Quanto mi mancava di sapere, l’ORSETTA VAN BEEKHVIZEN me l’ha detto di fronte ad un sontuoso high tea nel salotto verde, o così denominato nonostante di verde ci fosse ben poco, che passa per essere, nella casa, per il salotto buono (col che non intendo indurla nel marchiano errore di pensare che gli altri siano o men buoni o cattivi addirittura), dove davanti ad un Samovar appartenuto a Cui e ad un chilo e mezzo di diplomatico per converso freschissimo (col grammarniè), m’ha ragguagliato sugli ultimi sviluppi (mentre dal piano superiore riverberavano strani cavernosi mugolii, tra’ quali non era tuttavia affatto insensibile proprio la qualità timbrica singolare di quella famosa Voce, che si sovrapponeva così disarticolatamente a quello che mi sonava come un timbro un po’ sgranatino anzichenò, un soprano non fors’a me incognito, in una registrazione della Traviata [né avrei mancato a suo tempo di reminiscere in effetti in quella voce Mariella Devia]: un contrappunto, o per meglio dire ensalada, un po’ perplettente intercalato qua e là da un rumore vago, come di uova spiaccicate sopra uno schermo televisivo, e ad ogni spiaccichio pareva a me di orecchiare alcune espressioni che ‘l tacere è bello, inframezzate a taluni franchi porcoddii, e forse più circostanziate accuse alla cantante da me testè nominata), che sono stati drammatici, per non dire tragici, e che qui riassumo alla meglio: durante la generale di fronte ai familiari & eredi del compositore, & ai committenti, la Zia s’era intesa poco bene, e il Teatro era stato sfasciato [parole testuali dell'Orsetta; poi dirò a S.D. che relazione vi sia tra il malessere accusato dalla cantatrice e la genuina devastazione della vetusta sala], e il dott. Seminacoccole, contestualmente, era purtroppo venuto a mancare: “Ora, come dicevo, questo delizioso incrocio di porcellino nero angolano e diavolo della Tasmania”, proseguì quindi l’anfitriona, e mi pregio farLe notare che si riferiva al topastro che aveva causato quel vivamaria poc’anzi, “porta il nome d’una gloria d’antan, come Spontini”, e qui m’indicò un povero primate, credo uno scimpanzè, vetusto e spelato, semiaddormentato contro lo spigolo dell’uscio, “e Weber”, e qui fe’ segno verso un miserando psittaco, credo un ara, tanto macilento da parer dover cadere in pezzi da un momento all’altro, mezzo cieco, malcerto su un trespolo tutto sconcacato, ed impegnato perlopiù a tirar sù col naso; mentre l’animale, vedendosi osservato, dando prova della congenita tendenza di sua razza all’esibizione d’abilità singolari, sciorinava con molta esattezza la composizione dell’Efferalgan, l’ORSETTA concluse il suo discorso, inghiottendo l’ultimo pezzo di diplomatico: “Vieni, tesoro, ti faccio vedere in quali condizioni del signore versa oramai la povera zia Pellandra”, e presami per mano mi condusse nel più perfetto silenzio – salvo i rantoli che venivano dal piano superiore – dalla Zia, aprendomi d’innanzi gli occhj un teterrimo, pietosissimo spettacolo: la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA, seduta, o apparentemente inserita, incastrata, nell’interno d’una carrozzella VertigoWheel 668H (quattro marce, cinque velocità, 100 km con un pieno, autonomia di 15 min. per brevi voli entro i 5 m d’altitudine, cambio automatico, risparmio energetico, diesel, con ciambellone regolabile, cesso chimico incorporato a tenuta stagna e frigobar), scarmigliata Tisifone, non più ministra delle Muse, ma sinistra evizione di sé stessa, od orrida befana, con una crocchia raccogliticcia sistemata inconditamente a destra dell’occipite, con un ferro da calza infilato dentro [nella crocchia, non nell'occipite], gli occhj iniettati di sangue, un rictus d’ebete ferocia, di torva demenza a distorcere le fattezze da doccione, o d’antefissa, pretendeva pettinarsi i cernecchi rigidi che penzolavano liberi a sinistra del capo per tramite d’un bicchiere d’aperitivo, mentre coll’altra mano raccoglieva ad intervalli regolari uova scadute da una pila di cartoni, gettandole contro lo schermo al plasma da 118 pollici, laddove, attraverso lo spesso, sempre più spesso, sbarramento di di albume e tuorlo attaccaticcio era distinguibile la prelodata Devia Mariella, impegnata nel duetto con Germont; e mentre la cantatrice deversava da tutti gli altoparlanti tutt’i tesori dell’arte sua, la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA, con un odio indescrvibile stampato sul mascherone, sensibile persino nell’atto d’afferrare le uova, che talora le si rompevano in mano, colando in lunghe filacce viscide sul pavimento, dove la pozza s’era andata facendo enorme, gettava le malandatezze contro lo schermo, cercando di beccare esattamente la Devia, con più feroce, dispettosa voluttà nei momenti più difficili: le sue intenzioni, imbarazzantemente chiare in mezzo al tanfo fognato esalante dalla pozza piaccicosa sotto lo schermo, erano esplicitate ulteriormente da quello che poteva cogliersi dei suoi bofonchii: “Stronza!