491. Il caso Mercadante.

20 Novembre 2009 di anfiosso

Saverio Mercadante – Virginia – Terzetto

 



Di Saverio Mercadante (1795-1870) si è tornato talora a parlare, in àmbito musicologico. Ha i suoi cultori. Per chi di opera non sa nulla, o conosce poco, dev’essere detto che, allievo di Nicola Antonio Zingarelli, terribile didatta, che diede filo da torcere a Rossini durante l’ardua permanenza napolitana – con quello viennese, il pubblico napolitano era quello più musicalmente avvertito d’Europa – ed ebbe tra mano anche Donizetti e il giovane Bellini (con esiti abbastanza enigmatici, per quanto riguarda quest’ultimo, perché non apprese mai bene l’orchestrazione, e Zingarelli era un pedante di prima categoria), ebbe una carriera lunga ed onorata, ma sempre a ridosso dell’accademia, ed è il solo compositore italiano che ad un numero alto di melodrammi associò un grande impegno nella musica pura, con quartetti, concerti, sinfonie, &c., oltreché nella musica sacra.

Mercadante ebbe pessimo carattere, come traspare dalle nevrotiche lettere, e come riflettono numerosi aneddoti specialmente risalenti al suo periodo a capo del Conservatorio di Napoli – dove fu preferito a Donizetti, che ne risentì parecchio – ma linea musicale elegantissima e cerebrale. Colse molti successi, innanzitutto con Elisa e Claudio (1821), sorta di commedia borghese, Donna Caritea regina di Spagna (1826), opera seria con venature quasi favolistiche, comportate dal carattere vigoroso della protagonista; a quest’altezza era considerato una specie di prolungamento di Rossini, che a sua volta lo elogiò per aver continuato la propria maniera. Salvo il fatto che Mercadante ha eliminato il crescendo e le progressioni (il “solfeggio”, secondo il dire di Verdi), e si muove nella direzione di una maggior pregnanza espressiva della melodia, procedendo per frasi piuttosto brevi, spesso incisive, e facendo passare in cavalleria il “motivo spiegato”, la frase melodica lunga. Gestisce a meraviglia l’orchestra, che ha una potenza fonica superiore a quella di Rossini, e richiede voci dalle estensioni iperboliche, come farà Verdi. Il percorso tonale è complesso. Non ama molto le struggenti seste napolitane, di cui Donizetti fa un vero e proprio abuso, e manca totalmente della visionarietà di Bellini: la sua musica sembra più un ragionamento sulla situazione drammatica che un modo di dire la verità. Seguiranno le sue opere più verdiane: Il giuramento, 1837, Elena da Feltre, 1838, e Il bravo, 1839. In esse Mercadante, dichiaratamente, si era proposto di combattere la volgarità delle cabalette – bisogna tener conto che a Napoli la cabaletta riscoteva, e credo riscuota ancóra, meno applauso della sezione moderata che precede, dove le doti del compositore risaltano meglio – e una perfetta aderenza drammatica. Il resto, a mano a mano che l’astro di Verdi compiva la sua ascesa, è conseguenza; si segnalano almeno gli Orazi e Curiazi del 1846, il Pelagio del 1857, e la Virginia, composta tra il 1845 e il 1850, ma rappresentata solo nel 1866. Di fatto Mercadante, divenuto completamente cieco nel 1862, si rivolse esclusivamente alla musica strumentale, dettando agli allievi, e abbandonò il melodramma. Quando morì, Florimo, l’uomo che incarnava la memoria storica di tutto quello che era passato per il Conservatorio di Napoli, ossia sostanzialmente tutto il melodramma ottocentesco italiano della prima metà del secolo – la seconda di fatto non conta quasi nulla, comparativamente, ad eccezione della maturità di Verdi – mise bene in chiaro che Mercadante doveva essere considerato un compositore di seconda categoria; i veri grandi, disse, sono stati Rossini Donizetti Bellini Verdi, e Mercadante non è stato alla loro altezza. La storia gli ha dato ragione: Mercadante non è molto eseguito, e solo nell’ottica della riesumazione, della testimonianza storica. Anche e soprattutto per ricostruire una preistoria verdiana, essendo Mercadante di fondamentale importanza per Verdi.

Attualmente sono disponibili in commercio diverse esecuzioni di sue opere (Elisa e Claudio, Caritea, Giuramento [più versioni], Elena da Feltre, Bravo, Vestale, Emma d’Antiochia, Orazi e Curiazi, Virginia), tutte variamente insoddisfacenti e brutte, ma indispensabili. Victor de Sabata, che rimase affascinato dalla perizia della sua scrittura, manifestò almeno in un’occasione l’intenzione di eseguirlo alla Scala, laddove secondo aveva colto i massimi successi, prestando all’esecuzione cure speciali. Non credo abbia mai eseguito nulla, men che meno un’opera integralmente, ma è certo che le opere di Mercadante richiedano più cure rispetto a quelle dei suoi più fortunati colleghi. I quali si mantennero sempre, consciamente o inconsciamente, fedeli alla linea mozartiana, secondo la quale “genio è quello che nessuna interpretazione può svisare” – ma era anche praticaccia: l’orchestra della Scala, per esempio, non fu mai una grandissima orchestra, e rispetto a quelle di Napoli e di Vienna si confondeva con un’ampia provincia immersa in un grigiore semidilettantesco. Solo che quella provincia riguardava il 95% delle orchestre e dei teatri; mentre Mercadante, già alla nascita artistica designato come successore di Zingarelli, anfibio tra insegnamento accademico e pratica artistica, viziato da una delle orchestre migliori del mondo, non ebbe nessun motivo di cedere d’un passo da una prassi musicale ricercata, sfumata e complessa. Suppongo che a Torino, e nelle numerose città della Spagna in cui compì – voleva probabilmente emanciparsi, con una drastica cura, dall’ombra del Maestro – un lungo e arduo tour, fosse eseguito maluccio, ma il successo dipendeva, allora, principalmente dai cantanti, e Mercadante successi ne ottenne parecchî.

Visse costantemente nell’insensibilità nei confronti dell’effetto romanticamente inteso; la sua era applicazione, ancóra, dell’antica teoria degli affetti, agìti dall’artefice impassibile come dati oggettivi. Mercadante è espressivo, dunque, ma nessuna delle sue opere fa “mondo a sé”, ha una tinta sua speciale. Un esito al quale avrebbe potuto approdare, sull’esempio di Bellini, interagendo con forza con il librettista: nell’opera non sono le nuove invenzioni puramente musicali a creare la novità, ma le novità delle situazioni drammatiche, che ispirano musica nuova, o più vera. Mercadante non pensò mai a mettere in discussione le decisioni del librettista; e c’è il caso-limite di uno dei suoi capolavori, Il bravo, su libretto di Gaetano Rossi, che oltre a fornire una delle sue cose più disorganiche, mal fatte e male scritte, lasciò persino a livello di brogliaccio diverse scene, oltre a molti versi monchi, che Mercadante musicò tali e quali. E pare da questo che Mercadante considerasse il lavoro sul libretto come una specie di sfida; persino Donizetti, sfidando le ire del Cammarano, manipolò alcune parti della Lucia di Lammermoor, e Donizetti non era un rivoluzionario come Bellini, né aveva l’elevatezza di concezioni di Mercadante. Il quale Mercadante era litigioso e tiranno, ma non correva rischio di scontro con i librettisti, proprio per la sua considerazione del loro lavoro come di una cosa conclusa, dopo la quale doveva cominciare il suo lavoro di musicista. Mercadante aveva un concetto altamente normativo della composizione e dei rapporti tra i varî prendenti parte alla creazione dell’opera. Allo stesso modo continuò per tutta la carriera a musicare, accanto ad opere d’argomento medievale secondo il gusto romantico, anche le sue Nitocri, i suoi Ercoli, spesso su libretto metastasiano. Con la Restaurazione era venuto di moda recuperare libretti prerivoluzionarj, specie del vecchio abate, adattandoli al gusto corrente con l’immissione di duetti ed assiemi; ma era stata una moda, appunto, durata un decennio. Mercadante non abbandonò però praticamente mai quest’eredità grosso modo “classica”. E c’è da aggiungere anche la presenza, tra le sue opere, di titoli – Vestale, Medea – che sembrano voler mostrare la sua volontà di incorporare la tradizione, aggiornandola e ripensandola secondo gli schemi compositivi da lui messi a punto: divisione in tre parti, non più di due o tre cabalette in tutta l’opera, assiemi e parti corali di scrittura sofisticata, poco motivo spiegato, nessun crescendo, temi incisivi e ben ragionati, mai orecchiabili – non c’è una sola pagina (almeno cantata) di Mercadante che si possa fischiettare – espressività sobria e perentoria.

Liszt definì le sue opere les mieux pensées du répertoire, le ‘meglio pensate’; e in effetti di Mercadante si apprezza innanzitutto il perfetto gioco d’incastro, la disposizione estremamente calibrata delle parti, la solidità formale, l’eleganza. Non fa stupore che da ultimo la sua bella scrittura, sensibilissima alle sollecitazioni espressive del libretto ma per nulla propensa a svincolarsene, rifluisse – non voglio dire scadesse, perché non è il verbo – nel calligrafismo.

