774. Blocchi.

27 aprile 2012

Non è esattamente un nuovo bearwithus, per quanto sotto taluni aspetti si possa considerare tale, &ccome; ma era per dire che, beh, grazie ad un’anima gentile, anzi gentilissima, anzi dippiù, il qui presente scassatissimo ritiene di poter riprendere con la pienissima attività non solo e non tanto blogghica - ma anche, ovviamente, perché no? – ma generalmente scrittoria grazie all’arrivo, che si spera fulmineo, di una macchina atta all’uopo – quello di scrivere e inoltrare testi, ovverossia, e, parallelamente, di far abbandonare al suddetto sottoscritto, in parte, la carta & la penna che tanto intensa compagnia gli hanno fatto in tutto questo periodo.

Ribadisco volentieri che tutti gl’impegni presi nel post precedente (n° 773.) saranno pertanto onorati; con l’aggiunta, o l’aggravante, che nel frattempo, a causa di uno squallidissimo [in realtà immancabile e più che scontato, l'intervento era urtantissimo, ma ci tengo a fare la parte lesa - come sempre (1) ] episodio di censura, chi scrive è tornato a dedicarsi ad uno dei suoi passatempi preferiti, vale a dire il bloccaggio; sicché Silvia Bortoli, autrice di uno dei libri recensendi, insieme colla figlia, un’amica sua di Milazzo che si fa chiamare Scecco, quell’orrida archiciapp parolaja di Anna Untitla [una che in vent'anni di rete ancòra non ha deciso di farci sapere come si chiama] e la dislessica spagnola Maria Carrazoni, oltreché tutte le amicizie intermedie – tra cui anche Lara Manni, peraltro – hanno fatto la stessa fine di tutt’i miei compagni delle elementari, delle medie, delle superiori, di tutti i miei superstiti – almeno in facebook – familiari, di tutti gli amici della Biblioteca Universitaria Nazionale di Torino, di un certo numero di pervertiti, affaristi, neonazisti e poco altro, senza eccettuare naturalmente Mario Bianco e Remo Bassini (2): e cioè è finita nella lista nera – una soddisfazione della madonna. Il 25 mi sono segnato a parte gambe di John, allusioni incomprensibili, anacoluti di varia specie, e cercherò di rendere la recensione il più divertentemente umiliante – ma non è questo il punto. La cosa che più mi aveva colpito, rileggendolo a scopo recensorio, era la somiglianza, come impostazione, tematiche, tendenze (all’inventario, ad un certo tipo di understatement molto sputtanato, a certi vezzi) all’ultima fatìca di Serena Dandini (3), che ho particolarmente odiato – ciò che non è stato per il libro della Bortoli, ma mi spiegherò (in realtà sono io che non sopporto la scrittura femminile, come non sopporto, delle donne, tutta una serie di cose [o dell'esser donna?] – benché non siano tipiche di tutte le donne (solo di quelle insopportabili).

Chiaramente tutte queste sono cazzate; rispetto, dico, alla montagna di erudizione e reminiscenze che m’ha gravato sulle spalle per tutti questi mesi e che adesso potrò finalmente sistemare e conferire al mondo; e, tra l’altro, al dotto commentario, a cui tengo veramente moltissimo, alle poesiuole di Elia Spallanzani – che mai e poi mai sarà pubblicato, nemmeno in un’edizioncina amicale da tipografia, ma francamente, cari, me ne infischio.

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(1) Tralascio la rivoltante ipocrisia con cui la Bortoli ultimamente, ai miei interventi, rispondeva da una parte con acidissime notazioni generiche (mi è in ogni occasione tornata alla mente Irina Skassalkatzaja, non so perché), confinate negli ‘stati’ soliti di fb, pur insorgendo alla mia pacifica & oggettiva notazione che tra noi i rapporti erano allentati ribadendo la purezza del suo affetto per il sottoscritto. Se è quella che c’era anche cinque anni fa, posso essere d’accordo. (Naturalmente in tutto questo ha ragione lei [lo dico anche perché non so che cos'abbia propalato sul mio conto per tutto questo tempo], ma io, mi ripeto, tengo ad essere la vittima anche in questa circostanza).

(3) Lapsus impressionante, mi sono dimenticato di Francesco Pecoraro, of course, causa & concausa, anche, di parecchj mali.

(3) E il messaggio pubblico che ha provocato la censura riguardava proprio un passo del libretto della Dandini stessa, riguardante un’antica sua maestra di danza (dio che sgrisoli), a cui puzzava il fiato (descrive anche di cosa, io ho rimosso), e si chiamava Mademoiselle Ramazzini.

A parte tutte le altre vaccate che ovviamente si trovano catervatim nel libro, avrò o no il diritto di imbufalirmi?