… e quello… gghhf… sarebbe un re?”, e giù uova marce, anche due o tre di fila, mentre il lago s’allargava, e il fetore si faceva più insopportabile: talché sbalordita mi volsi verso l’Orsetta, la quale con aria sconsolata aperse le braccia, come a dirmi che sì, la scena era spaventevole, ma non c’era altro modo per tenère tranquilla la signora Zia, che questo era stato fatto per allevio alle sue tormentose condizioni psichiche, e che non implicava alcuna valutazione critica oggettiva sulla cantatrice in questione; e ad ogni buon conto, articolatamente, soggiunse: “Le pareti sono tutte imbottite, e anche lo schermo è di materiale plastico deformabile”, e non aveva finito di dirlo che la porta dond’eravamo entrate si chiuse di scatto, e da appositi bocchettoni fuoruscì acqua saponata, che si sparse su tutto il pavimento, mentre lo schermo a sua volta era irrorato; dopodiché l’acqua saponata a terra fu parzialmente assorbita dagli stessi bocchettoni, donde uscì altra acqua, fredda, per il riasciacquo, e poi un dolce teporino, che rasciugò perfettamente le nostre scarpe e il pavimento; dopodiché si ripartì daccapo, lo schermo si oscurò e riprese a restituire immagini, mentre la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA, pregustando la prossima scena, batteva le mani, con allegria maligna; e dinanzi a noi furono sciorinate parecchie immagini, dalla Fille du régiment con la Dessay (quattro vassoj quattro spettarono alla scena in cui la cantante dava una culata per terra durante la scena della lezione), Armida con Renée Fleming (ogni nota dei lunghi vocalizzi di “D’Amore al dolce impero”, con virtuosismo sorprendente – della Pellandra – , fu gratificata con un proprio uovo, una mitraglia che sparò schizzi putridi in tutte le direzioni, costringendoci a riparare dietro un sofà, che costituiva l’unico altro oggetto d’arredo della stanza), I Puritani con Anna Netrebko (qui la Pellandra van Beekhuizen si limitò ad un lancio regolare e costante, fino a totale copertura dello schermo), Cenerentola con Joyce DiDonato (vassojo intero ad ogni acuto, con tanto di risatazza gorgogliante e applauso), ma la cosa più sconvolgente avvenne quando lo schermo cominciò a restituire le immagini, e gli altoparlanti i suoni, di un sapiente medley dei momenti più opinabili di Cecilia Bartoli, da Sacrificium alle arie rossiniane, a Clari, da Sonnambula al Barbiere: una kalì ipercinetica si sostituì alla demente vecchiarda, catapultando uova fetenti in tutte le direzioni, imbrattando interamente le pareti, le due innocenti disgraziate presenti, il sofà, il televisore, il soffitto, la Pellandra medesima: la quale, terminate finalmente le uova, azionò non so più che pistolino sul bracciolo, e come un ariete contro il vallo d’Adriano prese a dare testate da orbi allo schermo, il quale, infrangibile e gommoso, si deformava ad ogni colpo, allargandosi ed allungandosi mentre l’ignara Bartoli assumeva gli aspetti più incònditi, come in un’anamorfosi continua, o in una di quelle case degli specchj dei lunapark – mentre gli altoparlanti, senz’alcuna deformazione, continuavano impassibili a testimoniare con grande fedeltà ogni colpo di glottide, ogni emissione fuori maschera, ogni sforzando, ogni acuto vetroso; e mentre i colpi, impressionanti, si succedevano ai colpi, l’Orsetta mi disse: “Non ti muovere. Non dire niente. Smette da sola”, e infatti, gradualmente, la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA andava, evidentemente, fiaccandosi, rallentando i movimenti ossessìvi in avanti e all’indietro, e l’intensità delle capate, finché il movimento alternato si fece regolare e lento, a cadenzare una lugubre nenia ad occhj e bocca chiusi, che lei stessa si cantava, – finché una pioggerellina profumata cadde sui giusti e sugl’ingiusti, una doccia calda ed un favonio quasi impetuoso completarono la teletta delle astanti e della stanza, lo schermo si rifiutò di trasmettere altre immagin e l’Orsetta disse: “Adesso basta, Zia. Andiamo in tavola”.
790. Il basilisco allo specchio. III.
16 genMa già m’immagino, a quest’oggettivamente personalissimo sfogo, gl’improperj, i rimbrotti, i sacramenti che S.D. rivolgerà, magari non solo mentalmente, al mio indirizzo, appollajata sulla sedia che balla al tavolaccio di fòrmica del nostro – me lo lascj dire: modestissimo – angolo cucina-cesso, inferendo che con la precedente notazione l’indegnissima sua nipote abbia voluto implicitare l’accusa alla mancanza di previdenza, all’incuria, e metticaso anche alla malafede della riverita Parente per le sue attuali condizioni economiche fetuse; perlocché, precisato assai doverosamente che, se tanto alla S.D. è parso veder trasparire dal concetto evocato dalla qui scrivente, ha perfettamente ragione, proseguo col dire che nonostante la buon’accoglienza da parte della BEEKHVIZEN non tanto PELLANDRA quanto in realtà ORSETTA, non fosse assolutamente da mettere nel conto, essa fu tuttavia & nondimeno tale, ed anzi non solamente buona, ma bonissima, fatta eccezione – pur rimanendo ciò esente da qualunque intenzione maligna delle Beekhuizen & una & due – l’impatto col fico fiorone del cancelletto, che induce riverenza grande, quello col sepolcralissimo targone del venerando signor Padre, e quello, di cui ancòra non dissi e di cui ora dirò, con una piccola forma nera, che, emettendo acute e sgradevoli strida, non appena sfiorai il campanello a forma di biscroma, si slanciò, con rapidità indescrivibile, troppa per potersi lasciar identificare, dalla