Non molto tempo fa la – da una parte benemerita – casa inglese Opera Rara (un nome che non potrebbe essere italiano, in effetti), già responsabile di alcuni ripescaggj mercadantiani, ha dato fuori la sua estrema Virginia, l’opera che aspettò sedici anni per essere messa in scena e che il compositore non vide mai fisicamente rappresentata. Quei tre lustri abbondanti, dominati incontrovertibilmente dal genio di Verdi, che nel frattempo aveva eliminato altre cose, e ulteriori ne aveva aggiunte, erano stati decisìvi, e l’opera di Mercadante, accolta con rispetto, dovette risentirne, quanto a ricezione. Ma per un curioso effetto della “bella scrittura” dell’autore, oltre ad una vena melodica – sempre stata molto pensive e “avara” – apparentemente non inaridita, ma come sovraccaricata manieristicamente, quest’opera venuta in luce già vecchia ha precisi aggancj più retorici che formali a quello che sarebbe stato fatto di lì a un decennio – esatto, magari, se ci si vuol riferire al carrozzone della Gioconda (1876) di Amilcare Ponchielli, alla quale, se si vuole, si può accostare la coetanea Cleopatra di Lauro Rossi. È certamente, questo ultimo Mercadante, almeno dai fragorosi Orazi e Curiazi in poi (in un’esecuzione, sempre Opera Rara, che lo stravagante Elvio Giudici ha portato a cielo per motivi noti solo a lui) – ma bisogna tener conto dei buchi lasciati da una discografia non ancóra esaustiva – un pompier dichiarato, un calligrafo e un tardo neoclassicista romantico; ma si tratta di un Kitsch, come dire?, dal volto umano, sempre retto da una scrittura su cui il cattivo gusto è posato come una pellicola facilmente rimovibile, sotto cui la bella, aristocratica scrittura d’ascendenza settecentesca dell’autore è sempre visibile e sensibile, e sempre è palpabile – e ben ripagato, a monetoni d’oro fulvido e sonante – il suo amore per la musica pura. Mercadante è il fratello maggiore/antesignano e, insieme, il contrario di Verdi, a seconda di come lo s’inquadri; passando direttamente alle differenze, Mercadante è freddo, non crea personaggî, non fa opere-mondo, ha un’estetica schiva e non personalistica, rimane sostanzialmente di qua da una vera consapevolezza romantica, non sa rinunciare alla mitologia classicista, è un artigiano impassibile, è un formalista, non trascura l’effetto ma considera il mezzo come fine; è un compositore di vena robusta ma non corriva, e nemmeno scorrevole, è ingegnoso, è sottile, è ragionatore, riflessivo, pensoso, raffinato. Se è stato notato che senza Orazi e Curiazi l’Aida non sarebbe mai stata scritta, è vero anche che la seconda si svolge tutta o di notte, o all’ombra, o nel crepuscolo, mentre la prima è tutta, almeno musicalmente, dominata dalla luce piena di un meriggio abbacinante; e sicuramente le somiglianze cessano laddove Verdi cessa di chiedere soccorsi al pompier, allo “splendor di scena”; il suggestivo canto della sacerdotessa, che veramente sembra sorgere dalla voragine dei secoli, fu trascritto da Verdi dal richiamo tipico del peracottaro, che vagava per le campagne circostanti Sant’Agata durante le torride giornate estive. Mercadante non avrebbe mai fatto una cosa del genere; e se l’ultimo coro, pieno di frastuono, termina in urli da stadio non è intenzionalmente, ma per accumulo enfatico.

Sono tutti concetti straribaditi dalla critica e dalla storiografia; sono tutti concetti utili a sapersi per chi s’accosti la prima volta a Mercadante, e sono tutti concetti condivisibili una volta che si esce da un ascolto mercadantiano – sia pure reso sempre problematico dagli esecutori, che probabilmente non saranno mai in grado di assecondare una scrittura che ha reso la tipica espressione melodrammatica secondo l’antica italiana una sorta di scienza esatta. Ma non sono questi concetti, unitamente alla sequenza prevedibile delle tappe obbligate di una carriera di professore-musicista, a render conto veramente della musica di Mercadante; a dirci se essa, intrisa di malinconia e della rigorosità nervosa propria dell’autore, sia in grado di comunicare qualcosa del suo mondo; se, pudica nelle espansioni sentimentali, trovi il suo vero centro in una sorta di ampio gusto narrativo, riflesso dall’elaborazione degli insiemi; se, pedissequa nell’adeguarsi al vocabolario espressivo melodrammatico – che però in gran parte elabora ed afferma; per cui sono espressioni divenute, non nate, scontate – trovi la sua strenua originalità nella tournure sempre ricca e al fondo leggermente tortuosa della melodia; se, acquiescente alle situazioni drammatiche, mai paragonabili a quelle che Bellini e Verdi sanno escogitare ed imporre ai Romani, ai Piave, debba solo a sé l’autorevolezza e la nobiltà scontrosa del dettato; se, melodicamente non trascinante, non abbia cedimenti nel ritrovare sempre nella costruzione, la plus pensée, proprio delle melodie il suo stimolo maggiore, la sua fonte d’ispirazione sostanziale, e la più abbondante di rare fruttificazioni; se, non troppo sensibile al medievalismo di maniera caro ai romantici, finisce col prodursi su una lira ricca di più corde rispetto ai suoi colleghi, e col portare, posto ci arrivi, oltre il golfo mistico colori più meridiani, e una sorta di sua oggettività costruttivo-espressiva: un operismo che è insieme un vocabolario e una sintassi dell’opera nella sua stupefacente fase terminale, una storia dell’opera anche nelle fasi ormai remote, e un valore, in sé, poetico-artistico solido. “Il battistrada di Verdi”, come fu definito, ha lasciato troppe pagine importanti, e troppe opere di tenuta perfetta per poter essere completamente obliterato; benché la sua totale mancanza di abbandono continuerà, forse per sempre, a renderlo incomunicabile col grosso pubblico. Qui sopra rifulge uno degli ultimi assiemi, un terzetto (bellissimo), della sua tarda Virginia, l’ultima a vedere le scene; si ha l’impressione che si prova di fronte a certi fiamminghi, o di fronte a certi arazzi, in cui appunto il valore mimetico-espressivo è sottoposto alla giurisdizione del decoro formale, all’equilibrio delle parti in gioco, all’eleganza sostenuta del risultato. Si pregj comunque, di “già” verdiano – ed è proprio un linguaggio che è suo e di Verdi, e di nessun altro; non il tessuto di notte e di luna belliniano (diversità), e non la cartapesta di Donizetti (superiorità; secondo me) -, il colore dalle venature lignee, il giusto grado di enfasi, l’accento, giusta la definizione di Verdi stesso, scolpito; oltre al puro splendore e alla severa drammaticità di una musica che è, veramente, quella di uno dei più grandi.

490. Cose morte in rete.

19 Novembre 2009 di anfiosso

Stavo pensando che, nonostante abbia un blog, e nonostante abbia la possibilità di pubblicare immediatamente tutto quello che scrivo, sono più le volte che ho evitato di scrivere quello che mi sarebbe premuto scrivere piuttosto di quelle che ho approfittato del mezzo per far sentire la mia. Il motivo è molto semplice: il mezzo non serve pressoché a un cazzo. Quanti saranno i blog, solo quelli in lingua italiana? E quanti saranno i lettori, a parte quelli il cui tempo è già in parte assorbito dalla scrittura su un blog? Non meno di qualche decina di migliaja, temo: una quantità di parole, frasi, articoli pressoché incalcolabile, e in perenne espansione – rallentata, forse, ma non certo arrestata dalle novità relative di facebook e twitter. Salvo i blog che sono cancellati dall’owner, che non credo siano la maggioranza, la gran parte dei blog che muojono si esauriscono nel giro d’un post d’addio, o semplicemente sono lasciati lì, all’attenzione di sempre meno lettori, in una specie di luogo in cui nulla può né ammuffire né sparire. L’impressione di un blog morto nel 2003, con un ultimo post che racconta ai lettori, anche allora un drappello sparutissimo, che le zucchine sono aumentate, e allega una ricetta non particolarmente originale, è una cosa che fa una tristezza infinita. Altri blog smettono di esistere solo dopo un post: molti sono tentati dall’idea del blog, ma poi o trovano altri mezzi più congeniali per comunicare con un eventuale pubblico, oppure non sanno scrivere, e devono lasciare ogni speranza di proseguire. Altri ancóra, forse, si accorgono, dopo aver letto qui e là blog altrui, che il blog non può non essere personale – nasce come “diario in rete”, in effetti – e non costringere ad una specie di performativizzazione del quotidiano. O non riescono a dominare, psicologicamente o letterariamente, le miserie d’ogni giorno, o non credono – visto quello che si legge in giro – che sia veramente possibile, se non grazie ad una consistente dose di pazienza e disponibilità da parte di persone che girano in rete dalla mattina alla sera, e si riconoscono ora nell’una ora nell’altra vicenda esistenziale – oppure hanno un blog a loro volta, e vorrebbero essere letti, e un modo per essere letti è andare per blog altrui e depositare commenti come “gran bel post!” o “come ti capisco!”, o “vediamoci al raduno generale dei blogger giovedì prossimo”. Ma anche in situazioni, come questa, di completa e totale libertà, specialmente se c’è di mezzo un’utenza socialmente e letterariamente sottosviluppata come quella italiana, tendono a stabilirsi regole non scritte, che passano in vigore solamente per via dell’uso: il quale non prevede quasi mai alcun tipo di mediazione di tipo letterario, ed un esercizio meramente projettivo/descrittivo, fatto di notazioni di cui non gliene frega sostanzialmente niente a nessuno, ma nei confronti delle quali qualcuno fa finta di provare interesse nella speranza di riscuotere attenzione a propria volta. Quello che impressiona maggiormente rispetto ai blog morti, in effetti, è la quantità di blog che, nonostante abbiano pochissimi visitatori e abbiano come tenutarî dei perfetti imbecilli, che scrivono male di cose prive d’interesse, continua, nonostante tutto, a vivere, trascinandosi ostinatamente per anni.

Non è del tutto possibile, ovviamente, evitare i contatti: in fondo, anche se lo si fa a mero titolo di riordino delle idee, non si scrive mai esclusivamente per sé stessi (ci mancherebbe), ed è per converso inutile pretendere di scrivere solo per taluni e non per altri; quindi, tra uno scambio di link e uno scambio di vedute, è pressoché impossibile evitare che un po’ del contagio si diffonda. Mentre i blog stranieri tendono a differenziarsi quanto più è possibile – anche tenendo conto della maggior dimestichezza con la scrittura che si ha in paesi come Inghilterra, US&A, Francia, e suppongo anche Germania, Spagna, Olanda, Lussemburgo… – quelli italiani tendono allo stesso color carta da parati, tanto che se esce una voce nuova, ammenoché, come il signor porno, non parli di sesso sfrenato, è generalmente ignorata. Chi vuole aprire e, ciò che non guasta, tener aperto un blog in lingua italiana non può evitare di far propria, pena l’oblio automatico, la maniera tipica – non si tratta nemmeno di elementarità (che suppongo sia apprezzata anche all’estero, essendo l’adeguamento al livello più basso la norma a tutte le latitudini), quanto di una certa mondanità di tono, una scelta degli argomenti del tutto conformista, e in genere la tendenza a prolungare nella rete i modi poveri e svuotati della conversazione quotidiana. Le possibilità della scrittura, generalmente ignorate, non sono ovviamente sfruttate; nessuno ha una verità, piccola o grande, da comunicare, o almeno da fissare lì, da qualche parte – sulla parete di una latrina, al muro di una casa, perché non su un blog? -, ma solo un biglietto da visita. Ogni post, anche in capo a cinque, dieci, e chissà quanti anni ancóra (chi ha molte visite difficilmente molla), altro non fa che ripresentificare, oltre la nausea, il primo: io sono fatta/o così.