773. A risentirci (la settimana prossima, se non mi sbattono fuori prima)*.

7 aprile 2012

1. Per certi versi è un sollievo tornare su un blog quasi dismesso, dopo tanti mesi, e vedere che, nonostante la fisiologica, microscopica impennata dopo gli ultimissimi post, esso rimane tutto sommato un luogo semidisabitato: i ratings, pochi ed equilibrati (?), cioè piuttosto monotoni, rendono conto, come il grafico delle visite, di capatine semioccasionali di affezionati lettori, pochi ma scelti: vuol dire che si sono levati di mezzo polemisti d’accatto, troll offesi, visitatori inspiegabilmente assidui (nonostante non ci fosse assolutamente nulla in comune tra la mia scrittura e la loro, senza deminutio né per la loro né per la mia scrittura), rompipalle attirati da qualche argomento trattato occasionalmente, nonché da schiappino, & altra compagnia extravagante [per un lungo periodo, per motivi che non mi spiegherò mai, questa compagnia era diventata prevalente (su altre & più consone forme di compagnia)].

2. Augurare la buona pasqua a chi passa sarebbe tra lo scemo e l’offensivo, è una cosa che non faccio mai; ma ci saranno alcuni giorni di obbligato, ossia non volontario, silenzio, e dunque – dato che ho la brutta tendenza a dimenticarmi delle mille cose che dovrei fare (e che non farò mai, ma almeno vorrei qualche volta sentirmi un po’ in colpa per la mia ignavia, e dichiarare intenti, per l’ennesima volta, spero servirà un poco allo scopo), e che non ho un altro foglio in vista sul quale appuntare programmi e scadenze, tento di anticipare quello che verrà – per quanto debba ammettere che la sensazione che non ci sia più nulla da fare, essenzialmente, ultimamente mi pare si sia trasformata in sconsolata certezza; ma si tratta di progetti di modestissime ambizioni, e nulla mi vieta di cercare, almeno, di tenervi fede.

3. In primissimo luogo, devo finire con l’annotazione alle poesiuole di Elia Spallanzani, questo fantomatico scrittore (l’ultima volta che ho promesso che avrei terminato a breve era mesi fa, quando ho visto su questo stesso blog tutto il tempo che è passato da allora m’è venuto male): la scadenza è vicina, non riguarda questo blog ma un libretto che dovrebbe venirne fuori, e di cui chi passa ancòra di qui sarà sovrabbondantemente informato, pur con l’avvertenza che dalla Fondazione m’è pervenuto già che si procederà ad un’armonizzazione stilistica delle varie componenti dell’eventuale volume in modo che non stonino – anche se è una scelta che a) doveva escludere a priori il sottoscritto; b) pare strana, trattandosi appunto di una raccolta di diversi interventi di diversi estensori [ma non me ne preoccupo, io ho già dato licenza che facciano, nel caso, quello che vogliono, se poi non ne esce nulla che possa dirsi 'mio' non sarà almeno colpa mia - e non è detto nemmeno che sia uno svantaggio, beninteso].

4. Secundum: c’è un libro, scritto da un’amica con cui, anche e soprattutto per il fallimento di pregressi progetti comuni [e ridàje!], i rapporti si sono un po’ allentati nel corso dell’ultimo anno e mezzo (abbondante: anche due anni)***, ma di cui mi piace la scrittura; aveva messo insieme, non moltissimo tempo fa, un volumetto, stampato dalla piccola editrice Cicero, con pezzi tratti dal suo blog, che si chiamava lalucedialcor ed è stato chiuso, per rinascere in questa forma; il libro s’intitola Come sono finita dove sono finita, l’autrice si chiama Silvia Bortoli, e, in attesa della mia immancabile, si possono nel frattempo lèggere questi interventi recensorj, uno funzionale, l’altro proprio molto bruttino, ma faute de mieux con tutto quel che segue – mi rendo conto che sono un po’ fuori tempo massimo, ma un libro, in fondo, è fatto per restare (e comunque il sottoscritto, sia pur coll’eteronimo dell’anfiosso, vi è citato per via d’un’affermazione in merito alle professoresse delle medie; il minimo che possa fare è dare questo segnale di ricevuto [contraccambiare è una parola molto grossa, anche perché altri e sostanziosi sono i motivi della mia gratitudine nei confronti di SB]).

5. Un altro arrivo, ancòra precedente, è stato quello di un’altra conoscenza di rete, di cui su questo blog ci furono un tempo – prima che un avvocato m’intimasse di mettermi a fare il cane da guardia ai commenti (era esplosa una squallida polemica su questioni d’affitti non pagati e quant’altro, non ci capii nulla, ma faceva schifo) – tracce consistenti e ora non più: Giuditta Russo, che tempo fa (lo so, non sono novità) uscì col suo secondo libro, Via dell’Anima 38, questa volta un romanzo, ma sempre d’argomento autobiografico e problematico; l’ho letto appena mi giunse, speditomi dalla gentilissima autrice, che precisò di volere una recensione – e io la settimana prossima, per quel che può servire, cioè praticamente a nulla, la farò apparire su questi schermi (se poi altri avesse intenzione di sottopormi la propria opera, ed avere serena opinione nella stessa sede, facesse sapere, e soprattutto spedisse – sarò meno infingardo, nel futuro – giuro), nel frattempo limitandomi ad indicare questa recensione, che non mi pare granché; e questa intervista alla Russo stessa.