gattajola aprentesi nell’angolo inferiore destro della porta d’ingresso, dipinta di nero e con sopravi apposto per mo’ di battente il mascherone funebre, in scala 2:1 in circa, del signor Padre di beata memoria: insomma, una bestiola, in apparenza, di pelo corvino che, sfuggita probabilmente a qualcuno della casa, si dava adesso a scorrazzare, o imperversare, per il giardino, eradicando in un turbine irresistibile due floride siepi di sarcococca confusa, un pino nano, e un opulento cuscino d’immortelle, che rimase tutto sepolto tra zolle di terra secca, laddove il misterioso animale si dava ora disperatamente a fendere, evidentemente mulinando le zampine anteriori, le glebe, con lo scopo presto chiaro di scavarsi un riparo sotto la superficie: progetto tuttavia frustrato, poiché, dalla porta appena postergata dal mostriciattolo, eruppe, io direi persino, colla massima violenza, una figura di qualche familiarità – una donna d’età indefinibile tra i venticinque e i sessant’anni, dal caschetto color topo, un fiocco color paonazzo sulla coppa del capino, gonna a campana a mezzo polpaccio, zinale trinato immacolatissimo, calzette di seta color Isabella, pantofoline ricamate d’identico colore della gala in testa – , la quale, nell’atto della massima disperazione, si mise a far concorrenza agli strilli incomportabili del per me non precisabile animale, ma articolando in lingua riconoscibilmente aumana un nome proprio, e un’interrogativa: – Elmireno! – berciando quella strana figuretta – Dove vai? – , al che, senza scorger me in attesa dietro il fico fiorone in ferro battuto, senz’aver evidentemente inteso il mio discreto scampanellio, si catapultò verso il punto in cui la bestia faceva volare le zolle in ogn’indove, in un vortice che nulla faceva intravedere, mentre la porta d’ingresso, stando al tonfo evidentemente colla chiusura automatica, sbatteva alle spalle della donnina curiosa, e le fattezze argentee del capostipite & patriarca, assorbendo l’urto, si mettevano tristemente ad ondeggiare in qua e in là come un pendolo, o come appunto fa una campana a morto: dopodiché la donnina così leziosamente accismata, senza evidentemente nulla temenza per lo zinale candido, per le calzette, per le pianelle, con uno slancio di precisione ed energia del tutto sbalorditive si tuffò sull’occhio del ciclone, mettendovi dentro le mani con una sicurezza, un’impavidità che non so se mi suscitasse più ammirazione o più terrore, facendo cessare il mulinio – non tuttavia in tempo per non rimanere inzaccherata da capo a piede, con immortelle rimaste infilate in ogni interstizio, tra corpetto & zinale, tra’ capelli, nelle scarpine – e, finalmente, recando a trofeo uno degli animali più brutti che abbia mai veduto, de rostro o in effigie, e persino nei più impressionanti documentarj, nero come un idropiceo, peloso come un gibbone, irto come un porcospino, rincagnato come un mastino, del tutto simile ad un topo di fogna incredibilmente camuso, grosso e obeso: eppure la vizza damina non ne aveva alcuna revulsione, anzi, trillando nuovamente quello stupido nome ridicolo, “Elmireno”, cinque o sei volte – il nome della sconciatura, è lampante – , se lo iva baciando, & stringendo al pettuzzo piatto, se non incavato, facendogli mille feste e complimenti, che la bestia accoglieva con furibondo disgusto, cercando di sottrarsi in tutt’i modi, anfanando, io credo, ovvero dando fuori certi suoni d’ingolfamento che per l’innanzi avevo solamente udito, signora Zia, dal cesso di casa nostra quando rimase otturato per via di quella testa di scorfano che ci buttò Lei dentro; nonostante meritasse tanto mediocremente tutto quell’amore, l’animale d’inferno non ebbe scampo, e dovette per forza di cose seguire mammina dentro casa; la qual mammina, però, tra un’apostrofe amorosa, un baciuzzo, un solletichino all’aborto, che la fissava con occhietti ineffabilmente pieni d’odio, mentre s’avviava a rientrare, ebbe modo & occasione, senza ch’io, basita a quella scena e timorosa peranco di dare incomodo, o d’esserne – per dirla chiara & intera a S.D. – cacciata a pedate, ne attirassi l’attenzione, di gettar lo sguardo verso il cancello, dove con la coda dell’occhio doveva per necessità di cose aver percepito alcunché; al che, dato un secondo e più lucido sguardo, ed anzi squadrandomi con stupore, come colei che cerca negli erarj della memoria qualche impressione pregressa, qualche sepolto ricordo visivo, si fece innanzi, fino ad avermi ben chiara innanzi, e rendersi chiara a me, e poi mi domandò: “E potrò escludere di trovarmi, putacaso, di fronte la Ferdinanda degli Archilei, vale a dire la sostituta della signora Zia?”; al che la mia risposta poté solamente essere: “Escludere è sempre possibile, ma talora escludendo si fa torto al vero, che se ne vendica con sonore smentite; e io non posso se non dichiarare apertamente che il mio nome è fattivamente quello; che esso corrisponde alla mia persona; che la mia persona sono io, e che quel nome la designa; mentre a me dinnanzi, di necessità, dev’esservi la nipote della Zia”; al che il cancelletto fu aperto da costei, che si preparava ad essermi anfitriona, e seguirono saluti un po’ meglio articolati, e l’Orsetta, dopo essers’infilata