pensare a una tbc (era solo broncopolmonite, che gioja); ho avuto un colpo di frusta che m’ha mandato in giro una settimana come il gobbo di Notre-Dame; ho avuto una specie d’indigestione che m’ha fatto recere (quella è stata divertente: perché mi sono svegliato alle 4.10 in punto, ora a cui non mi sveglio mai, con la netta sensazione che avrei vomitato; mi sono liberato dal sacco – due cerniere – giusto in tempo per dar di stomaco deversando tutto il liquame apiè della panchina: sennonché il secondo conato è stato così entusiastico e sorprendente che sono caduto nel vomito sottostante, con tutto il sacco), e forse era un’influenza intestinale o qualcosa del genere, perché poi ho avuto giorni e giorni di raffreddore e tosse; jeri mattina mi sono svegliato con i piedi congelati.

514. PP al Teatro della Pergola.

26 gennaio 2010 di anfiosso

http://www.youtube.com/watch?v=wF8bO_5BPNw



ENTE TEATRALE ITALIANO PERGOLA STAGIONE TEATRALE ‘06-’07

Intervistatore: Tra i molti modi di raccontare la realtà il giornalismo è sicuramente uno dei più pungenti, e molto più pungente è il giornalismo fatto dalle donne. Paolo Poli ne sceglie sei, sei giornaliste del Novecento, sei penne nobili che gli servono anche per raccontare, non solo con la parola, ma anche con la musica e le canzoni, la storia dell’evoluzione dell’Italia.

[♫ “Gira rigira biondina / l'amore la vita godere ci fa...”]

[♫ “Quella piccola e bizzarra vagabonda a notte ancor...”]

Intervistatore: Perché le giornaliste, perché proprio le giornaliste?

PP: Il perché non si domanda agli artisti, gli artisti raccontano il come, il perché si chiede al filosofo. Oggi uno che sa fare appena la sua firma invece che farlo giornalista, lo fanno… eh come si dice? – opinionista televisivo, o che. Io ho sempre molto amato la letteratura delle donne, quelle poche donne che potevano emergere dalla, così, la fanghiglia della scrittura. Le giornaliste sono state molto brillanti e tempiste. Ma anche le romanziere; ma anche le poetesse. Io ne ho conosciute molte perché ormai battono gli ottant’anni, sicché, eh, posso raccontare. Ma… di tutte quelle signore delle quali racconto la letteratura, la prima, la più gradita, è quella che non ho conosciuto perché è degli anni Venti, e io non c’ero ancóra: Mura, era il suo nome di battaglia. A volte un po’ strafalciona, lei scriveva: ma non importa, lei sapeva che nell’Europa girava la notizia che c’erano le Fanciulle in fiore di Proust, e sùbito nel ‘19 ha scritto un romanzo sulle lesbiche – allora lì ho detratto sùbito un mio monologo, perché se c’è una ragazza cogli ormoni giusti per far la lesbica, son proprio io!

[“Signora Celeste! Signora Celeste! ”]

[“Strappandomi lentamente di sulle spalle la seta rossa...]

[♫ “Scusi, avrebbe un salatino”]

Intervistatore: Sei brillanti giornaliste del Novecento di Paolo Poli sarà alla Pergola fino al 4 febbrajo. La prossima settimana un cambiamento di programma: per difficoltà tecniche lo spettacolo Gallina vecchia con Marina Malfatti non avrà luogo, sarà spostato alla fine della stagione, nel mese di aprile. Ma il teatro della Pergola non si ferma: il 6, il 7 febbrajo, spazio a In sua movenza è fermo: le visite guidate, accompagnate anche dal contributo di attori, ai luoghi storici e nascosti del teatro della Pergola. Tutti i dettaglj sul sito: www.pergola.firenze.it.

[Prossimo spettacolo
6-7 febbraio
In sua movenza è fermo”
con la Compagnia
delle Seggiole]

513. Il riccio.

23 gennaio 2010 di anfiosso

http://images.movieplayer.it/2009/12/04/locandina-italiana-del-film-il-riccio-140769.jpg

Ultimamente, se mi fossi tenuto da parte i soldini per andare al cinema – ma non mi viene mai in mente –, sarei andato a vedere Brüno e Bastardi senza gloria.

Invece mi è toccato Il riccio, jersera (ero a carico, così si spiega), pellicola di due anni fa tratta dal romanzo L’eleganza del riccio, di una scrittrice francese dal nome inglese (Muriel Barbery) e marocchina di nascita (Casablanca), che nel 2006 fece un gran successo.

Non l’ho letto; ma il film è puro bozzettismo francese, per cui è in genere piacevole — e bellissimi i disegni attribuiti alla bambina, tra cui un delizioso pop-up che rappresenta la concierge in mezzo ai suoi libri, anche se quello che m’è rimasto più impresso è un velo di disprezzo verso piante e animali: le piante che sono le migliori amiche della mamma della ragazzina, Paloma – che ho trovato da uccidere –, e poi un pesce rosso avvelenato (e ripescato dal cesso, ma magari era un altro) e un gatto e un carlino scostàti in malo modo.

E poi un sospetto: che la concierge Renée (il riccio del titolo, irto di aculei fuori ma dentro esile e aggraziato) sia fatta morire perché non era concepibile che potesse continuare la relazione col ricco e raffinato giapponese Kakuro, nonostante le affinità elettive.