6. Da ultimo, tanto per cambiare, una cosa davvero nuova; ossia Narratori degli anni zero, voluminosa antologia curata da Andrea Cortellessa comprendente brani di 25 autori affermatisi tra il 2000 e il 2010; tempo fa – ma questa volta sono giustificato, perché il libro non era ancòra uscito, né a tutt’oggi m’è ancòra arrivato, benché sia già in vendita su IBS  e anche altrove **- lo stesso Cortellessa, dandomi peraltro del lei, mi scrisse chiedendomi un indirizzo a cui spedire il volume quando fosse uscito – volume in cui l’indegno sottoscritto, stavolta, se non mi sono spiegato male, col genuino nome & cognome, dovrebbe essere citato [credo a proposito della Policastro, del cui libro parlai qui] – salvo che Cortellessa ci abbia ripensato, nel qual caso il cortese dono non mi spettasse – ma non siamo pessimisti: come mi arrivi, se m’arriverà, sarò lietissimo di sproloquiarne qui sopra.

A risentirci.

* Questo perché recentemente, diciamo jeri, mi pervennero notizie allarmanti circa una serie di lettere, dall’aria pure un po’ falsa (qualifiche professionali improbabili, carta da lettere in apparenza strappati da quadernoni), che avrebbero raggiunto il direttore della biblioteca da uno dei cui scassonissimi terminali sto digitando in questo momento, e che esso direttore avrebbe deciso di prendere sul serio (le lettere, non i terminali) - ciò che si spiegherebbe benissimo qualora se le fosse scritte da solo, o avesse assoldato amanuensi all’uopo. In esse (riassumo; ma, ripeto, io queste lettere non le ho mica viste) un certo numero di relitti umani lamenta presenza massiccia di fannulloni, code interminabili ai cessi, masserizia sparsa per le sale, &c.  – insomma, esattamente quello che è successo alla Nazionale da quando quella monumentale testa di minchia del direttore di colà ha deciso di trasformare un luogo di conservazione e consultazione di libri in sala studio (in compenso i dipartimenti, e relative biblioteche, sono deserti) – solo che qui la colpa si tenderebbe a darla ai barboni, che si distinguono dagli altri sfasciumi rompicazzo solo inquantoché in media più attempati e talora anche puzzolenti. E niente, mi è stato anticipato che a settimane lo zaino che mi porto sempre dietro potrebbe cominciare a diventare un problema. Mavaffanculo!

** Rettifica: il volume appare effettivamente in vendita su IBS, sul sito della Hoepli, &c., ma non è ancòra in libreria: ci sarà ai primi di maggio, Cortellessa non ci ha ripensato e sarò regalato, come promesso, di una copia del libro (questo mi scrive, in tempo praticamente reale, lo stesso Cortellessa. Chiedo scusa per l’errore, ma sono incolpevole; & mi rimetto in ansiosa attesa).

*** Non-rettifica: tra gli altri riscontri in forma privata, c’è anche quello della stessa Silvia Bortoli, la quale – su fb, perché dice che qui non riesce a lasciare le sue garbate opinioni – mi ha fatto sapere che l’allentamento dei mutui rapporti non sarebbe sostenibile in quanto “io” [riferisco; il sogg. è SB medesima] “la penso, sa?”. Brava: lei fa la sensibile, e così io intanto passo per mitomane, o peggio! L’argomento non sussiste. E ribadisco: i rapporti si sono allentati, eccome.

772. Sei proprio una stronza.

3 aprile 2012

Per trovare nomi femminili quadrisillabi per un certo mio progettìno mi sono valso de I nomi di persona in Italia. Dizionario storico ed etimologico, 2 voll. di Alda Rossebastiano ed Elena Papa, ambe dell’Università di Torino, UTET, Torino 2005. Pubblicazione per i miei scopi comunque utile, ma devo dire che durante la lettura, peraltro assai selettiva, m’è caduto lo sguardo su diverse cose perplettenti, di cui ho preso in alcuni casi nota (sicuramente i casi altrettanto, e anche più, dubbj saranno cinquanta volte tanti, ma non vado a cercarli):

DANTES (M6) Variante di Dante, si registra in modo sporadico a partire dal 1911. Le rare attestazioni, sparse in varie regioni, non consentono di approfondire le ragioni della scelta. | L’unico riferimento plausibile può essere il personaggio di Edmond Dantès, protagonista del popolarissimo romanzo di Alexandre Dumas padre Il conte di Montecristo (1844-45), anche se, trattandosi di una figura negativa, resta un modello dubbio. EP.

Ma non è una figura negativa. Chi lo dice?