sotto il braccio sinistro quel coso terrificante, mi fece entrare, con molta cortesia, nel frattempo spiegandomi quello che in fase liminare era assolutamente indispensabile ch’io non ignorassi; vale a dire che: 1. alla signora Zia – e perdonassi se non la trovavo briosa & frizzante come sempre l’avevo intraveduta (perlopiù di lontano) – era stata diagnosticata la sindrome di Menier, ma sostanzialmente era un altro modo per dire che era rincoglionita; 2. sì, potevo vedere tutto quello che volevo, non che le facesse piacere, ma tanto la VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA non era in grado di registrare una mazza, e soprattutto lei in persona, ossia – dico – l’Orsetta, aveva pietà della sottoscritta al pensiero di come l’avrebbe trattata quell’arpia rompipalle [riferisco] di S.D. quando fossi tornata a casa senza le notizie richieste; 3. non era possibile stabilire se e quando la signora Zia sarebbe potuta tornare in quadro, posto – con licenza parlando, io continuo a riferire – ci fosse mai stata per prender parte alla prima assoluta del GIO. DOM. BERTVLESSI, NOVO VLISSE, melodramma serio contemporaneo di Cordelio Stroppia; e, già che c’era, aggiunse che non solo la Zia al momento era fuori uso, ma anche il teatro dell’Opera aveva avuto necessità d’alcuni interventi di manutenzione straordinaria del tutto improcrastinabili, e che gli auspicj della Sovrintendenza, in linea con la volontà del compianto Sovrintendente, era che la Zia si rimettesse al meglio, e che debuttasse nel ruolo, altrimenti, con me come unica sostituta, con l’educazione da straccioni [riferisco] che avevo ricevuto, i metodi delle palle [riferisco] di S.D., la mia conoscenza sicuramente lacunosa [riferisco] della parte, il fatto che quel cencio di voce che mi rirovavo sarebbe andato a farsi benedire, & da quant’ha, grazie alle serque di pugni in gola [qui ci dev'essere un'allusione a S.D. Io, comunque, riferisco], che ormai sono come una piva sfondolata, a parte il fatto che non sono mai riuscita a distinguere un do diesis da un dito nel podice… – ma a questo punto la filatessa s’è interrotta, perché, interloquendo, non ho potuto fare a meno di chiedere: “Perché compianto, il Sovrintendente? Che cos’è successo al dott. Seminacoccole?”, al che l’Orsetta ha risposto, con grave semplicità: “Oh, ma è morto”, soggiungendo sùbito, rivolta al mostro peloso, che non smetteva di emettere certi suoi guajolii rantacosi: “Ormai di Elmireno è rimasto solo lui”; e ha carezzato l’abominio sul dorso irto.
789. Il basilisco allo specchio. II.
11 genAl che non potendo la scrivente in alcun modo opporsi, e la di Lei D. lo sa meglio di lei, accompagnata dalle di Lei medesima ultime misurate prescrizioni (“Vai, cretina! E non dimenticarti di guardare nel frigo!”), ha preso il tassì, e s’è fatta condurre, per la modica spesa di euri 62,14. (causa lavori che hanno costretto ad un cambiamento di percorso, e all’attesa di ore 2. davanti ad un passaggio a livello), davanti la casa suddetta di via dei Pini n° 17, Città, della quale converrà bene che la scrivente dichiari sin d’ora trattarsi di gradevole palazzina in stile Padri fondatori – con ingresso ornato di grifoni rampanti in ghisa, tre cuspidi traforate in stile neogotico alla sommità e bovindo con doppia fila di leoni assiri per tutta la lunghezza; informazioni cui sarà di mestieri aggiungere che l’ingresso fa peraltro pompa d’un’estesa lapide di marmo venato grigio inciso a cifre sanguigno, o perso, rammentativa del committente [IO, GEDEONE VAN BEEKHVIZEN, | STRAPPATO DA L'ASPRO MESTIERE D'INGEGNER MECCANICO A LA SOAVE MIA 'S GRAVENHAGE | MVTAI PER IL PORTO ASSOLATO D'ELIOPOLI IL POETICO GRIGIORE DE 'L MARE DEL NORD | DE I MIEI SOGNI PERDVTI IN TRE CAVE DI MARMO, IN DICIOTTO CANTIERI, SOTTO LE FONDAMENTA DI TRECENTOQVARANTOTTO PONTI DI VARIA GITTATA | NONCHE' NE LA TERRA CHE GRAVA DOMELA MIO PRIMOGENITO FIORE ANZITEMPO SVCCISO, VNA MIA GRISELDA FIGLIVOLA TENERISSIMA ASSORTA NEL SENO D'ABRAMO NE L'ETA' SVA D'ANNI TRE, MESI QVATTRO, GIORNI CINQVE | RESA DEFICIENTE AFFATTO DA TABE CHE PER LI RAMI GIVNSE A STRANGOLAR LA VITA ANCHE DE LA MIA SIG.RA MADRE LA SIG.RA D.A MAGGIORANA VERHOEVEN, | INCIELATA D'ANNI NOVANTA, MA GIOVENIL LA CHIOMA | DI DVE DILETTE ZIE, OTTO NEPOTI | NE LA TERRA CHE ABBRACCIA IL FERETRO DE LA MIA SPOSA ROSALINDA DE KOCK STRONCATA DA MAL DI PIETRA | IO VENNI IN QVESTE QVATTRO MVRA AMOROSAMENTE COMMESSE, ESORNATE DI TVTT'I FREGJ DE L'ARTE, SORRETTE DA LE PERITE LEGGI DELLA PIV' SODA SCIENZA | A RINCHIVDER I LACERTI, SOLITARIO CO 'L CVUOR MIO ESVLCERATO & IL SORRISO CONSOLATORE DE L'ANGIOL MIO PELLANDRA | CVI LE MVSE SORRISERO IN SV L'AVRORA, & CHE CON GENIO EREDE PARE A ME RIASSVMERE IN SE' ONNINO IL CARATTERE DI MIA FAMIGLIA | QVI FINALMENTE IN PACE ASPETTO SERENO LA GLORIA AL POSTREMO GERME A ME AVANZATO, & INFINE IL RICONGIVNGIMENTO NEL BACIO DE L'ENTE SVPERIORE IMAGINARIO CO 'L RESTO DI MIA RAZZA | A RICOMPOR NELL'INCORRVTTIBILE OGNI FRONDA DE LA PROVATA PIANTA, CHE QVI IN TERRA DOVE' RESISTERE FINCHE' CIO' POTETTE A L'IMPETO DI TANTE E TANTE CRVDELI TEMPESTE | TV CHE VARCHI 'L BREVE VSCIOLO CHE NE 'L FERRO BATTVTO RECA LA FAMILIAL MIA IMPRESA (IL FICO FIORONE) | PVOI TV DIR DI TE STESSO