Ognuno di noi – o almeno le persone normali, o quello che dovrebbero essere le persone normali – ha dentro tutto, bene e male, cose banali e cose importanti, ombre lunghe e lacune impressionanti: non ho mai incontrato un blog, nemmeno tra quelli ben scritti, che contenga una traccia consistente della vita psichica dell’estensore. A parte l’ovvia avidità di chi si è attaccato alla rete con la speranza di qualche sviluppo interessante dal punto di vista grosso modo professionale, anche i più disimpegnati pensano a una specie di marketing, ad una formula riconoscibile, alla quale riescono a mantenersi fedeli per tempi lunghissimi, postando regolarmente. Alla rete nessuno sembra aver veramente qualcosa da chiedere: manca completamente la ricerca. E ovunque si respira come un microclima tra il televisivo, il cartoonistico e il pubblicitario, che appiattisce le differenze, al punto – almeno per quanto mi riguarda – da rendere pressoché intercambiabile un blog e l’altro. Ci sono le eccezioni, come sempre e in tutte le cose, che riescono a prodursi grazie ad un certo adeguamento al mood generale; ma ne ho trovate pochissime, e da anni, data la mia sempre più scarsa inclinazione a sgamellarmi centinaja di bloggaccj da tre soldi bucati per trovare quello interessante, sono sempre le stesse.

La sensazione di uno spazio di rete sostanzialmente immobile mi ha accompagnato sin dall’inizio; non ho mai avuto l’impressione che qualcosa in rete potesse veramente essere vivo, e non so se mi spiego. Tanto più colpisce e sembra strano quando qualcuno in rete, si viene a sapere, muore: com’è successo con Gino Tasca, e poi con MariaStrofa – che era un uomo, e scriveva versi, ed era parecchio seguìto. Con MariaStrofa successe all’improvviso; con Gino Tasca, invece, si trattò del previsto decorso di un cancro già annunciato da parecchio. Gli ultimi post di Gino davano in effetti, in parte, conto del declino, sempre a margine di considerazioni sulla letteratura dapprincipio, e poi in forma di messaggj di scusa per la scarsa assiduità, ormai, in rete, fino al momento fatale. Ma anche in questo caso, in cui bene o male si davano tracce di un percorso che aveva avuto un inizio e stava approssimandosi alla fine, non si aveva esattamente la sensazione di un tempo in transito. Erano tanti momenti immobili, che, visti nel complesso delle relazioni di rete, erano come dispersi in un caos di messaggj disparati e stridenti, tutti del tutto omologhi quanto ad importanza, dalla ricetta di cucina agli ultimi dati sul clima, dal chi l’ha visto per la persona scomparsa alla solita, falsa catena di s. Antonio per salvare la piccola F. malata di un morbo rarissimo e poco studiato. Eppure avrei dovuto in qualche modo farci il callo: nei suoi ultimi anni mia madre, che faceva la traduttrice e per cui la rete era diventata una fonte indispensabile di lavoro, aveva partecipato ad una grossa mailing list, “lantra”, dalla quale s’era fatta mettere in sospeso quando era finita in ospedale. Fummo bersagliati da messaggj, inoltratimi da una terza persona, in cui ci si chiedeva come stesse e che cos’avesse; quando morì furono tutti avvertiti, e ci furono messaggj, che mi furono inoltrati, di sentite condoglianze. Qualcuno che aveva il suo indirizzo da precedenti relazioni di lavoro spedì lettere molto gentili alla famiglia, dal Canada, dalla Francia, dall’Inghilterra, che ispessirono il pacco dei telegrammi, che venivano da una quantità abbastanza impressionante di ditte della provincia di Bergamo e da agenzie di traduzione di tutto il Nord Italia. Infine, “lantra” pensò bene di fare una specie di mausoleo in rete; doveva esserci la sua fotografia, ma fotografie proprie mia madre non ne aveva e non ne aveva volute mandare, e ci misero una corona mortuaria. Mi fu anche consigliato, da suoi conoscenti, di stampare e salvare le pagine con la corona mortuaria e i messaggj di condoglianze, perché sicuramente nel giro di qualche tempo l’avrebbero cancellata. Dopo anni la corona era ancóra lì, nonostante avessi scritto a un pajo di riprese ai responsabili, chiedendo di levarla. Quando cominciai a navigare, un poco svogliatamente, in rete, fu perfettamente inutile che cercassi messaggj di mia madre su qualche mailing list: erano già stati tutti diligentemente copincollati in un file unico, che mi era stato inoltrato. Le mail inviate, con le relative risposte, di rado o mai cose personali (e poi io mi limitai a conservarle, ma quanto a leggerle, si ha un po’ scrupolo, si sa; per quanto la e-mail riesumi il concetto di lettera come fatto solo semiprivato, com’era nel Grand Siècle). E poi c’era la corona mortuaria, l’unica cosa che fosse sopravvissuta a lei – di lei non mi sento di dirlo, perché in effetti non significa assolutamente nulla.

Tutte cose che, forse, mi hanno segnato, o insegnato a vedere la rete al contrario rispetto a come si dovrebbe percepire. In rete il ‘tempo reale’ non esiste: esistono solo cose che, nate per il momento, permangono anche più di quello che meritino, o sia necessario, o sia auspicabile: solo una parte minima, sempre minore a mano a mano che il tempo passerà, avrà vero valore d’archivio – insieme, per esempio, con le anastatiche messe a disposizione in numero crescente dalle biblioteche; cose scritte per durare, e che in rete continuano la loro vita di prima, recando le tracce di decomposizione, a cui non se ne aggiungeranno altre, che avevano nel momento in cui sono passate alla vita eterna di un supporto indistruttibile.

489. Borso.

19 Novembre 2009 di anfiosso

L’ultim’azionaccia del misterioso – non tanto misterioso – falso anfiosso risale, che io sappia, a qualche giorno fa, da Remo Bassini, sotto un pezzo che ho peraltro letto con piacere. Nel commento, adesso cancellato, c’era scritto invece, in uno stile che ricordava molto Dario Borso, che il pezzo era fiacco, o simili, e che non valeva tanto la pena. Bassini aveva peraltro risposto, civilmente, incassando il colpo. Peccato che si producano queste mene, di tanto in tanto; coll’aggravante, stavolta, di un attacco che mi sembra essere proprio l’extrema ratio, dopo la quale non può esserci nessun atto riparatorio possibile. Peraltro mi sono stati anche comunicati (non necessariamente da Bassini, è chiaro) alcuni IP, che cominciano 95.23****, che corrispondono, esclusivamente, a uno degl’IP utilizzati da Borso. Il quale, già al tempo della rottura del patto con Nazione Indiana, aveva detto di potersi servire di molte diverse connessioni, e quindi molti diversi IP, vanificando l’effetto dei vari bannaggj – non è il caso, almeno, dei suoi commenti qui sopra, che prevalentemente hanno lo stesso predetto IP. Ma in quel caso presi le sue difese, perché uno degli amministratori aveva addirittura preteso da parte sua una peraltro oggettivamente inutile letterina di scuse, con allegate promesse di non rifarlo mai più; e la cosa mi seppe di umiliazione inutile, e mi disgustò moltissimo, e lo feci presente. Io, per esempio, non voglio le scuse di Borso, non m’interessano. Sarà un fatto di mentalità – non lo so. Prima ancóra – da queste parti era un po’ che non veniva – aveva ripreso a fare il diavolo a quattro da alcor, che per questo motivo è stata costretta a mettere il filtro ai commenti. Dicendo, del Borso, che le dispiaceva che un fine intelletto come il suo fosse periodicamente oscurato da questi accessi di meschinità delirante; aggiungendo, ma questo lo saprà ben lei, che ormai – sintetizzo – gli accessi avevano prevalso, e che sostanzialmente il cervello del Borso era andato in pappa. Ho cercato, forse jeri o l’altrojeri, “dario borso” su google, e sono venute fuori decine di migliaja di pagine. Molte delle quali rimandavano a post espressamente fatti per la rete, d’argomento impegnativo, come traduzioni di Rainer Maria Rilke e Paul Celan, o analisi di Kierkegaard, del quale il Borso è uno dei traduttori e conoscitori più importanti a livello nazionale, più, ben in vista, la presentazione del libro di Mario Dal Prà, &c. Secondo un certo schema percettivo, stando a me del tutto ideologico, l’impegno intellettuale mal si associa a una posizione eticamente guasta. L’atteggiamento antietico si associa ed accompagna sempre alla confusione mentale; con la testa piena di liquami neri non si può seguire nessun ragionamento al disopra del dozzinale. Questo credo sia vero; e sarebbe vero anche per il Borso se veramente fosse la figura demoniaca che qualcuno si è figurato. Ma gli atti del Borso non hanno nulla, in sé, di violento o d’insopportabilmente volgare & offensivo. Sono eticamente discutibili, al massimo, non ripugnanti: quello che inquieta è che il desertstorm di messaggj a firma altrui siano concepiti e inviati da un uomo di cinquant’anni, ma anche in un cinquantenne non hanno in sé nulla di particolarmente criminale, o velenoso. Sembrano più le marachelle di un adolescente cretino & sphygato, non le perfidie di un uomo fatto e strafatto (a proposito, non so se il Borso si ajuti con qualche sostanza psicoattiva, ma penso che potrebbe benissimo; qualcuno ne sa qualcosa?). Il motivo per cui il Borso finisce bannato non nasce dal fatto, presunto, che il Borso sia un pervertito, un mostro, un porco e un tiranno; ma dal fatto che è un rompicoglioni da corsa. E mi dispiaccio anch’io per il bannamento, perché percepisco che non è così cattivo come, chissà, magari lui stesso vorrebbe essere. Ma non me ne dispiaccio, affatto – per forza, altrimenti non l’avrei estromesso –, quando considero non solo il fastidio cane dovuto al giochino dello scambio d’identità, alle ripicche, agli strascichi offesi, ma soprattutto il vuoto totale ed assoluto del suo intervento-tipo. Per qualche misteriosa ragione, questo fine intelletto si rivela totalmente sterile quando si tratta di valutare con un minimo di originalità un testo prodotto da altri, ma in primo luogo quando si tratterebbe di produrre alcunché di proprio. Sarebbe fin troppo facile pensare che il Borso sia in grado di partorire il meglio di sé solo davanti a un testo preesistente, come traduttore o curatore. Ma anche tradurre e curare non possono in nessun caso prescindere da una comprensione profonda del testo, e questo pare che sia uno dei suoi talenti; allora perché, almeno, non è buon critico di quello che legge in rete? Come mai ci viene, se non gli serve a niente? – detto in soldoni. Di fatto, l’impressione è più che altro che il Borso dedichi gran parte della giornata a cose di maggior momento, e lo faccia con attenzione e precisione; dopodiché, specialmente se non riesce a dormire di notte, si mette a scorrazzare per la rete, facendo casino fine a sé stesso, e in questo non ci sarebbe nulla di male. Se solo tra i suoi talenti ci fosse anche quello di trarre dall’esperienza della scrittura dozzinale, e anche brutta, qualcosa di fecondo. La cosa strana è che gli manca non solo quella felicità dell’immersione nel letamajo del trash che altri spiriti coltivati hanno; ma gli manca anche quel genuino disprezzo che è alla base di un talento del genere. Di fatto il Borso, che potrebbe benissimo fare il lamer misterioso, si firma con vero nome-e-cognome, e poi, con lo stesso stile e il nick di qualcun altro, ingaggia battaglie interminabili tanto con me quanto con le serve di Nazione Indiana, e si fa sfottere – e quasi umiliare – da Biondillo, e dal gioco cretino passa all’insostenibile requisitoria, fatta di tu hai detto egli ha sostenuto non hai guardato con attenzione all’IP nego anche cristo in croce ma ribadisco che hai dimenticato una virgola dopo il vaffanculo, &c. &c. Non so quale sua intima tendenza stia andando così infelicemente frustrata, ma, confesserò, non l’ho bannato perché offeso dai suoi interventi, ma perché annojato in maniera estrema. Tant’è vero che quando lo bannai non ci avevo affatto litigato; ma era perché stava portando avanti, da una settimana almeno, una futile diatriba a proposito di un verso di Celan che aveva tradotto in maniera che era facile equivocare in senso osceno, portando avanti un’altra questione tirata per i peli del sedere su una figura retorica che aveva identificato erroneamente su Nazione Indiana. Dopodiché s’era messo a farmi del modesto editing su qualcuno dei sonetti, aveva tirato fuori una reminiscenza filosofica – poco pertinente – e se n’era nuovamente taciuto. Una palla non più finita.