ERNESTO (M62609) [...] Contribuì ad imporlo anche il romanzo di Oscar Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto (1895), dove un ruolo importante gioca l’ambiguità del titolo qui proposto (The importance of being Earnest) [...].

A parte la formulazione oscura, non si tratta affatto di un romanzo, ma di una commedia.

ABDELKADER (M12) [...] Attestato per la prima volta nel 1950.

Non è possibile. Lo studioso Abdelkader Salza, che incrociò le spade tra l’altro con Carlo Calcaterra, è nato molto prima, nella seconda metà dell’ ’800.

ADDAMIANO (M9) e ADDAMIANA (F9). Tipico della Puglia, è una variante di Damiano che riflette la pronuncia locale, dove solitamente i nomi sono preceduti da una vocale vocativa con un conseguente raddoppiamento consonantico (A-’Ddamiano). Non risulta attestato oltre il 1962.

L’unica affermazione affidabile, ma solo in mancanza di prove contrarie, è contenuta nell’ultima frase. Ma si potrà?

Karl Paulovic Brjullov. Ritratto della Contessa Giulia Samojloff con la figlia adottiva Amazilla Pacini (1830–'40). San Pietroburgo, Museo Russo.

Accanto ad ALASIA non trovo il dantesco Alagia (poi anche nome della figlia dell’avv. Malinconico, come qualcuno ricorderà). Non si dice che originariamente, e sempre in spagnolo, l’accento di ALVARO era sulla prima sillaba, e la lezione parossitona è conseguente alla Forza del destino (1862) di Verdi, pure citata.  Di AMASILIA s’ignora la derivazione dal messicano Amazily (nel Fernand Cortès di Spontini la primadonna veste i panni di un’Amazily). Oriunda messicana, ai tempi dell’imperatore Massimiliano, la figlia adottiva di una gentildonna, chiamata Amazilla, e protagonista con la madre adottiva di una tela pompier dell’epoca. A proposito di Amazil[l]a e di Pacini, il compositore catanese che porta questo cognome (e il nome Giovanni) è autore di un’opera in un atto (1826) dal titolo Amazilia, libretto di Giovanni Schmidt, non d’ambientazione esattamente messicana anche se la location è in “Florida, nell’America settentrionale”, confinante per un pezzo col Golfo che dal Messico prende il nome. 

Non considerata l’Anaide rossiniana (Mosè, vers. francese). Gustose certe notazioni personali, come a proposito di

ANGOLINA (F6) Rarissimo, disperso nel tempo (1922-1950) e sul territorio, risulta oggi fortunatamente fuori uso [corsivo mio]. Probabile etnico da collegarsi con lo stato africano dell’Angola. AR.

Apparentemente un altro errore, e anche piuttosto grosso, a proposito di un nome che tuttavia mi ha toccato corde profonde:

ARMIDORO (M56) Letterario, fu inventato dal Marino che così chiamò uno dei personaggi dell’Adone (1605) [SIC!!! Ammenoché, però, non si riferisca ad una delle redazioni intermedie; ma dubito assai], chiarendone il significato attraverso la glossa ‘detto il valente’. Lo rilanciarono poi Francesco Provenzale col melodramma Stellidaura (1674; libretto di Andrea Perrucci) e Nicolò Piccinni con l’opera buffa La Cecchina o la buona figliola (1760; libretto di Carlo Goldoni). Don Armidoro compare anche nella commedia La donna bizzarra di C. Goldoni. | Tipicamente abruzzese (36 occorrenze), risulta in uso saltuariamente fino al 1991. AR.

Errore o no, un nome schiettamente marinistico che finisce col caratterizzare l’onomastica abruzzese, con tutto il suo splendore melocavalleresco, è assolutamente toccante, trovo. Di conio del Marino è anche un profumatissimo nome di donna, Alinda, che però non trovo su esso dizionario, perché, evidentemente, non attestato.

Comunque sia, l’uso che dovevo farmene era prettamente ludico; era uno scherzetto in cui mi ero – si fa per dire – già anni fa cimentato. Ne vien fuori questo:

1. Abbondonza,
Sei proprio una stranza,
Mi consumi, e mai nulla ne avanza.
Abbondanza,
Sei proprio una stronza.
2. Abelonza,
Sei proprio una strarda
- Ve’ se ascolta! Nemmeno mi guarda.
Abelarda,
Sei proprio una stronza.
3. Abelonza,
Sei proprio una strinda,
Che a mie spese s’addobba, & s’agghinda.
Abelinda,
Sei proprio una stronza.
4. Achillonza,
Sei proprio una strea,
Che del darmi il tormento si bea;
Achillea,
Sei proprio una stronza.
5. Acidonza,
Sei proprio una stralia,
Ed è un fatto che sa tutta Italia.
Acidalia,
Sei proprio una stronza.
6. Adabonza,
Sei proprio una strella.
No, tesoro: non ho detto “stella”.
Adabella,
Sei proprio una stronza.
7. Adalbonza,
Sei proprio una strerta.
Se far schifo è una scienza, se’ esperta.
Adalberta,
Sei proprio una stronza.
8. Adalgonza,
Sei proprio una strisa,
Che le macchine riga, apre, sfrisa.
Adalgisa,
Sei proprio una stronza.
9. Adamonza,
Sei proprio una strella:
Quanto fuori, di dentro sei bella.
Adamella,
Sei proprio una stronza.
10. Adanonza,
Sei proprio una strella,
Svuota il frigo, lei, e arrivedella!
Adanella,
Sei proprio una stronza.
11. Adeonza,
Sei proprio una stralma,
Per cui mai ho un minuto di calma.
Adealma,
Sei proprio una stronza.
12. Adelonza,
Sei proprio una straide,
Con le mosse tue torbide, & laide.
Adelaide,
Sei proprio una stronza.
13. Adelonza,
Sei proprio una strasia,
Ti venisse un bel giorno l’afàsia!
Adelasia,
Sei proprio una stronza.
 