ALTRETTANTO? | SE COSI' NON E' | ARROSSENDO RIPARTI] – , la quale universalmente appartiene alla Pellandra van Beekhuizen, automaticamente escludendo qualunque siasi ragionevole interrogativo circa la situazione nell’interno di un palazzo signorile, quale i due che sorgono alla sinistra e alla destra della costruzione testè descritta, incombendo su essa con la loro ombra e quasi chiudendola come una gemma in uno scrigno, o un topo tra le due chiappe del culo d’un elefante, e per conseguenza qualunque implicazione data dal risiedere ipoteticamente la van Beekhuizen Pellandra vuoi al piano nobile, vuoi in portineria, vuoi in mucida e sagrificatissima mansarda: poiché il sito è in effetti elegantissimo, a patto si soprassedere sulla fattura individuatamente cimiteriale di grifoni & leoni, & per quanto il tenore di quanto dichiarato nella targa sul lato destro dell’entrata, e segnatamente lo stile con cui è dichiarato, non si dichiari parzialissimo di tutto quanto sia norma riferire ad un gusto cosiddetto sorvegliato; e codesta elezione nella collocazione e nel tessuto urbano e nell’abitazione, se da un lato mi dànno i’ volsi dir l’angustia di descrivere partitamente il tutto, dall’altra si offrono mallevadrici alla liceità del mio sollievo, poiché non mi mancheranno notabilità succhiose da trasmettere alla curiosità invero insaziabile della D.S., che sarà esaltata in apprendere che: la casa è, nel totale, resa più confortevole dalla presenza di 30. tappeti tibetani del secolo XIX., con losanghe di caldo colore, 18. bucara risalenti da due a tre secoli fa; che i cessi sono in numero di 5., separati alla maniera d’Inghilterra dalla stanza da bagno, ch’è invece il nome di cui con giust’orgoglio possono fregiarsi 3. luminosi e benissimo attrezzati e nettissimi ambienti – uno dei quali, oltre ad offrire piatto doccia, vasca intera e bidè ergonomico, è pure adibito a fonoteca, essendo che la Pellandra allieta, od allietava, l’ora dell’abluzione con le note favorite (a giudicare dai dorsi dei cofanetti) di Telemann, Marais, & Biber – ; che le tende del pianterreno sono di seta cruda, di manifattura indiana vecchia, e tutte le altre nella casa ciantelì; che agli studj della Pellandra sono forniti i supporti d’un Fayard a coda, da gran concerto, una celesta, un arpicordo, una pianola meccanica con nastri di Auber e un frammento di Spohr, un foglio volante del manoscritto de L’Africaine con una goccia di café au lait e svariate ditate d’inchiostro del cigno di Tasdorf, una Thais a stampa, del 1921., con annotazioni autografe di Esther Mazzoleni, un ritratto autografato di Boieldieu, un vaso Tang appartenuto a Nellie Melba, una copia fotostatica de Gli eretici con alcune annotazioni autografe di von Wayditch, un servizio da tè con samovar già di Glazunov (debitamente monogrammato); un Duerer, due Tenier, quattro Daumier che assicuro assolutamente mint-fresh; una collezione di monete dell’impero di Commodo; le prime Dionisiache latine, del 1606.; quindici opere intonse di Salvaneschi, tutte autografate al frontespizio, una quarantina di copie tuttora sigillate de Il tulipano ferito di O’Bannion, molte preziose lettere del Pomba, di Melchior Gioja, del gen. Bava-Beccaris, di Marino Moretti, di Mathilde Marchesi, di Severjanin, e persino un biglietto di Papini; il numero speciale de L’illustrazione italiana dedicato all’Otello, prime edizioni profluenti (tra i molti nomi: Wharton, Broughton, sorelle Maddox); laddove nelle cucine – per andar sùbito al sodo, capirà S.D. che mi son rotta – fanno sfoggio di sé non meno di dodici fiammanti pajuoli da polenta tutti di difforme formato, una caldarrostiera a tempo, una macchina da 8 espressi a torrefazione radiocomandata, una frusta sbattipanna – tra le diverse, & svariate – di 48. marce, un tavolone m 4. x 6,5. in larice con ripiano in marmo di Carrara, ventisei formati di taglieri, un megadispensiero ricco di 80. in circa droghe in grado di pestarle in sul momento (regolabile su 18. diversi spessori), cuoca fissa in buona salute, dentatura sana, età trentotto in circa, cameriera ventiduenne (ceccanese, estremamente efficiente), lavasciuga elettronico nel seminterrato, impianto stereo/dvd ultima generazione con possibilità di diffusione in tutta casa giardino d’inverno e giardino d’estate tramite 27. monitori e 116. altoparlanti invisibili, biblioteca di antichi rari preziosi in numero complessivo di 15.800. voll., più ca. 10.000. voll. di pubblicazioni più comuni, ma non corrive, tra cui un importante settore di foniatria, uno di ortopedia e l’altro di geologia: quest’ultimo suppongo indispensabile alla carampana maledetta per sapere a quale strato debba essere riferito il fossile che è, e me lo lascj dire la D.S., perché un poco d’agresta non disdice alla poveraccia scrivente, la quale come Le è noto trascina coi denti una vita di merda, grazie all’appannaggio da S.D. medesima fissato ad euri 8,25. settimanali: laddove quella vecchia zampogna della VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA ha lira da vomito (motivo per cui la parte poteva anche lasciarla alla sottoscritta) (e no, non mi sono dimenticata del sapone lavamani – muschio bianco, mughetto & ambra grigia, marca Lydia van Rensslaer).