Con tutte quelle varianti “per una Troia così”, “per una Troia siffatta”, “per quella Troia”, “per Troia qual era”, “per, così com’era, Troia”.

Può essere la noja un buon motivo per un bannaggio?

488. Il racconto della signora L.

18 Novembre 2009 di anfiosso

Ho avuto il via libera, dalla persona direttamente coinvolta nell’incendio della Casa gialla di p.zza Bengasi la notte dello scorso sabato, 14 XI, a pubblicare il suo racconto. Lo spunto del tutto è stato dato da uno scambio di vedute a proposito della notizia letta con interesse da un po’ tutti gli straccioni, tra cui il sottoscritto, sui giornali, e dalla mia falsa convinzione, dovuta agli errori dei compilatori, che l’incendio avesse riguardato via Negarville. La signora L., sopraggiunta sulla coda della breve conversazione con un’altra persona, ha confermato quello che già l’altra persona (che poi è Salvatore) vanamente s’industriava di cacciarmi in capo, e cioè che l’incendio riguardava la Casa gialla, e non via Negarville; e lo sapeva perché, detta signora L., era nientedimeno che una delle nove persone rimaste coinvolte nel fatto, ossia una di quelle nove persone che avevano rischiato di soffocare o perire in essa Casa. Ha anche aggiunto, la signora L., che le notizie date, in forma ovviamente molto succinta, dai giornali erano quasi interamente false, anche per quanto riguardava il numero degl’intossicati. Al che le ho chiesto di trascrivere quanto mi andava riferendo. Il risultato, che fatìco molto a credere leggibile (ma tant’è), è quello che segue.

La Casa gialla, detta la Casa gialla per via dell’intonaco (che poi dovrebbe essere il famoso, chiaramente a livello locale, “giallo Piemonte” che rende così caratteristiche certe facciate in città), è una vecchia, piccola costruzione posta all’interno dell’area mercatale della piazza (è sempre indicata come parte della piazza, in effetti, anche se per la precisione corrisponde al 410 di via Nizza), e la notte del sabato fino a tardi, dall’interno, si sentono le voci degli spazzini che ripuliscono l’area dopo il mercato. Risale all’Ottocento, e in origine era destinata ad ospitare un numero limitato di malati di mente, non so se come parte di più ampio complesso manicomiale o se indipendentemente; ancóra oggi alle finestre ci sono le pesanti inferriate che impedivano ai toccati di prendere la via della fuga. L’incendio di sabato ha confermato che dall’Ottocento ad oggi non hanno perso nulla della loro robustezza: sono infatti totalmente inamovibili. Consiste in due piani, divisi in due ali da un corridojo; il piano di sopra ospita un’associazione per handicappati; il piano inferiore il dormitorio.

La signora L. è una signora piccola, dall’aria piuttosto fine. Schiva e compìta, entra ed esce in ore poco trafficate dai dormitorî, e non dà confidenza a tutti. Parla con voce bassa, ma ha una parlata scattante, terminologicamente precisa, sottolineata da qualche risatina. Non ci si può impedire di pensare che, nel complesso, in posti del genere rappresenti una specie di controsenso: normalmente le donne che frequentano i dormitorî non si differenziano molto dagli uomini, né per parlata né per argomenti trattati né per timbro vocale o maniere. Nonostante le apparenze, però, è proprio in quest’anno di disgrazia che la signora L. sembra aver trovato un equilibrio che in precedenza le era tragicamente mancato: ha trovato, infatti, l’amore, in un uomo, A., che ha fatto parecchia vita di strada; e la casetta di p.zza Bengasi dove il compagno fino a sabato scorso andava a dormire tutte le sere le ha fatto a lungo da punto di riferimento.

Diversa dagli altri dormitorî – innanzitutto non è un dormitorio della cosiddetta “bassa soglia”, cogl’inconvenienti relativi (scarsità di posti, scarsità di pulizia, scarsità di spazio, brevità della permanenza, contrasti continui dovuti al fatto che non sempre gli utenti si conoscono tra loro, furti a raffica nei magazzini, rapporti vagamente umilianti cogli operatori, &c.), ma dell’alta soglia, ovvero un posto nel quale si è mandati dai servizî socioassistenziali quando si è già avviati a una situazione autonoma grazie ad un progetto, a una borsa lavoro, e nel quale si va e si viene più liberamente. Gli utenti, al massimo in due per stanza, in gran parte si autogestiscono, provvedono di persona ai pasti, e durante la notte non c’è nessun operatore-guardiano a tener d’occhio. Permanendo anche molti mesi di séguito – si esce da lì, salvo inconvenienti, per andare a stabilirsi finalmente in una casa –, essendo tutti impegnati a perseguire un progetto, lavorando, è normale che si creino rapporti di fiducia, & di amicizia. È facile, dopo un po’, sentirsi a casa.

Si deve però dire che da ultimo per la Casa gialla c’erano dei problemi. Al responsabile di tutte le strutture dipendenti da via Negarville, il parroco don Matteo, già a maggio era stato comunicato che la struttura si sarebbe dovuta chiudere – questo per varî motivi, che c’entrano con le solite questioni di fondi, o di lavori per la metropolitana; ne ho un’idea generale piuttosto vaga. Comunque sia, quello che è certo è che la Casetta gialla già alcuni mesi fa si sarebbe dovuta chiudere. Don Matteo non avendo ancóra preso nessuna decisione, non essendovi molto probabilmente altre sistemazioni possibili per gli abitanti, la situazione è comunque andata avanti, sostanzialmente immutata, fino adesso, almeno per quanto riguarda le presenze all’interno della casetta. S’era aggiunto però anche qualche inconveniente: per esempio non avevano ancóra allacciato il riscaldamento, quest’anno, e chissà se l’avrebbero fatto.

La permanenza nella Casa gialla aveva insomma cominciato a prefigurarsi meno stabile per il futuro. Il passare dei mesi, in una situazione del genere, altro non fa che avvicinare all’inevitabile fine – anche se nessuno, all’infuori degli esecutori materiali del gesto, poteva immaginare che l’uscita dalla Casa gialla sarebbe avvenuta in quel modo.

La situazione di A. e L. era meno stabile ancóra di quella degli altri abitanti; ad A. il responsabile aveva comunicato che con l’emergenza freddo – la Casa gialla metteva a disposizione alcuni dei suoi pochi posti per l’emergenza freddo nei mesi più rigidi, infatti – avrebbe dovuto lasciare il posto e trovarsi un’altra situazione. La signora L. frequentava la casa perlopiù durante il giorno, e solo in quanto compagna di A., il più delle volte ricorrendo alle strutture di bassa soglia per trascorrere la notte. Tutti gli utenti vanno e vengono aprendo l’ingresso con una propria chiave, a quello che ha visto la signora L. A loro due, invece, i responsabili non hanno mai dato nessuna chiave, né di quella dell’ingresso né di quella del retro. Quando rincasa la sera, A. deve suonare, o dare un colpo di telefono, per farsi aprire la porta, che ha un maniglione a spinta che funziona solo dall’interno.