&c.

771. 29 & 30 III.

30 marzo 2012

1. Devo premettere che non sento, stranamente, nessuna mancanza del diario – inteso come compilazione quotidiana, non ho praticamente fallito un giorno dal 1993, benché poi quasi nulla di tutta quella carta sia rimasto, fisicamente, con me (ciò che vuol dire che è finito distrutto, macinato, disperso, macerato, riciclato, fatto strame) - , ma sento di dover tener fede a quello che m’ero ripromesso, ossia di tenerlo direttamente in rete [un blog non serve a questo, essenzialmente?]: ciò che faccio più a cuor leggero adesso che mi sono accordato con la Fondazione Spallanzani per fornire il mio contributo manoscritto, e non più dattiloscritto dal momento che il file che andavo faticosamente, un pezzetto per volta, completando – sono molto molto lontano dalla completezza, per la verità – e che salvavo tutte le volte come allegato d’una bozza adesso non si riesce nemmeno più ad aprire – esce un messaggio d’errore, l’applicazione è chiusa d’ufficio, e io rimango lì, come uno stronzonaccio, davanti alla schermata della posta elettronica, con tutti quei messaggj di gente che non conosco, di facebook, e di quel social network da cui di tanto in tanto mi arrivano notizie di altri perfetti sconosciuti che vorrebbero entrare nel novero delle relazioni professionali di Elmireno Seminacoccole (ma si potrà, perdiana?).

2. Nel frattempo, salvo eccezioni patetiche alle quali sento sempre più di somigliare – non vuol dire che non ci fossero somiglianze di sorta, prima, vuol dire solo che me ne rendo conto praticamente solo adesso – , la Civica pullula di straccioni (che strano posto, la Civica) forniti di laptop, netbook, e persino (uno, particolarmente mentecatto ma evidentemente con buone disponibilità economiche, contr’ogni apparenza) ipad: so che sarebbe molto più virile imbufalirsi, aprire la finestra e fiondare tutta quella tecnologia di sotto, ma, complice la stanchezza, quella stretta d’ano ormai emiparesica che ci ho, dovuta alla quasi atavica coscienza che tutto il malfatto si paga, in specie se è malfatto dal sottoscritto (per gli altri no, vigono altre regole), sarà che comunque (ecco, quello) non risolverebbe assolutamente niente, sarà che sono diventato totalmente abitudinario e non voglio perdere la possibilità di frequentare questa biblioteca [dopo che alla Nazionale non sono più tornato - azz, dovrò dedicare un postone monografico, mi sa, a tanti gustosi arretrati; ne sento proprio la necessità morale], sarà per questi & per cent’altri motivi, ma non m’imbufalisco, non m’inalbero, non m’imminchio – e quanto meno m’adiro, mi formalizzo, mi piglio d’aceto, tanto più mi sento una merdaccia (u.s.: non vuol dire che prima non fossi; vuol dire che mi ci sento, ora, come non mai).

3. Contribuisce alla mia sconsolata calma prima di tutto la lenta e inesorabile compilazione delle note esegetiche – un’enormità, e vorrei (davvero) convincere il mondo che non è brama d’immortalità, è solo un metodo da ultimo della classe che è diventato per me connaturale – ad uno sparuto mazzetto di versi, che mi piacciono anche parecchio, di Elia Spallanzani, R.I.P., e la stesura di versi, e l’accumulo, mentre vado via via selezionando quello che mi serve per tutt’altre faccende, di erudizione varia: tutte cose assolutamente inutili – anche se quest’inutilità comincia tremendamente a pesarmi (so che pesa solo a me, ma perché non dovrei dirlo), o meglio mi pesa sempre più il non concludere mai nulla, tutto diventa spirale psicoastenica, anche se non sento di essere particolarmente felice nell’intorcinarmi crescentemente nel viluppo dei rimandi, delle rispondenze, delle piccole verità scientifiche – continuo a sentire il tutto come un gradus ad Parnassum, ma quant’è lontana quella cima maledetta?