788. “Ce l’avete fatta”.
10 genAvverto, col consueto ritardo, che il blog di Marotta, già chiuso per motivi di diritti, è stato graziato grazie a quella specie di petizione.
Non ho ancòra capìto perché, ma mi sento sollevato.
787. Leggete con attenzione, & firmate.
9 genTrovo da Palasciano che “La dimora del tempo sospeso”, ossia il blog collettaneo di Francesco Marotta, è stato oscurato, credo d’aver capìto per ragioni di diritti che comunque non conosco nel particolare. Esiste un modo, però, se non altro per chiedere la riattivazione del blog dopo averlo posto adeguatamente alla menda; è una sorta di petizione, ed è praticamente automatico farla – basta porre la firma in calce alla comunicazione, che mi sembra un po’ macaronica ma non incomprensibile, che trovate dopo la spiega di Palasciano. Quello che segue è un copincollaggio dalla pag. fb di quest’ultimo.
E’ un vero crimine che proprio quel blog sia stato oscurato (a parte il materiale del sottoscritto che v’era stato cortesissimamente ospitato). Prego chiunque passi di firmare e inviare a wordpress.
“WordPress ha oscurato il blog “La dimora del tempo sospeso” di Francesco Marotta, che non è riuscito a farlo ripristinare. Dice Viola Amarelli: «A supporto dell’esigenza di riavere dispon…ibile tutto l’encomiabile e prezioso lavoro di France…sco vi invito se interessati a inviare questo testo a http://en.support.wordpress.com/suspended-blogs/ inserendo il vostro nome e la vostra mail, e nello spazio “url del sito” rebstein.wordpress.com (in alternativa, si può inviare lo stesso testo a support@wordpress.com – l’indirizzo compare nella discussione in un forum wp e spero che funzioni ancora)».
Hello, I am writing this one as an occasional contributor and regular reader of the italian blog “La dimora del tempo sospeso”, hosted by you at url http://rebstein.wordpress.com/
Such blog has recently been suspended for a claimed violation of terms; please note that this blog is solely devoted to Italian contemporary poetry and literature, and doesn’t mean to host or promote any materials in violation to your terms of service.
After being in talks with the administrator Francesco Marotta I assume that he has already sent three feedbacks via your form without any response from you, and he’s now clueless. Therefore I kindly ask you to clarify asap with the admin the exact nature of such eventual breach, and make every possible and prompt effort to reactivate this blog which, with dozens of essays and ebooks donated by poets, constitutes a vital resource for anyone who’s interested in taking a snapshot of italian contemporary poetry.
Sincerely yours
[Firma]“.
786. Il basilisco allo specchio. I.
8 gen
Comincio a copiare qui di sèguito un vecchio brogliaccio, che mi torna tra mano con tutti i margini smangiati, eppertanto con le clausole quasi illeggibili, se non illeggibili in tutto, e che va persino impallidendo nelle cifre più remote dai vivagni, tanto è stato bistrattato. Un brogliaccio che ha una storia piuttosto tormentata, che qui brevemente segue. Il primo spunto furono 10. frasine fornitemi dal Gori per confezionare un racconto del tutto demenziale – non le conservo più e non le posso recuperare, ma non conta. Non conta perché mentre andavo scrivendolo la cosa mi aveva preso la mano, e non avrei più potuto, dopo qualche decina di pagine, inserire nessuna di quelle frasi. Poi il blocchetto (preso dal defunto Vagnino, di quelli blu, da cinquanta centesimi) mi sparì misteriosamente – probabilmente avendolo io seminato da qualche parte, o lasciato scivolare sbadatamente fuori da qualche borsa, o zaino; e la cosa mi scocciò enormemente. Tanto che nel giro di qualche giorno ripresi l’idea coll’animo di rifar tutto daccapo. Ma, per non rendere l’esercizio, giacch’era esasperante per la parte già fatta, anche del tutto inutile per la parte da farsi, e soprattutto per non consentirmi, come dire?, esiti più fiacchi rispetto alla prima entusiastica – per quanto possibile – stesura, quasi costringendomi ad una resa più scintillante, alzando il tiro per quanto riguarda l’aspetto, come si vedrà qui sotto & nei dì a venire, più meccanico della costruzione, che è nella sintassi. Sicché i paragrafi in cui l’operina, al momento incompiuta (ma vedremo), si divide sono in questa seconda facitura lunghi il doppio o il triplo di quanto fossero nella prima. Avverta il cortese Lettore che questi primi paragrafi, e questo primissimo più di tutti gli altri immediatamente seguenti, è assai cauto, quasi l’autore in esso stesse mettendo primamente alla prova il suo nuovo strumento; che dovrà, anche per le successive e men malsicure pagine, lento giudicare, lentissimo elogiare, pressoché immobile condannare; che legga, via via, tutto quanto andrò sottoponendogli non tumultuariamente; che il titolo (coll’impresa da cui trae ispirazione) è del tutto surretizio, salvo non mi venga fatto di trovar modo d’inserir nella trama – ma con quel che già c’è non è poi così inverosimile – almeno un basilisco ed uno specchio; & mi viva felice.