La sera di sabato 15, la signora L. si trovava nella sala da pranzo, sulla quale dànno quattro delle camere del dormitorio. Le quattro camere (che ospitano cinque persone) e la sala costituiscono insieme un’ala; l’altra, che si trova oltre il corridojo, è quella in cui si trova la camera di A., oltre a quelle di V. e di El. Quest’ultima ha in custodia lo scooter del proprio compagno, e lo parcheggia sempre all’interno della casa, nel corridojo.

La signora L. si trova da sola nella sala da pranzo, coi piatti da lavare; si chiede se non sia troppo tardi per lavare i piatti – tre dei cinque abitanti di quell’ala, E., Ma., G., sono già nelle loro camere, e forse dormono; mancano Me. e Gio., che devono ancóra rientrare – e verifica l’ora: sono le 21.50. Pensa sia in effetti un po’ tardi, e dà solo una pulita al fornello.

Saranno le 22.15 quando lascia la sala da pranzo, pensando di recarsi nella camera del compagno. A. rientra dal lavoro sempre dopo le 23.00, e la signora L. pensa di stendersi un po’ a riposare in sua attesa. Ma mentre attraversa il corridojo per raggiungere l’altra ala percepisce odore di bruciato. Contemporaneamente nota una cosa strana: la porta sul retro, che è sempre chiusa, stavolta è semiaperta. La signora A. pensa che l’odore venga da fuori, e va a chiudere la porta.

Ma l’odore persiste: è all’interno della casa che sta bruciando qualcosa. La signora L. cerca da dove provenga l’odore. Pochi minuti dopo, due altri ospiti rientrano. La signora L. chiede se non sentano puzzo di bruciato; i due dicono di sì, che si sente. La signora L. e i due decidono di svegliare gli altri ospiti, in modo che li ajùtino a cercare che cosa stia bruciando. Pensano come prima cosa che un mozzicone mal spento possa aver dato fuoco ad un cestino, ma ad una rapida ispezione risulta chiaro che la causa non è quella. Alla fine V. trova, in corridojo, sotto lo scooter del compagno di El., un pezzo di carta rettangolare, lungo 15 o 20 centimetri, carbonizzato. La causa dell’odore era quella; i presenti fanno ipotesi su quello che può essere successo – un mozzicone di sigaretta, di nuovo, o una folata di vento. El., spaventata, chiama ripetutamente la polizia.

Sono le 22.30 / 22.40, la signora L. chiama A. per telefono, e gli racconta l’accaduto. A. le dice che tornerà dal lavoro, come al solito, dopo le 23.00.

La polizia non viene. Gli ospiti se ne vanno a dormire, tranne la signora L. e El., che però, alle 22.50 / 23.00, sentendosi stanca, si ritira a sua volta.

Alle 23.11 A., che è arrivato alla Casa gialla, fa uno squillo alla signora L. perché gli apra; è tardi e non vuole svegliare quelli che dormono. Avvicinandosi alla porta, la signora L. sente A. che scambia qualche parola con gli spazzini che puliscono l’area del mercato.

La signora L. apre ad A., col quale scambia, saranno pochi minuti, qualche parola. A. vuole sapere che cos’è successo di preciso, e bussa alla porta di un ospite, che si suppone vi stia dormendo, ma nessuno gli risponde. Bussa allora alla porta di V., suo amico, che esce dalla stanza e gli racconta la storia del pezzo di carta bruciato sotto lo scooter.

Saranno le 23.25 / 23.30 quando, finita la conversazione con V., A. si reca con la signora L. in sala da pranzo, con i piatti già pronti, per un rapido spuntino notturno. Hanno appena cominciato a mangiare quando la signora L. sente rumori in corridojo. La prima cosa a cui pensa è che la polizia, finalmente, sia arrivata, e che El. sia andata ad aprire; ma è una sua deduzione, di fatto i rumori – forse suono di passi, e di una porta – sono troppo vaghi. Ma è con quest’idea che va alla porta, la apre e si affaccia sul corridojo. E vede che lo scooter sta andando a fuoco.

A. accorre a sua volta. Lo scooter in fiamme, messo in quella posizione – il corridojo non è molto largo – impedisce l’accesso all’unica porta di sicurezza. A. decide di rischiare comunque, e guadagna l’uscita passando accanto al mezzo, con l’intenzione di raggiungere a piedi la caserma dei Vigili del fuoco, che dista da lì solo un pajo d’isolati.

La signora L., nel frattempo, va nelle stanze degli altri ospiti, di quell’ala, E., Me., Ma., G., svegliandoli. E. apre la porta sul corridojo per verificare l’entità dell’incendio, e la richiude sùbito. Intima a tutti di allontanarsi dalla porta, nel caso ci fosse un esplosione, e di spostarsi verso le finestre. A quel punto la luce è già saltata: le stanze sono scure e piene di fumo. Si mettono tutti sotto le finestre. Ma. chiama un numero di emergenza, ma, essendo nella struttura solo da un pajo di giorni, non sa dare l’indirizzo esatto; passa il telefono alla signora L., che precisa l’indirizzo: via Nizza 410.

Dopo non più di cinque minuti da quando si sono stretti sotto le finestre arriva l’autopompa, senza sirene e coi lampeggianti. Preso atto che gli ospiti sono intrappolati dentro, i vigili cercano di rompere le grate alle finestre, ma non ci riescono. Mentre E. esorta tutti a vestirsi per uscire, dato che fuori fa freddo, i vigili riescono a rendere agibile il corridojo, e gli abitanti hanno il permesso di uscire. Sono contati a mano a mano che escono: la signora L. stessa esce per quarta dopo Me., Ma., e G.; Ettore è il quinto. Una volta all’aperto, degli abitanti dell’altra ala vede El., contata come ottava, che esce portandosi dietro la sua cagna, e V., l’ultimo, anche lui col suo cane.

Alcuni ospiti non hanno i documenti, e declinano le generalità a voce; A. e la signora L., che ancóra non si erano svestiti per andare a letto, li hanno con loro, e li producono, rispondendo nel frattempo alle domande delle forze dell’ordine.

Sopraggiungono anche un’ambulanza e una macchina dei Carabinieri. Gli ospiti sono fatti salire sull’ambulanza per fare le prime rilevazioni sulla quantità di fumo inspirata.

Le forze dell’ordine chiedono se qualcuno ha i numeri di telefono dei responsabili, che non sono presenti perché non passano mai la notte all’interno della struttura. La signora L. spesso tiene il telefono dentro una custodia appesa al collo, sotto la maglia, ma, in previsione di andare a dormire dopo il breve pasto serale non se l’era più rimesso indosso, e l’ha lasciato all’interno della struttura, nella camera del compagno. Nemmeno A. a con sé il suo. I Vigili del fuoco accompagnano con le torce la signora L. all’interno della struttura per riprenderlo; l’interno è oscuro e pieno di fumo, tutte le porte sono spalancate. La signora L. si dirige insieme ai vigili nell’ala dove si trova la stanza del marito; lì recupera il telefonino, la borsa bianca, lo zaino, tutte cose sue, e poi il giaccone e il telefonino del compagno. Passano anche per la sala da pranzo, dove la signora L. vede che i piatti sono ancóra lì dove li hanno lasciati.

La signora L., una volta all’aperto, dà i numeri di telefono richiesti alle forze dell’ordine: ossia quello di Fabrizio, che – per quanto le è stato detto – svolge le funzioni di responsabile della struttura in vece di Simone, assente; e quello del parroco di s. Luca, don Matteo, responsabile di tutte le strutture facenti capo a via Negarville.

La signora L. e il suo compagno sono condotti in ambulanza alle Molinette, dove arrivano tra le 00.30 e l’1.00.

Alle 2.30, finiti gli accertamenti, hanno il permesso del dottore di chiamare la Boa Urbana Mobile, che è un furgoncino che gira per parte della notte nei luoghi più frequentati dai senzatetto, offrendo tè e biscotti e caricando i senzatetto che ne facciano richiesta, e per cui ci sia disponibilità di posti nei dormitorî del Comune. Ma il servizio è attivo solo fino all’1.00 ca., a quell’ora è troppo tardi. La signora L. chiama il dormitorio di bassa soglia di c.so Tazzoli, per informarli dell’accaduto e per avere consiglio sul da farsi; risponde l’operatrice Arianna. Ma anche se ci fosse disponibilità da posti, a quell’ora non ci sono mezzi pubblici, e la signora L. e il suo compagno non possono permettersi un tassì; c.so Tazzoli è piuttosto lontano.

La signora L. e il suo compagno decidono di avviarsi a piedi verso la Casa gialla: dalle Molinette sono circa due chilometri. Sono le 3.00 quando lasciano l’ospedale.

Durante il tragitto, alle 3.32, la signora L. telefona a E. per sapere che cosa è possibile fare. E. le dice di trovarsi con gli altri abitanti al difuori della Casa gialla, insieme con tecnici ed esperti impegnati in rilevamenti e perizie; le sconsiglia di tornare lì perché la struttura è chiusa. Nessuno di loro, dice E., sa dove andare.

La signora L. e il suo compagno proseguono comunque la loro strada; ma, all’altezza dell’OttoGallery, A. si sente male. Fortunatamente stanno passando tre ragazzi; la signora L. chiede loro di poter usare un loro telefonino, e chiama l’ambulanza. La chiama addirittura due volte, perché il tempo le sembra non passare mai anche se sono trascorsi pochi minuti; le confermano che l’ambulanza sta arrivando, da Moncalieri.

L’ambulanza infatti arriva, e carica A. e la signora L., riportandoli entrambi alle Molinette. Qui A. è tenuto in osservazione fino alle 9.00.

Durante quella giornata di domenica 15 non riescono ad avere notizie degli altri ospiti della Casa gialla. La sera si mettono in coda per un posto a c.so Tazzoli; da lì sono mandati in v. Traves, dove passano la notte.