4. Altro contributo fondamentale alla mia paciosa arrendevolezza, in particolare di oggi, è dovuto alla nottata putrida passata, metà in c.so Siccardi, e metà ai G.dini LaMarmora: già qualche giorno fa m’ero reso conto che Siccardi mai era stato – complice il freddo – così veramente pieno: quattro o cinque panchine sparse di corpi arravogliati nelle trapunte e nelle coperte, tutti marocchini, tutti a questo giro parecchio giovani, e dunque anche turbolenti; finché, l’altrojersera, la mattina, seduto a leggere un romanzo dal titolo Gli emigranti, garbata confezione realistico-americana di qualche decennio fa, ho visto in mezzo al vialetto una coperta marrone, che ho creduto scivolata via a un dormiente, per poi accorgermi che dentro c’era qualcuno: sistemato, a mo di scendiletto, davanti alla panchina occupata da un altro, come il cane, o il gatto di casa, o un servo della gleba: e mi sono chiesto, chissà se è intenzionale (propendevo per il sì, altre panchine erano libere nelle circostanze).

5. Poi jersera sono stato svegliato da uno dei ragazzi che mi ha chiesto Tuttapposto?, sarcastico, e io gli ho risposto Tuttapposto un cazzo, se mi sveglj, e sono tornato a dormire; a quel punto è scoppiata la rissa, un ragazzo robusto, suppongo molto forte, s’è messo a spintonare violentemente il suo camerata, facendogli saltar via gli occhiali da sole: un ragazzino strabico, di rara bruttezza, che ultimamente cercava sempre di ottenere da me un saluto in risposta, voleva da fumare, da me, che mi sono messo a consumare, pensando di andarmene appena un po’ più lucido, l’ultimo mezzo mozzone; gli ho detto: Ma lasciami un po’ in pace, al che mi ha risposto: Ah, lasciami in pace, sei un grande, tu – ma che cazzo dici? -, dopodiché, mentre i due ragazzi un po’ meglio conformati diverbiavano con molto casino, s’è messo industriosamente ad infilare le dita nella tasca posteriore d’un loro connazionale, estraendone un portafoglio – erano tutti ubriachi, il vino se l’erano ricordato, ma si erano dimenticati le sigarette – o meglio, qualcosa doveva essere successo, non avevano messo a segno il colpo, o avevano perso i soldi, o un’occasione, o un appuntamento [io mi chiedo sempre come faccia la gente a prendere con tanta eagerness la mancanza di soldi, io mai ci sono riuscito].

6. Dopo aver preso a calcj un bidone della spazzatura, ripetendo una sillaba sibilante (non zib, era qualcos’altro) nella loro lingua, il ragazzo robusto mi ha fronteggiato mentre mi alzavo a sedere mettendo le scarpe a terra, accingendomi ad infilarmi un calzino: mi ha detto di prendere e di andarmene, ché mi ero comportato male – Di chi è questo zaino?, ha detto, cercando di sfilarmelo – Ma lascia stare!, ho gridato, e poi c’è stato un certo scambio di vaffanculo, e lui mi ha detto più volte che (se non me ne andavo) mi spaccava la faccia – ma io, appunto, da una parte stavo già schinando, dall’altra non credo che avrei fatto nulla di sostanziale – ma nemmeno volendo! – per impedirglielo, e poi, con quella strana apatia che ho sempre addosso, me ne sono andato ai Giardini LaMarmora, che invece erano deserti; erano circa le 2.00; alle 3.00 circa è passata una coppia di ragazzi, mentre stavo addormentandomi, uno dei quali ha cominciato a vomitare con una rumorosità strana, doveva avere lo stomaco come un hangar; alle 4.30, quando stavo nuovamente per addormentarmi, è partita l’irrigazione, e io mi sono reso conto di aver sbagliato panchina (ce n’è una che non è raggiunta dai getti, violentissimi, dell’acqua), e ho dovuto fare una specie di corsa nel sacco da una panchina all’altra, lanciando la poca masserizia da una parte all’altra.

8. Poi la giornata, a parte la scrittura, è stata talmente vuota, di tutto, che null’altro potrebbe esserne detto, né in privato né in pubblico (ma forse è tutta una scusa per una chiusa d’effetto, perché, molto più prosaicamente, il tempo di navigazione è finito).

770. Un piego.

14 marzo 2012

PER VN PIEGO,

INVIATO ALLA PROPRIA SEPOLTVRA

(DOVVNQVE ESSA SI TROVI).