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Domenica, nel dì 15. di 9mbre dell’Anno corrente.
A S.D. MARIANNONA DEGLI ARCHILEI
LA NIPOTE FERDINANDA
AVGVRA SALVTE,
e viene con questa a significarLe tutto quanto occorsole di osservare durante il giro di ricognizione, sive visita ispettiva che la Stessa, tanto istantemente, le impose d’effettuare presso l’abitazione della VAN BEEKHVIZEN PELLANDRA, e della di lei nipote ORSETTA, sita in via dei Pini al n° 17, Città, abitazione mai per l’innanzi da me veduta, vuoi dentro vuoi fuori, né da S.D., per giunta intercorrendo da ultimo i rapporti che purtroppo si sanno tra le due Beekhuizen e nojaltre due Archilei, a causa dell’assegnazione del ruolo protagonistico del melodramma serio GIOVAN DOMENICO BERTVLESSI, NOVO VLISSE, libro & musica del m° Cordelio Stroppa, un Prologo, Atti cinque & un Epilogo + Licenza, per un tot di Quadri 49: assegnazione codesta che ha favorito di sé, nella tenzone colla sottoscritta, all’uopo inutilmente sospinta, raccomandata, esortata, & pure pesantemente minacciata dalla Persona di S.D., e la Pellandra van Beekhuizen, quest’ultima, la quale, giusta le ultime notizie in poter di S.D., si trovava, dopo breve degenza presso il cittadino Ospedale Maggiore, in stato tuttora definito confusionale, catatonico, stuporoso, postraumatico, a tratti persin comatoso, a tratti associato a crisi di tipo pantoclastico e scoppj d’ilarità inconsulta semiconvulsiva, presso la propria abitazione, come già detto stanziata in via dei Pini al n° 17, Città, per esservi accudita, protetta, curata, e all’occasione sedata & contenzionata dall’anzidetta nipote Orsetta, nell’attesa, e più d’altro nella speranza, che la PELLANDRA sunnominata VAN BEEKHVIZEN tornasse in sesto, vale a dire in possesso delle proprie facoltà psicofisiche almeno quel tanto che basti affrontare la creazione, o prima assoluta, del prefato melodramma serio dello Stroppa GIO. DOM. BERTVLESSI, NOVO VLISSE; condizioni che la qui scrivente nipote Sua Ferdinanda degli Archilei non si pèrita di definire statiche e rispondenti specularmente alle notizie in poter di S.D. in sul momento di spedire la sottoscritta ad effettuare tale visita indaginosa; colla quale la medesima Ferdinanda d. A., all’uopo pungolata, incoraggiata, spronata, pungolata, col solito corollario di minacce sanguinose e calcatoppoli, procedeva, ancorché di contraggenio, insieme al più particolare scopo di sincerarsi delle condizioni di salute della PELLANDRA VAN BEEKHVIZEN, anche coll’eventuale consolazion d’interessanti pezze d’appoggio fornite dalla di lei nipote d.a ORSETTA, di valutare con lucida serenità le generali condizioni di vita della PELLANDRA stessa attraverso attenta, emunta & scrimitosa osservazione della casa od abitazione, se fissata in quanto residenza al piano nobile, ossia al pianterreno, ossia nel sottotetto, se riguardata dalla presenza di vaga, o dozzinale, o peregrina suppellettile, consistente questa in paratie, tappeti persiani, paralumi mancesi, paraventi giapponesi, argenteria a multipli splendori, oreria di buon carato, quadri d’autore, antichità, oggettistica gotica in ferro, esotica in avorio, faenze e sevri, fiandre, rense & baccarà, passamanerie di seta, vasellami d’epoca Ming ovvero anteriore, chaises d’amour Luigi XV, triclinj e busti romani, ombre della sera di Tuscia, marocchinerie d’edizioni in piena pelle, buone tirature mint-fresh di Ténier, Duerer, Daumier, deliranti mappe geografiche premoderne ritinteggiate a China & acquerello, di quelle con l’Italia disegnata rotonda e la Scandinavia come un par di corna ostese contro il Polo Nord, pianoforte a coda (e di qual marca? Steinway, o peggio?), o fortepiano, o positiva, celesta o gravicembalo; maschere africane patentemente provenienti o non provenienti dai rivenduglioli del Lungofiume, partiture in edizione o no economica, Ricordi (pre o post Bertelsmann) o Dover, o meglio, o peggio, ritratti dagherrotipici o fotografici autografati di personaggj illustri, fonoteca, in specie di padelloni, in specie 78 giri, soprattutto cilindri in cera, o meglio ancòra rotoloni traforati da pianola meccanica, piuttosto che una pianola meccanica in sé e per sé, magari completa di cartucce; scatole musicali, cariglioni, miniature e litografie ritraenti interpreti storiche (laddove si lasciava al mio famoso discernimento la necessaria distinzione tra una Cuzzoni-Sandoni, un’Agujari, una Malanotte, una Morandi), marmo ossia parchetto a pavimento, mochetta o rivestimento in gomma con borchie antiscivolo, voliere (ricche di quali specie? Altro essendo un canarino verde, altro un usignolo del Giappone, altro una microfenice, altro una coppia d’inseparabili, altro una gracula; o così, almeno, pare a S.D.), acquarj (amerebbe la PELLANDRA V. B. pesci colorati come colibrì dei flutti, o il dimestico pesce rosso? O qualche specie di crudele, di piragni, o di torpedini? O viscide e timide specie, anfibie & no, di testuggini, di anfiossi, di ascioloti, di salamandre?), cucce per cani, e, se sì, per