La signora L. s’informa se gli altri sette ospiti della Casa gialla si trovino presso i dormitorî di bassa soglia del Comune, ma non è così. L’unica cosa che riesce a sapere è che sono stati sistemati in altro modo; in quale modo, però, non le è detto. (Quest’ultima notazione, relativa al destino degli altri utenti, è abbastanza inevitabile da parte di una persona che sente il trattamento, proprio e del proprio compagno, decisamente sfavorevole; prima dell’incendio – ricordiamo che i due non avevano nemmeno le chiavi della struttura, che al compagno era stato già detto di sloggiare – e anche dopo).

Mi rendo perfettamente conto che la lettura integrale di questa specie di verbale poliziesco non è impresa semplice per chi passa di qui ed è abituato a ben altri argomenti; ma la storia non manca d’interesse. Io l’ho riferita, auspico con la massima esattezza e verità, solo raccordando le varie parti di una faticosa esposizione cronologica, e puntando più alla chiarezza che alla rettorica. Mi colpisce in particolar modo il fatto che l’incendio sia avvenuto come a due riprese: prima un foglietto di carta, quasi a mo’ di prova generale – o l’incendiario è stato frastornato nel bel mezzo dell’impresa dal passaggio di qualcuno? -, e poi tutto un fascio di carte, come rilevato (la notizia era su e-polis, giornale gratuito anch’esso ma più ricco di notizie e meglio fatto rispetto agli altri foglî) dal commissariato di Barriera di Nizza che sta seguendo le indagini; il quale commissariato ha quasi sùbito realizzato che d’incendio doloso si trattava. Posto che anche questo particolare non sia errato; ma, ad occhio e croce, in questo caso non credo.

Si tratta, adesso, di sapere chi ha appiccato l’incendio; e perché.

487. Sera estiva (nella veste grafica di Francesco Marotta).

17 Novembre 2009 di anfiosso

Così dovrebbe essere molto più leggibile rispetto a prima. Francesco, che è stato così gentile da fare una seconda versione, completa di tutte le 45 stanze, ha pensato bene di isolare ogni strofa, e dedicare a ciascuna una pagina. Forse la soluzione migliore, per un dettato così assordante. Chi non avesse ancòra patito questa tortura secondo me farebbe bene ad alleviarne i tormenti andandovi incontro direttamente dal link sottostante, senza passare dal letto di Procuste di quello che ho postato io; fruendo, tra tanti strazj, dei lenimenti della grafica comoda, e della ricercata immagine di copertina.

Grazie ancòra a Francesco Marotta.

David_Ramanzini_-_Via_Stradella._Sera_estiva.

486. Il reggisigaretta di Norma Desmond.

17 Novembre 2009 di anfiosso

Ho tentato inutilmente di descrivere ad alcor questa vera e propria sfida alle capacità descrittive: il reggisigaretta di Norma Desmond in Viale del tramonto. In questo fotogramma si vedono Norma (Gloria Swanson) e Joe Gillis (William Holden) che, sotto gli occhj di von Stroheim, che non si vede, festeggiano in intimità il Capodanno. Dal gesto ampio mi pare di capire che la Swanson sia al punto in cui dice: “Io ho un milione di dollari”, e decanta così le proprie virtù di contro alle dozzinali attrattive di quelle oche del giorno d’oggi.

Anche a copione c’era un riferimento allo “strano arnese” – testuale o non testuale non posso ricordare, è una vita che non rivedo il film, e mi manca moltissimo – nel quale l’ex-diva infila le sigarette. La sigaretta qui è visibile, alla mano sinistra, bianca sullo sfondo nero del vestito di crespo e raso. Si tratta di un doppio anello, uno del quale la divina infila non nell’anulare, come si vede, ma nell’ìndice, mentre nell’altro, sopra, va la sigaretta. Il movimento che è così costretta a fare quando tira la boccata a me risulterebbe molto scomodo, ma lei riesce a conferirgli una specie di complessa grazia, in specie quando assume una posa tesa, nervosa, attorta, che Gillis paragona alla posizione di un rettile pronto ad attaccare. Non ho mai saputo se questa stravaganza fosse esclusivamente sua, di Norma Desmond, o se quest’aggeggio sia stato di moda, in chissà quale tempo.

Il fumo ha notevole importanza, nel film: vedi le sigarette che Norma fuma nervosamente, mentre s’aggira nella sua camera da letto con il baldacchino in forma di galeone, aspettando inutilmente che Joe ritorni (egli in realtà sta scrivendo, nottetempo, un film con Betty Schaefer); le sigarette che Joe, dopo la lite con la Schaefer presso il locale preferito dagli artistoidi, si dimentica di comprare a Norma che lo aspetta in macchina (ella non può fumare le sigarette di lui – “Sono troppo forti, mi uccidono”); e poi c’è la ceneriera [che teoricamente non dev'essere confusa con un semplice posacenere, perché è uno di quegli spegnitoj su gambo alto, magari con quel meccanismo a botola che permette di far sparire i mozzoni esausti una volta spenti; ma nel film era semplice preziosismo per posacenere, se non ricordo male] che Joe, preoccupatissimo perché gli stanno portando via l’auto, dovrebbe vuotare e riportare a Norma che gioca a carte con altre vecchie glorie di Hollywood.

485. Fake.

17 Novembre 2009 di anfiosso

Trovo sotto un articolo di Filipppo Facci - al momento, con questa connessione del cazzo, non riesco a postare nessuna rettifica – un commento del falso anfiosso, o di uno dei falsi anfiossi. Bello è che, se mai fossi andato a léggere l’articolo di Facci (ma ne ho già letto uno, in passato, non vedo perché avrei dovuto leggerne un altro), posto che avessi avuto stimolo a commentare, avrei probabilmente detto la stessa cosa, o simili (letteralmente: “bla bla ble”) . Solo che non l’ho detta (peraltro il commento è delle 6.31, mi pare, o lì intorno, di stamane. C’è qualcuno a cui sto veramente facendo perdere il sonno. Un po’ mi rimorde. Un po’ vorrei dargli pace, in qualche modo. Un po’ vorrei che morisse. Quando pensa di potermi accontentare?).

484. L’incendio: errata corrige.

17 Novembre 2009 di anfiosso

Stanotte ho avuto modo di parlare a lungo con una persona che è rimasta coinvolta nell’incendio di cui ho prolissamente riferito jeri.

Bisogna dire che quello che hanno riferito i varj giornali, perlopiù gratuiti, che si sono brevemente occupato della cosa è in larga misura falso: l’incendio non è avvenuto a via Negarville, ma in piazza Bengasi. Si tratta di una struttura molto piccola, che può – anzi poteva – ospitare solo una decina di persone, e così si spiega l’esiguità del numero delle persone coinvolte, e la prevalenza di italiani sugli stranieri (8 contro 1, e questo almeno era giusto). Il fatto è che anche essa struttura fa capo a quella parrocchia di s. Luca, che si trova effettivamente in via Negarville, motivo della confusione.

Diversi particolari non collimano, dal numero degl’intossicati al fatto che sia stato visto, effettivamente, qualcuno appiccare l’incendio.

E’ comunque sicuro che sia doloso. Non si sa ancòra chi possa essere stato; peraltro le nove persone coinvolte hanno rischiato parecchio, perché sono rimaste abbastanza a lungo bloccate all’interno della struttura, in mezzo al fumo, senza poter uscire.

Ho raccolto particolari, grazie a questa persona, organizzandoli in un racconto che per la verità sembra un po’ un verbale di polizia, e pertanto è poco sinforoso – ma non è per questo motivo che non lo pubblico ancòra, quanto per il fatto che esiste la possibilità di aggiungere altri particolari grazie ad un altro testimone, e poi la persona che mi ha descritto così esattamente i fatti vuole evitare il coinvolgimento di terzi senza autorizzazione. Spero di farne un post il prima possibile, in serata o domattina (magari in stile meno cancellaresco).

483. Indesiderati.

16 Novembre 2009 di anfiosso

Tra l’altro, sono abbastanza contento di aver messo il filtro ai commenti: a parte le continue, estenuanti, e totalmente inutili precisazioni di Dario Borso, che evidentemente quando non è in sé non ha pietà proprio di nessuno, i commenti pervenuti dopo la filtratura veramente non sono cosa. Come quello di tal Marina De Luce, che ho cancellato quasi all’istante -però l’ho letto – per poi pentirmene leggermente.

Era sotto il mio addio alla Merini; riportava una lunga poesia, che mi era già nota, in cui la Merini diceva di essere – sintetizzo – poeta alla faccia di quelli che dicevano che non aveva la laurea in lettere, e proponeva una sua poesia umile, ma sinceramente sentita. In fondo alla poesia, brutta, occorre dirlo, c’era la classica esortazione delle Marine De Luce (sarà uno pseudonimo? Lo spero, quasi, per lei), di nuovo, all’umiltà.

Mi ricorda una recente lite – si vede che è periodo – su youtube, a proposito di un orribile ascolto della signorina Tebaldi (Fanciulla del West, già opera di per sé poco ascoltabile, figuriamoci con una Tebaldi ormai declinante), in cui mi sono preso a più riprese dell’arrogante e del presuntuoso. E’ una mania cattolica, molto stupida e ritrita, ma difficile da eradicare, come si vede, quella di esortare altri all’umiltà nell’esprimere il proprio parere quando non si è avuto l’umiltà necessaria a tenere la bocca chiusa, o la mano ferma, di fronte al rischio di infliggere altrui l’insulto di cose semplicemente brutte e malfatte.

Ribadisco che considero la Merini una poetessa per modo di dire, corriva e poco interessante; che la formazione di uno scrittore mi può interessare esclusivamente in funzione dei risultati che ottiene e delle cose che mi dice; e che l’ignoranza dichiarata non è, quando è, meno insopportabile. Si può tollerare, e si può apprezzare l’onestà di averla dichiarata; ma non si può elevare a valore assoluto l’onestà dell’asserto, se l’asserto riflette una realtà semplicemente negativa. Come se io mi dichiarassi: Sono uno stronzo. Si può apprezzare – UNA volta, quella volta – l’onestà da me dimostrata, ma non il fatto che io sia uno stronzo. Né lo scoprirmi così candidamente mi rende meno tale.