I.
1. Spinto lo scafo a capo impreveduto,
Franto il timone, e lacere le sarte,
Saluta l’alba proprio in quella parte
Che mai s’illuse avrebbe un dì veduto.
2. Malcerto il piede, tra scabrose rupi
Avanza ancòra, e tremula con mano
S’aggrappa, ma così di sé sovrano
Torna il disperso in flutti, in gorghi cupi.
3. Se scioglie voce, d’Eolo i figlj inquieti
Non trovan tanto a cogliergli sul labbro
Che lo conoscan concentoso fabbro
L’erte brulle, le spiagge, gli antri, i greti.
4. Se incide in pietre, Gea non ne risente,
Ché chi a fatìca si strappò a un avello
Forza non ha a diriger lo scalpello,
Braccio non ha a fissar lampo di mente.
5. Se tocca la testudine, acre suono
Di breve lena trae, ché torna in vita
Contro il marmo spezzatesi le dita,
E molte lune scorse non ne sono.
6. Se apre al concetto, che vuol sede grande,
La mente angusta, questa se ne opprime,
Ché ancòra molta terra lo comprime,
Ché molta notte intorno gli si spande.
7. Se sta e respira, il vivo flutto eterio
Che gli scompiglia i penzolanti straccj
Ne tenta invano il corpo, e coi suoi braccj
Desta memoria, al più, d’un refrigerio.
8. Se cede al sonno, il suo sopore è tale
Che sul richiuso marmo, ove si trovi,
Repono in crepe fonde serpi nuovi,
Donde dell’Orco il fascino risale.
9. Se guarda, adegua una foschia i colori,
Se annusa, gli confondono gli aromi
Imi fortori, e mascherando i nomi
Van del suo cibo i pallidi sapori.
10. Ma avanza il piede, afferra, incide, tocca;
Pensa, respira, espone il corpo, dorme;
Guarda, annusa; e cercando di sé l’orme
All’ésca necessaria apre la bocca.
11. E’ l’alba, sì: e per quanto di rigore
Intirizzite ancòra abbia le membra,
Contento, per quel ch’è, di quel che sembra,
S’appresta a gradi all’estasi; e al dolore.
12. E lo sostiene, tra le sirti molte
Del venturo tragitto, che, se sprezzo
Non merita, ha terrori solo a mezzo
Morte per chi sarà morto due volte.
13. Dell’universo ritornato il centro,
S’ergerà in  breve a indefiniti voli
Teatro e specchio avendo mille Soli;
Finché sia l’ora di tornar là dentro.
14. Per ora lento al palco si conduce
(Intento al mare) di modesta altura;
E il calmo piano immobile misura,
E aspetta il dato tempo. Ecco la luce.
II.
1. Per sé di notte eterna in bujo immerso,
Col diaframma che interpone Gea
Di fonde azzurrità strade si crea
Sicché ne illustra tutto l’universo.
2. Inconscio dei suoi mondi troppo angusti,
Calore, influssi, vita, ogni stagione
Largo deversa dalle sue corone,
Né par che il nulla in cambio lo disgusti.
3. Quando morrà, dall’obbligo rimosso
D’un trono, ingrandirà terribilmente,
E riavrà, per ridonarli al Niente,
Tutt’i suoi doni in un abbraccio rosso.
III.
1. La sfera, idea d’ogni formale vizio,
E d’ogni perfezione vera forma,
Certifica che, o dorma, o imprima un’orma,
Tutto ha una fine quel ch’ha avuto inizio.
2. La sfera, al precipizio sempre incline,
E stabile consimbola alla norma,
Vuole che, imprima un’orma oppure dorma,
Tutto abbia inizio quel ch’ha avuto fine.
IV.
V.
1. Elio la guarda, e guarda Elio Anfitrite:
Così la prima volta in mezzo all’acque
Il Sole, rispecchiatone, rinacque,
Vita in vita; e, di lì, tutte le vite.
VI.
1. Come nel suo vagire non iscrisse
In cangiante matrice i suoi natali,
Così ricada in tombe siderali
La memoria di chi, una volta, visse.
2. Sfugge al sepolcro acché in più bujo fondo
Scenda sepolto in fiamme il suo futuro;
Qui morirà irradiando il mondo oscuro,
Qui vivrà oscuro di ch’è luce al mondo.
 