cani di quali specie, se grandi, se mezzane, se piccole, di terrieri, di rattieri, o che so io, cassette del gatto, e, sé sì, gatti di quale specie, se soriani, se d’angora, se nudi, se pelosi, se scodati come quelli dell’isola di Man, di quale età e in che condizioni quanto a lucentezza del pelo, a brillantezza dell’iride, e – poiché la cassetta, nel caso che ci sia, mica ci sta per un cazzo – dimensioni, consistenza e colore delle dejezioni; e presenza/assenza, e qualità, di camere per gli ospiti, salotti, disimpegni, bovindi, giardini d’inverno, balconate, e poi la cucina, naturalmente, nella quale S.D. in sul momento del brusco congedo si diceva convinta la VAN BEEKHVIZEN ORSETTA non avrebbe mancato d’introdurre la scrivente in pratica sùbito dopo i primi convenevoli, consentendo alla stessa (ossia me) di valutarne scrimitosamente la metratura e la suppellettile sive accessorio, assenza/presenza di cuoca fissa ovverossia ad ore, qualità dell’arnese e delle batterie, rami, pignatte, mortaj, buratti, mattarelli di lunghezza più o meo prevedibile, schiumarole, sgomarelli, ed eventuale pincioccheria di tecnologicamente avanzata, quali impastatrice da pane, minipimer, affettauovo, rompiuovo, sbattiuovo a 15. marce, macchina per espressi con torrefattore e tritacaffè incorporato, tagliaverdure regolabile tramite telecomando, avvolgispaghetti, girarrosto con svegliarino, e poi presenza/assenza di tavolo da lavoro, e se sì di quali dimensioni, di qual legno se ligneo, se – e questo, mi ripeté Ella più e più volte, è fon-da-men-ta-le – con ripiano in fòrmica ossia nudo, di marmo o no, con cerata o senza; e poi, e poi, ovviamente, il bagno, o i bagni, altra parte, altre parti della casa principalissima nonché principalissime da visitare con frutto – a costo, di contro a particolari reticenze della padrona di casa, di farsi venire la sciolta – , qualora come me si abbia lo scopo, dopo aver appurato se il bagno sia uno & uno solo o se ve ne siano disponibili diversi, e, se diversi, quanti, di cerziorarsi se la ritirata destinata agli ospiti, quando ve ne sia una, sia una piazza d’armi o uno stambugio, se sia netto o fetente, con una tazza & lavello o comprensivo d’altra comodità; se esso sia piastrellato di chiaro &/aut esposto alla luce, se abbia il cesso diviso dalla zona bagno, se essa zona preveda bidè, anche doppio, piatto doccia con tendone plastificato, ovvero con gabbietta semitrasparente, vasca, d’una ovvero due o più piazze, stesa o semicupio, e se vi siano a pavimento tappetini di peluscio – si ricordasse, la scrivente, il colore, il colore è fondamentale, massì, ho capìto! se celeste, se lillà, se lacca di garanza chermosì, se verde palude al tramonto ma non del tutto sera – , e dove siti, se presenti, per l’esattezza, e di che qualità ed in quali condizioni, pure igieniche!, il cariello, il tubo di scarico, il lavello, il pavimento in corrispondenza delle zone più nevralgicamente bagnatizie, nonché la presenza, olfattivamente e no percepibile, di flaconi di deodoranti per ambiente, indispensabile scitu!, dei quali tassativamente la scrivente doveva saper sciorinare aroma, marca, tipo di diffusione: ma non dimenticassi soprattutto il sapone lavamani, se in saponetta o in crema in erogatore, e, nuovamente, di qual fragranza.
785. Adunque.
21 dicQualcuno, probabilmente di autogenerato, si è impossessato della mia pass di hotmail.com, e pare che abbia cominciato ad inviare spam a destra & sinistra. Per lunghi anni non ho più cambiato la password, e questo è il destino cui si va incontro se non la si cambia sovente. Per rendermi inconfondibile avevo anche dato il mio numero di telefono, solo che nel frattempo ho cambiato numero un pajo di volte – per lungo tempo nemmeno ce l’ho avuto, un telefono – e adesso l’opzione risulta impraticabile. Ragion per cui mi trovo ad essere prevenuto nell’idea che avevo già da un due o tre settimane, vale a dire di lasciar morire l’account di hotmail, ormai troppo pieno di posta inutile e macchinoso da usare, nonché noto a troppa gente da cui non voglio essere raggiunto o di cui non mi frega più niente. Come qualcuno avrà notato, ho provato a rifarmi un accùnt hotmail, ma non c’è stato verso, o perché l’IP era diventato sospetto o per altri motivi che non so e non posso sapere, sicché ho scelto di farmi un indirizzo, anche solo temporaneo, da un’altra parte. Datosi che tra jeri ed oggi sono diventato paranoico, quest’ultimo indirizzo qui sopra non voglio metterlo, ché non si sa mai. alcor, azu e altri sono stati avvertiti, altri indirizzi interessanti conto di recuperarli via via, ma non riesco a far nulla con la Russo, della quale non posso ricordare a mente l’indirizzo mail e di cui non trovo traccia su facebook. E che però ha il mio numero di telefono. Se passa e legge, e capisce, e non le dispiace, m’invii, prego, un sms con il suo indirizzo mail, cosicché possa tornare a scriverle e possa farle sapere che fine ha fatto il suo povero libro.
Abbraccj sparsi.
d.

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