Quanto all’identificazione, a sua volta roba da sagrestia, tra ignoranza e sincerità, tra elementarità e genuinità, ci sarebbe un lunghissimo discorso da fare. Ma dato che non penso che la Merini abbia esercitato alcun influsso nefasto sulle giovani generazioni di poeti, che fanno abbastanza ribrezzo anche senza bisogno del suo ajuto, eviterò di far carico alla sua memoria della serie di considerazioni che mi verrebbero da fare in merito. Mi limito a dire che una condizione moralmente neutra come la semplicità e cose altamente morali come la sincerità, l’onestà, la lealtà, non sono necessariamente relate. Io, nella fattispecie, credo che la Merini abbia cavalcato la sua fama tardiva, e televisiva, in modo piuttosto astuto e spregiudicato. Suo diritto: io non gliene faccio una colpa, ma di qui a metterla sugli altari, o chiamarla “poeta” ce ne corre. Quella è roba da Costanzo Show – mi dispiace, sono appena stato redarguito, anche se con dolcezza, per la mia spigolosità, ma non credo che le mie affermazioni facciano danno a nessuno – semmai qualcuno potrebbe riconoscercisi, e approvarle. Se invece non le approva, lo dica pure; ma non mi prenda per il culo col mito dell’umiltà. La Merini che ha passato metà degli ultimi vent’anni della sua vita in trasmissioni popolari, che ha pubblicato a strafottere cose che non valevano la carta su cui erano stampate, che ha dichiarato le peggio stronzate in tutte le salse, come una mentecatta – davvero – a cui tutto è concesso, non è stata affatto umile.

E adesso, veramente, basta: parlare di lei, e di queste squallidità, non fa altro che levare la possibilità di pensare che qualcosa di più e di meglio possa, se non debba, essere fatto. Io alla Merini non devo proprio nulla, e sia chiaro a chiunque che mi riservo il diritto di concedere rispetto a chi, secondo mio giudizio – e il mio giudizio è dato *sempre* onestamente – davvero lo merita. Non l’ho mai negato, quando era il caso. Questo non era il caso: tutto qui.

482. L’incendio di via Negarville.

16 Novembre 2009 di anfiosso

Non è frequente che i dormitorî, propriamente le case di accoglienza notturna per senza dimora, assurgano ai cosiddetti onori della cronaca. I senzatetto non sono moltissimi, come percentuale della popolazione nazionale, e sono soprattutto stranieri. Ci sono 6 dormitorî comunali a Torino, ognuno più o meno da 25 posti, uno solo per uomini (Carrera) e uno solo per donne (ex-Catti), gli altri misti, per un totale di ca. 150 persone che hanno assicurato un tetto sulla testa; più i posti donna di via Pacini (gruppo Abele). Gli altri sono privati: c’è il SerMig, che è enorme, dove si paga 1,50 euri per notte, c’è via Ormea che è gratuito, e c’è via Negarville, che è soprattutto per stranieri, e dove si pagano 2 euri per notte e 1 euro per la cena. È, quest’ultimo, un posto niente male, situato presso la parrocchia di s. Luca a Mirafiori, ed è pensato essenzialmente per stranieri che lavorano e che non hanno ancóra l’autonomia sufficiente per pagarsi un alloggio per conto proprio.

Il mio primo incontro con s. Luca risale a parecchio tempo fa, più di cinque anni, quando, ancóra reduce da un’allucinante permanenza a Genova, di qualche settimane, durante la quale m’ero buscato un’infezione a un piede, seguìta da febbrone altissimo, una sera verso le 18.30 telefonai al numero della parrocchia, trovato su un elenchino, già allora non aggiornato, fornito dal SerMig, dove una damazza piemontese molto tipica mi aveva portato ad informarmi. Ero in condizioni tali per cui i vecchietti mi cedevano il posto sugli autobus e i controllori rinunciavano a farmi la multa, ricordo, e bazzicavo molto la Biblioteca Reale, di p.zza Castello, che è poi la vecchia biblioteca dei Savoja, da Carlo Emanuele I in poi, ed è ricca pertanto di testi risalenti all’epoca in cui il primo duca che dirozzasse se non il Piemonte almeno Torino con un’efficace politica culturale aveva chiamato a corte molti dotti & virtuosi: seguìti, col susseguirsi di altri duchi, da altri dotti & virtuosi, trasformando la capitale dello stato sabaudo in una capitale culturale senza pari per tutto il secolo di fango. Chiesi ingenuamente a una delle bibliotecarie se sapesse dove si trovava via Negarville, nel caso fossi riuscito a farmi accogliere, e, nonostante la Reale sia nel cuore del cuore della città e il dormitorio sia immerso nell’informe strapopolare dell’estrema periferia, mi seppe dire sia dove fosse locata sia quale mezzo avrei dovuto prendere, vale a dire il 63 – s. Luca è al capolinea. La telefonata si risolse in un nulla di fatto: una voce che mi parve dura mi disse che sarei dovuto passare in serata e parlare con i responsabili. Quando mi vi recai, verso le 20.00, trovai una specie di sosia di Lionello, molto gentile, che mi spiegò chiaramente che la permanenza era a pagamento (“Anche noi abbiamo delle spese”, mi disse), ma mi chiese quanto avessi in tasca – essendomi rimasti 15 euri, una di quelle cifre che non si sa come spendere, in strada, senza buttarle quasi letteralmente nel cesso, mi disse di tenermele pure, ma che non avrebbero potuto tenermi per più di due notti.

Erano quasi tutti stranieri, e comprendevano anche minorenni e donne, chiaramente dislocati in modo da evitare promiscuità; il posto era pulito e tranquillo. Conobbi tra l’altro due ragazzini albanesi molto sfortunati, uno con una voglia di fragola enorme su metà del viso, che faticarono a inquadrarmi come italiano e mi chiesero di che religione fossi (pensavano musulmano, perché ero “barbòto” – non mi facevo la barba ormai da un mese e mezzo).

La volta seguente che fui a via Negarville fu durante i mesi più duri dell’inverno, tre anni fa, dato che durante la cosiddetta emergenza freddo la struttura sgombrava il guardaroba, sistemandovi tre letti a castello, e ospitando sei barboni mandati a turno dal call-center per quindici giorni a cranio. La stanza, dato che c’era solamente un piccolissimo termosifone, era freddissima, ma cambiavano lenzuola ed asciugamani, facendo trovare il letto rifatto, una volta ogni tre giorni, ed era possibile mangiare gratuitamente, senza versare l’obolo di un euro, durante la permanenza secondo quella formula.

Dopodiché, mai più via Negarville: non che agl’italiani, purché pagassero, fosse impossibile permanere, anche per più mesi (sei ce ne passò un amico mio, da anni fuori dal giro, perché aveva ricevuto gli arretrati dell’invalidità tutti insieme, e poteva permetterselo), ma io non ho mai avuto abbastanza soldi da poterci rimanere senza strozzarmi, sicché non ci sono più andato.

Stamani qualcuno ha cercato con qualche motore di ricerca ” incendio dormitorio via ormea torino”: l’ho visto sulla dashboard. Quando, per esempio, successe che un operatore di Carrera, di cui vanamente si cercherebbe notizia in rete, aveva accoltellato un collega, per esempio, il nome+cognome dell’operatore è apparso per più settimane nella mia dashboard – nome+cognome citati nella petizione firmata, oltre che dalla stragrande maggioranza degli operatori dei dormitorî di Torino, anche dall’ineffabile Anna Chiarloni, della cui presenza su quella lista mai nessuno m’ha spiegato il motivo (che devo essere io, è ovvio, ma a me sarebbe piaciuto avere i particolari; purtroppo, dopo che inviai una mail all’operatore meglio informato di Foligno chiedendogli che ci facesse quel nome+cognome in quella lista, i nostri rapporti e-pistolari si sono definitivamente interrotti. Ma sto divagando, e non è bene uscire dal seminato).

Sicché la dashboard può informarmi, indirettamente, delle cose che succedono a livello dormitorî; e poi c’è qualcuno, anche, del Comune di Torino, che passa a léggere, o chiede periodicamente agli operatori di Foligno “se Ramanzini ha ancóra il blog” – sia prima sia dopo che Andrea Guazzotto si prese la briga di venire a intimidarmi e minacciarmi, il 21 giugno scorso, quando accompagnai l’operatore meglio informato di via Foligno al rituale solstizio d’estate del Gabrio (con torneo di calcetto annnesso), sbavandosi addosso e piagnucolando che andavo a minacciare e gridare oscenità “sotto casa delle donne” – richiesto più tardi dall’operatore meglio informato di via Foligno che cosa avesse inteso significare con quest’ultima affermazione, ha sostenuto di aver saputo da terzi che forse la cosa si era prodotta con quarti che però non si sapeva chi fosse esattamente, &c. &c. Ma questa è un’altra divagazione, e non c’entra praticamente nulla.

La dashboard mi dà notizie, come dicevo: solo che stavolta, come ho evinto poi da City, quando ne ho raccolto una copia da una panchina, la notizia era sbagliata: non di via Ormea si trattava, ma di via Negarville; ed è questo il motivo per cui ne ho cominciato a scrivere qui sopra.

Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 corrente mese qualcuno s’è infilato alla chetichella nel dormitorio – ma qualcuno ha intravisto un’ombra – dirigendosi verso un sottoscala dove era parcheggiato uno scooter. Qui ha dato fuoco a un po’ di carta, che ha causato uno sprigionamento di gas velenosi – quelli della vernice dello scooter, dato che la carta era sotto esso? – che ha intossicato cinque persone. Non c’erano molti senzatetto a dormire a v. Negarville, quella notte: stupisce forse un po’ che si tratti soprattutto di italiani, otto, contro un rumeno solo, ma non il fatto che si trattasse solo di nove persone perché effettivamente, in tutti i dormitorî, la notte tra sabato e domenica c’è una sensibile flessione nelle richieste di ospitalità. L’incendio, sia stato o no intravisto il colpevole, si è comunque sviluppato notevolmente, perché le fiamme hanno avuto il tempo di danneggiare diversi locali, rendendo inagibile l’intera struttura. Attualmente tutti gl’intossicati stanno bene.