13    III    MMXII

769. Fumetti & batterj.

25 febbraio 2012

Qualcuno ha portato, in un momento non precisabile della settimana scorsa, uno scatolo di fumetti, tra cui parecchj originali, tra cui parecchj Bonelli, e parecchj altri che non erano Bonelli ma tarocchi. Tra questi, una serie di Martin Hel, che nonostante non siano paragonabili per accuratezza e solidità di trame ai Bonelli, non sono spregevole cosa; anche perché sono tarocchi Bonelli, e l’esempio è, si vede, valido. Ma l’inferiorità rispetto ad esso modello è sensibile. Meno sensibile, invece, nel caso di un Gordon Link, in particolare nel caso dell’unico numero di codesta serie compreso nel pacco – l’unico numero di codesta serie compreso nel numero dei numeri che ho tirato fuori dallo scatolo e che mi sono portato via -, vale a dire il n° 18, dal titolo La donna eterna, che era lo stesso titolo che soleva darsi alle vecchie edizioni di She di Haggard, padre putativo di tante creazioni fumettistiche, con addentellati interessanti anche allo scollacciato. Una versione pesantemente ridotta, e, nella traduzione, italianizzata, è al centro di uno dei romanzi di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana, dove la regina Loana è omologa stracciona della She di Haggard, adattata al gusto dei ragazzini di sessanta o settant’anni fa. La quale She, ma nell’originale, per così dire, è anche modello, ossessivo, direi, delle storie di Martin Hel. In questo caso, nel caso di questa Donna Eterna, la fabula è differente, trattandosi di una sorta di vampiro, ossia di un arcivampiro, secondo la definizione di quel famigerato imbecille di don Calmet, la cui opera sui succhiasangue, le lamie e i resurgenti di Valacchia fu edita in traduzione nel nostro volgare l’anno MDCCLVI, e poi ristampata in mille guise, comprese impressionacce di fortuna e fotostatiche sgarrupate. L’arcivampiro è un vampiro che si autorigenera, grazie al sangue, e che non può essere ammazzato con la classica palettata di frassino in cuore e la susseguente decapitazione, ma dev’essere incenerito e, in quella forma volatile, disperso ai quattro venti. Alla fine quest’arcivampira, al centro di numerosi tentatìvi di omicidio, tutti falliti, da parte del marito ex-famoso, finirà dissolta in una vasca di acido. La trama, come dissi, è solida (così suole dire in questi casi), anche se non è ricca d’informazioni magari perfettamente inutili ma dall’aria così straordinariamente esatta come  se ne trovano tante in Martin Mystère, e il protagonista è piuttosto bello, decisamente molto più di Dylan Dog (anche se dai disegni reperibili in rete non si vede). Dello charme del protagonista è certamente responsabile il disegnatore, Gaspare Cassaro; mentre della storia – un nome che ho incontrato con piacere sui credits in iii di copertina – è l’ottimo Gianfranco Manfredi, fantasioso e solido sceneggiatore e romanziere. La cosa che però mi ha colpito per prima, in ordine cronologico, sin dalla ii di copertina, dove si trova l’editoriale, è una questione ortografica non d’infima rilevanza, relativa a come si scrive la parola batterio (la quale c’entra con l’arcivampira inquantoché nel fumetto si giustifica la sua esistenza col fatto che, benché fenotipicamente umana, non è costituita da cellule eucariote ["dal nucleo ben distinto"] ma è un coacervo di procarioti, in grado di riprodursi per mejosi, o, com’è ribattezzata nel corso della storia, un *neocariote). La cosa ilare è che la paginetta “GHOSTERIA! [l'intercalare veneto-spooky di Gordon Link, come "Giuda ballerino" è quello di Dylan Dog] SPECIALE REFUSO” è interamente infarcita di volontarj errori ortografici, inquantoché [col. 1] “nel numero serie Hit erano ben undici in dieci righi“, per cui quando vi si legge [col. 2] “…il prosimo numero che è veramente molto bellissimo coi dei disegni molto eccezzzionali“, &c., non si deve inorridire, ma sghignacolare a più non posso. A p. 3 c’è il frontespizio figurato, col titolo; a p. 4 un’introduzione, dal titolo BATTERI, e la riproduzione di una copia del Calmet conservata alla Nazionale di Venezia. Questa p. 4 è a parte gli scherzi, cioè non contiene errori volontarj; dunque non siamo tenuti a cachinnare quando leggiamo: “La cosa che ci siamo chiesti, e su cui abbiamo lavorato, è questa: e se l’Arcivampiro non fosse affatto un vampiro, ma un uomo-battere, capace di riprodursi da solo all’infinito?”. Ovviamente il responsabile dell’idea prima non può essere il Calmet, perché prima di lui l’intuizione dell’esistenza dei microrganismi (patogeni, in particolare) era venuto solo al Kircher, che ne aveva parlato nel suo Scrutinium del 1658, che per lungo tempo non avrebbe prodotto alcun sèguito, in mancanza di prove concrete. A parte questo, il sospetto di un refuso è fugato rapidamente dal seguente ragionamento: parlandosi più volentieri di batterj (batterii) al plurale, il singolare è stato desunto da esso, ma nella grafia corrente & da dozzina, senza segnalazione del nesso -ii tramite j lungo o i circonflessato (“batteri“): un battere, due batteri. Di fatto sono un batteri-o, due batteri-i: dal gr. bakterion, su cui è stato modellato, nella stessa accezione, il lat. bacillo: bastoncino, bastoncello. A p. 66, prima vignetta, il personaggio Eriksson, un anatomopatologo, spiega: “Gli esseri umani producono una nuova generazione in trent’anni, mentre per esempio l’escherichia coli, un battere che noi tutti ospitiamo nel colon, messo a coltura in ambiente favorevole, ci mette solo venti minuti“. Una piccola conferma (postoché ce ne fosse bisogno) dell’opportunità di segnalare il nesso -ii in uscita.

768. Bear with us.

7 febbraio 2012

Sono impegnato.

Intanto, le ricerchine di oggi:

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