Quanto al movente, dato che l’incendio è sicuramente doloso, il giornale (p. 21) dice: “Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, non tralasciano nessuna ipotesi: stanno cercando di capire se il nrogo è frutto di un atto vandalico “degenerato” o se si tratta di un preciso messaggio nei confronti di qualche ospite della struttura”, che è già una restrizione della gamma di notevole impegno. Infatti, ridurre il movente alla bravata di un giovinastro fascistoide o ad un regolamento di conti tra ospiti è escludere, automaticamente, una terza possibilità, che è quella di una vendetta nei confronti di chi tiene una struttura.

La polizia (nella fattispecie gli agenti del commissariato di Barriera Nizza, che sono incaricati delle indagini, ma il discorso vale per tutta la P.S.), devesi sapere, non conosce molto bene i dormitorî; ha di norma idee molto vaghe su quelli che sono i cómpiti degli operatori, non riesce a cacciarsi in testa, il più delle volte, che essi operatori hanno effettivamente autorità, per quanto riguarda certe cose e non altre, equiparabile a quella di un pubblico ufficiale, e che la struttura, che effettivamente ha una funzione di mero contenitore, essendo frequentata dallo stesso giro, barbone più barbone meno, di persone, tende ad essere una via di mezzo tra un mero contenitore, appunto, ed una sorta di comunità un po’ lasca. Nella quale i rapporti tra utente e operatore, come figura istituzionale e no, possono essere piuttosto complessi, e all’occasione anche critici. Di là da quello che la polizia sa o non sa, in una vita ricca – dipende da come la si prende, come tutto, è ovvio – di frustrazioni come quella dell’utente di strutture simili, la maggior parte degli attriti e dei conseguenti rancori sono radicati, per motivi che a me, per esempio, non sono affatto oscuri, nel rapporto con gli operatori. I quali, essendo in un buon numero di casi trenta-trentacinque-quarantenni dalle competenze zero che hanno risolto il problema abitativo e professionale a spese del Comune, e non vogliono in nessun caso rinunciare alle scanzonate soddisfazioni di una vita guapponesca & semi-brada, finiscono, con una frequenza che ha dello spettacolare, in primis col commettere errori difficilmente perdonabili, secundum – e di conseguenza – col crearsi inimicizie mortali.

Di via Negarville, come ho già pletoricamente esposto, non so nulla: nel senso che per quel pochissimo che ne ho visto mai nulla vidi di irregolare o potenziale ispiratore di vendetta.

Ma quello d’incendiare un dormitorio è il sogno proibito di molti utenti. Anche del sottoscritto; che avrebbe volentieri innaffiato di benzina e dato alle fiamme strada Castello di Mirafiori 172, finché ci fu, preferibilmente con Valter il fascio e Federica dentro; ma avrebbe anche lanciato molotov (posto ci fosse qualcuno che gl’insegnasse, bene, come si fanno senza saltare in aria prima del lancio) contro le finestre di v. Carrera (che effetto scenografico, quelle fiamme a divampare nei corridoî pur mo deserti, silenziosi e buî!), preferibilmente centrando in testa Laura Scarpellino, la quale però, purtroppo, è andata a vessare i malati di mente in qualche struttura diversa dai dormitorî – e chissà quanto danno starà facendo. Ma mica è sempre e solo colpa degli operatori. Il qui presente avrebbe infilato la bocca di un lanciafiamme nella finestra rotta della tal stanza di c.so Tazzoli in cui un certo bidone di merda intitolato “Titti” stava smaltendo le birre della sera prima (con conseguente e tale concentrazione di gas da rendere possibile l’esplosione dell’intero container, con un pajo almeno degl’isolati circostanti); ma, anche qui, non senza distruggere le due zoccolette neoassunte & feticiste del calzino zozzo che me l’avevano caricato contro – come mi disse il companio Antogno una volta, “È sempre colpa degli operatori”. Aveva ragione. Alcuni sono autentici mostri.

La calma di via Negarville, insomma, l’impressione generale di correttezza, potrebbero essere solo apparenti: in posti del genere non mancano mai motivi per gesti estremi – i quali gesti estremi, tuttavia, non sono quasi mai compiuti. La gente che frequenta queste ultime spiagge è ridotta come gli zombie: fanno paura, anche piuttosto schifo, ma sono tardi nei movimenti e difficilmente riescono a far danno. E tuttavia di tanto in tanto questo succede. Quasi quattro anni fa i dormitorî della Parella (Carrera, Castello [oggi non più esistente, e rimpiazzato dal containerone di s.da delle Ghiacciaje] e Tazzoli) e quello di v. Traves furono oggetto di una serie di strani attacchi: qualcuno si era preso la briga di portar via tutti i computer dagli ufficî, catorcî malissimo ridotti da caduno dei quali nessun essere sano di mente avrebbe potuto sperare di ricavare più di venti euri, a dir tanto. Alla fine si scoperse che si trattava di alcuni rom, in particolare uno, già ospite delle strutture; mi rifiuto di pensare che si trattasse di un furto serio. Era indubbiamente uno sfregio, il cui risultato fu quello di distruggere anni e anni di registrazioni di dati sensibili: gli operatori dovettero rimettersi di pianta a ricostruire, sulla base dei foglî compilati a mano sera per sera, tutte le presenze. Il ladro, credo anche con i suoi complici, o almeno qualcuno, fu còlto dopo l’ennesimo tentativo – c’è stata, ed è interessante, anche questa ostinazione, che l’ha riportato sempre sui luoghi –, in pieno giorno. Bloccato dagli operatori, fu poi portato via dalle forze dell’ordine.

Il momento dei furti non è effettivamente casuale. I dormitorî sono strutture abitate quasi esclusivamente di notte, specialmente dalle 20.00, o qualche minuto prima, alle 8.00 del mattino seguente. Questo rende soprattutto le strutture situate in mezzo agli abitati – particolarmente inattaccabile sembra Foligno, per la sua struttura monoblocco con un ingresso solo sulla strada; anche se, durante i lunghi lavori per la ristrutturazione e il tinteggio della facciata, pare che fosse possibile ad un gruppo di senzatetto particolarmente intraprendenti salire al piano superiore (solo il pianterreno è adibito a dormitorio) attraverso una delle finestrelle servendosi dell’impalcatura – non tanto facili da attaccare. Infatti, durante il giorno la visibilità è ovviamente massima, e qualunque passante, o casigliano da una finestra vicina, può testimoniare l’eventuale malefatta; di notte, invece, quando le tenebre concedono il loro favore, la struttura è piena di gente, ed è presente un operatore. Ne consegue che chiunque abbia un piano malvagio minimamente articolato sarà dissuaso dall’agire durante la notte, senza contare gli esclusi, quelli che tutte le sere rimangono fuori dal dormitorio a causa della disponibilità di posti, tragicamente insufficiente, e che – a seconda che i dintorni ne diano l’agio – dormono con sacchi a pelo e coperte e cartoni nelle immediate vicinanze. Ne consegue che un furto, in specie di oggetti dell’ufficio, può essere ragionevolmente tentato solamente di giorno.

Un’aggressione no: quella sarà necessariamente concepita come toccata e fuga, e, dato che nessun dormitorio si presenta come propriamente “danneggiabile”, specie nella parte esterna, essendo che come strutture, container o muratura, fanno tutte abbastanza schifo e comunque nessuno bada alla forma, l’alternativa unica è quella del fuoco: danno, insomma, a rigori non se ne può fare; se proprio uno pensa a lasciare l’impronta, pensa direttamente alla distruzione totale. Chiunque, per quanto riguarda queste cose, si gestisce come vuole: né è mai da escludersi, in chi abbia inclinazione per questo genere di gesti, una discreta – e variabile – dose di sprezzo del pericolo. Ma è difficile che si pensi a scatenare un incendio in pieno giorno, quando la guardia è alta. Occorre combustibile, occorre comburente, e ci si deve poter muovere, almeno per la gran parte del tempo necessario, con la certezza che non sia immediatamente identificabile la natura dell’atto compiendo. Quindi è assai difficile che una vendetta ai danni dell’istituzione, nella figura di qualche indegno para-servitore dello Stato, avvenga quando la struttura non sta ospitando compagni di sventura. I quali potrebbero non essere affatto i bersaglî della vendetta, ma semplicemente una parte del contesto non escludibile da parte di chi si appresta a colpire.

Alla fine dei conti, comunque sia andata, finisce col venire a mancare un altro dormitorio, che peraltro aveva la sua funzione anche per quanto riguarda l’emergenza freddo. Un’altra risorsa per l’emergenza freddo è venuta a mancare dopo la chiusura di strada Castello di Mirafiori nel corso di quest’anno; perché i vecchî tenutarî di quel letamajo sono stati trasferiti nella già citata s.da delle Ghiacciaje, che aveva accolto i rimasuglî dell’antico Piazzale speranza, prima in via Carrera 58 (la stessa via del dormitorio Parella, che però è nella ex-scuola in fondo alla via, al n° 181), il quale Piazzale Speranza, fiore all’occhiello di quell’affascinante realtà aliena di don Innocenzo “Enzo” Ricci, dava una cinquantina di posti d’emergenza freddo. Oltre a questi, gli anni passati, la Protezione civile dava ricetto in ben due campi due dentro il gelido parco della Pellerina a un’altra cinquantina di barboni, senza che fosse necessario esibire documenti di sorta – quindi ci potevano andare anche i senza permesso di soggiorno. Tre anni fa una megarissa scoppiata nottetempo ebbe il potere di disamorare la Protezione civile da siffatte iniziative: entro le 4.00 del mattino tutti gli ospiti erano stati messi alla porta, e la struttura era stata immediatamente smantellata.

Un trafiletto dello stesso City, accanto all’articolo dedicato all’incendio di via Negarville, annuncia che quest’anno “sarà uno solo il punto di accoglienza allestito per dare riparo alle persone senza fissa dimora. Sarà localizzato nel parco della Pellerina”. La novità di quest’anno è che il Comune “emetterà”, quando non si sa, “un bando pubblico destinato a organizzazioni e associazioni che abbiano sede operativa e svolgano l’attività a Torino”. E siamo già al 16 di novembre, quando gli altri anni si era già cominciato a pensare a sistemare i varî relitti umani entro la fine di ottobre; benché altri inverni degli ultimi anni siano stati meno rigidi di questo.